Aziza Brahim – Abbar el Hamada (Glitterbeat Records, 2016)

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Il Sahara Occidentale è l’ultimo stato africano a non aver ancora ottenuto la propria indipendenza, nonostante le tante risoluzioni dell’ONU susseguitesi a partire dalla metà degli anni Settanta, quando, al termine dell’occupazione coloniale spagnola, venne invaso dal Marocco. A partire dai giorni della Marcia Verde, il popolo Saharawi si è vista negata la propria identità culturale, con l’avvio di un processo di denaturazione da parte dei marocchini, segnato da violazioni sistematiche dei diritti umani, e da numerosi profughi fuggiti nella vicina Algeria. Mentre il Fronte Polisario cominciava la sua orami trentennale lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel 1976, in uno dei campi di rifugiati sahariani a Dajla, è nata Aziza Brahim, cantante ed attivista, che della musica appresa sin da piccola nelle riunioni familiari, ha fatto lo strumento per rivendicare i diritti del suo popolo in esilio. Nonostante la sua vita da esule prima a Cuba e successivamente in Spagna, a Barcellona dove attualmente vive, la Brahim è riuscita ad incarnare nella sua musica le tragedie e le speranze della sua gente, quella che vive repressa sotto il governo marocchino e quella che è lontana dalla sua terra, proprio come lei. A due anni di distanza dal pregevole “Soutak”, la ritroviamo con “Abbar el Hamada” (“Attraverso l’Hamada”), album il cui titolo rimanda al deserto roccioso del sud del Sahara algerino, come racconta la stessa cantante Saharawi: “Sintetizza il nostro destino come paese nel corso degli ultimi quaranta anni. Stiamo soffrendo un'ingiustizia che ci condanna a cercare di sopravvivere in un ambiente fra i più inospitali come l'Hamada”
“E’ uno sguardo intorno a me, dopo quaranta anni di occupazione, di esilio, di diaspora”, prosegue la Brahim, “Una conversazione. Una discussione tra emigranti, rifugiati e coloro che sono rimasti; tra patrioti, espatriati e senza stato; tra c’è, chi c’è stato e chi è stato cacciato; tra nomadi e stanziali; tra sahariani, sub-sahariani, nord sahariani e saharawi. Una conversazione tra paesi, culture, generazioni, tribù, credenze, persone. Persone che non hanno altra risorsa che la parola, la voce e la pelle delle mani e tamburi. Con l’intenzione di cambiare la situazione attraverso la musica, la fantasia, anche se solo per un’attimo. Attraverso le recinzioni, le barriere, i campi, le sbarre di ferro, i muri, il filo spinato, i mari, le catene montuose, i fiumi, i confini. Dall'altra parte della Hamada”. Ad animare la scrittura della cantante nordafricana sono spesso i versi della nonna El-Jadra Mint Mabruk, nota come “la poetessa del fucile”, ma anche l’ardere costante della sua urgenza comunicativa: “Non sono in grado separare politica, cultura e preoccupazioni personali. Così, il fuoco della mia musica è tutte queste cose allo stesso tempo. Politica, per l’impegno nella denuncia delle ingiustizie sociali. Culturale, perché cerco nuove idee musicali. Personale, in quando esprime le preoccupazioni di una persona che aspira a vivere con dignità in un mondo migliore". Registrato presso lo studio Sol De Sants di Barcelona e prodotto, come il precedente, da Chris Eckman, il disco raccoglie dieci brani incisi con la partecipazione di un ensemble multietnico composto da Badra Abdallahi (voci), Guillen Aguilar (basso, chitarra spagnola, mandola e chitarra elettrica), Kalilou Sangare (chitarra acustica ed elettrica), Ignasi Cussó (chitarra spagnola e chitarra elettrica), Aleix Tobias (percussioni e batteria), e Sengane Ngom (sabar, tama, e djembe), a cui si aggiungono come ospiti speciali Samba Touré (chitarra elettrica), Xavi Lozano (flauto/mohoceño) e lo stesso leader dei Walkabouts all’organo. 
 Se le tematiche politiche permeano i testi, dal punto di vista musicale gli arrangiamenti di Eckman mirano ad esaltare l’intensa e fiera vocalità di Aziza Brahim, facendo emergere la sua capacità di mettere in contatto le diverse tradizioni musicali del Sahara. Aperto dall’inno pacifista “Buscando la Paz” tutto giocato sull’incontro sui melismi della voce della cantante sahariana, il disco si svela in tutta la sua forza evocativa, spaziando dal trascinante desert blues di “Calles De Dajla” alla struggente melodia de “El Canto De La Arena, dal crescendo denso di lirismo di “El Wad”, agli echi caraibici de “La Cordillera Negra”, fino a giungere alla superba title-track in cui corde e percussioni avvolgono meravigliosamente il canto della Brahaim. La melodia ipnotica di “Baraka” ci conduce al vertice del disco, “Mani”, uno slow blues che suggella l’incontro tra i ritmi Saharawi e quelli dell’Africa Occidentale con la complicità delle chitarre dei maliani Samba Tourè e Kalilou Sangare. Chiudono il disco il canto corale “Intifada” e “Los Muros”, con quest’ultima che ci offre un’istantanea dei 2.700 km di fortificazioni di sabbia erette dal Marocco per impedire ai Saharawi di fare ritorno della loro terra. E’ un commiato doloroso, denso di rimpianto, nel quale però è racchiusa la speranza in un futuro migliore e diverso. “Abbar el Hamada” è, dunque, un disco intenso e sofferto di una donna lontana dalla sua terra d’origine impegnata con la sua musica ad abbattere i troppi muri innalzati contro i diritti e la libertà. 


Salvatore Esposito