Giuseppe Di Bella ed Enrico Coppola – Il Tempo e la voce (Autoprodotto, 2016)

Sviluppatasi a partire dall’ascesa al trono di Sicilia di Guglielmo II d'Altavilla a metà del 1100, e proseguita fino alla metà del 1200, la Scuola Poetica Siciliana, ebbe il suo massimo splendore artistico durante il regno di Federico II di Svevia, presso la cui corte, vennero accolti poeti come Giacomo Da Lentini, Tommaso di Sasso, Pier della Vigna, Giacomino Pugliese, Rinaldo d’Aquino e Stefano Protonotaro. A questo movimento culturale, culla della lingua italiana, il cantautore Giuseppe Di Bella ed il bassista Enrico Coppola hanno dedicato lo splendido progetto “Il Tempo e La Voce”, che li vede mettere in musica dodici testi poetici della Scuola Poetica Siciliana, con l’obiettivo di far scoprire ad un pubblico quanto più vasto possibile, la bellezza e la profondità delle liriche isolane duecentesche, che il tempo e la maggior parte degli italiani sembrano aver relegato ad un inesorabile oblio. Finanziato attraverso una campagna di crowdfunding su Musicraiser, e registrato ad Enna tra la Torre di Federico II e l’Audio Project Studio, il disco vede Giuseppe Di Bella (voce, chitarre classiche, chitarre acustiche, mandola) ed Enrico Coppola (basso) accompagnati da un ristretto gruppo di strumentisti composto da Davide Campisi (tammorre, cajon, batteria), Chiara D’Aparo (violoncello) e Antonella Barbera (flauto traverso, oboe). L’ascolto rivela un lavoro di ricerca rigoroso non solo nella ricerca sulle fonti poetiche originarie ma anche nel ricostruire ed esaltare la loro musicalità intrinseca originaria, non abbandonandosi semplicemente alle sonorità della tradizione siciliana, ma piuttosto puntando ad eleganti arrangiamenti acustici in cui taglio cantautorale incontra la world music declinata in una dimensione attuale. Aperto dalle due struggenti composizioni di Giacomo Da Lentini “Meravigliusa-menti” e “Amuri 'un voli ch'eu clami”, magistralmente interpretate da Di Bella ed impreziosite dalle tessiture melodiche della chitarra, il disco si svela in tutto il suo fascino, schiudendo ai nostri occhi un affresco poetico di rara bellezza, nel quale scopriamo perle di puro lirismo come “D’amurusu paisi” di Tommaso di Sasso, “Unu Placenti Sguardu” di Pier della Vigna”, “La dulzi cera placenti” di Giacomino Pugliese, “Pir Meu Cori Allegrari” di Stefano Protonotaro, fino a giungere al vertice del disco con la conclusiva “Nun trovu cui mi dica cui sia amuri” che suggella un lavoro pregevolissimo non solo dal punto di vista culturale ma anche da quello musicale. 


Salvatore Esposito
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