Vesevo – Vesevo (Agualoca Records/Audioglobe, 2015)

Il nome lo hanno preso dall’epitaffio – ancora visibile a Portici –  voluto dal viceré spagnolo Zùnica, dopo la devastante eruzione del 1631. La copertina del disco è un’opera di Annapia Ferrara ispirata al “formidabil monte” di memoria leopardiana. I musicisti sono il violinista e compositore Antonio Fraioli, già con ‘E Zezi, fondatore di Spaccanapoli (poi diventati Spakka-Neapolis 55), Francesco Paolo Manna, esperto e versatile suonatore di tamburi a cornice di area mediterranea e Antonio Di Ponte, chitarrista e cantante dalla potente vocalità, anima blues e folk da Casalnuovo (NA). L’album eponimo, registrato live in studio e pubblicato dall’etichetta napoletana Agualoca Records, rilegge in maniera creativa forme e stili della tradizione orale del Sud Italia, dalla Campania alla Puglia e fino alla Calabria. A guidarci nel percorso di ascolto di questo disco, che ha già incontrato il gusto della stampa internazionale folk & world – da fRoots a Songlines – è Antonio Fraioli, motore del trio Vesevo. 

Come nasce Vesevo?
Artisticamente Francesco Manna ed io ci conosciamo da molto tempo, e tra di noi c’era l’idea di fare un vero e proprio studio su alcune forme della tradizione, per esercitarci sui linguaggi, coinvolgendo anche Antonio Di Ponte, uno dei pochi ad avere la capacità vocale di entrare negli stili tradizionali campani pur non provenendo da quel mondo musicale. Abbiamo iniziato a suonare e a fare qualche concerto, dopo di che è venuta la voglia di iniziare a lavorare sui materiali – cosa che ho sempre fatto – partendo dalla tradizione per poi dilatare le cose, con un lavoro di ampliamento che segue il proprio sentire.
L’idea è di quella di muovere da forme tradizionali per poi restituire un’essenza, un punto centrale; creare una sorta di clima evocativo di quello che era il nocciolo del pezzo, ma trasformandolo secondo la propria sensibilità e i tempi che uno sente di stare vivendo.

La scrittura nasce prevalentemente dal tuo lavoro o si è trattato di composizioni d’insieme?
Ci sono dei brani, come “Catarina”, che erano delle idee che avevo nel cassetto da tanto tempo, ma mai messe in atto prima. La stessa “Avvocata” (Fraioli si riferisce al brano “Muntagna pè muntagna”, ndr) era uno sfizio che avevo, quello di riproporla così come l’abbiamo fatta. Invece altre cose – “Scioscia viento” e altri brani – sono nati dallo stare insieme. Nel senso che abbiamo lavorato duramente almeno un anno e poi altri due in fasi alterne. Però, nell’anno in cui abbiamo registrato, ci siamo visti una volta a settimana, portando delle idee e creando come in un laboratorio. Si prende un pezzo, s’incomincia a lavorare e si sperimenta. A dire il vero, un conto è fare un arrangiamento di testa tua, prescindendo da chi hai davanti, un altro è essere in trio e quindi tirare fuori le caratteristiche di ognuno: fare un arrangiamento che metta in campo il meglio di ciascuno di noi. È stato bello, ma anche faticoso perché i pezzi sono stati presi, ripresi, messi sotto sopra. Tuttavia, era una nostra necessità oltre che un divertimento. Alcune idee erano già pronte, altre di meno. Prendi ad esempio “Scioscia viento”: è nato proprio in momento di improvvisazione, perché in alcuni tratti si prendeva un frammento e si suonava proprio come in un laboratorio. È qualcosa che ho riscoperto dopo anni di lavori fatti da mente che pensa  e che deve portare cose ad altri musicisti che stanno con la testa altrove. Francesco e Antonio sono le uniche due persone con cui si poteva fare un progetto di questo tipo. Ci siamo capiti e amalgamati. Antonio è un musicista dalla vocalità straordinaria, è uno poco conosciuto, ma è un cantante straordinario. Calcola che abbiamo registrato tutto live: lui cantava e suonava insieme, tranne in “Scioscia Viento”, che per questioni tecniche suona prima uno e poi altri gli altri due. 

Vi siete mossi nell’ambito sonoro del Sud Italia, riprendendo anche brani molto noti…
Un brano come “Riturnella” nonché la stessa “Tarantella di Sannicandro” sono brani stra-suonati, è vero: non c’è un gruppo di musica folk che non li faccia. L’idea è venuta spontaneamente. Abbiamo corso un rischio molto forte, perché quando reinventi qualcosa che non è molto noto, hai sempre delle scappatoie visto che i confronti possono essere limitati. Invece quando metti mano a qualcosa che tutti quelli del settore conoscono, è molto più rischioso… Tuttavia, il gioco puntava anche a questo. Sai, abbiamo fatto decine e decine di feste di piazza per campare, suonando i repertori popolari così come vengono eseguiti, più o meno normalmente. Quindi, la sfida era proprio questa: prendere brani noti alle orecchie della gente, dando loro un’altra collocazione. Per esempio, “Riturnella” mi ha sempre affascinato moltissimo, a parte la versione proprio tradizionale che ha una sua forza e un suo perché. Però quando l’ho ascoltato nelle tante rielaborazioni folk, ho sempre pensato: “Io la farei in un altro modo”. Così è diventata una sorta di poesia musicalmente fuori dal tempo, un po’ sospesa. 

È stato scritto che a tratti suonate un nu folk da camera, anche se è indubbio che il vostro orizzonte sonoro non sia riducibile unicamente a quella categoria. Ad ogni modo, ti ci ritrovi?
Non proprio. Da musicista che proviene da studi classici, quando sento parlare di musica da camera mi vengono in mente certe cose.
Forse, lo può essere proprio “Riturnella”, più di altri brani che sono stati pensati in una spazialità maggiore. Ma questa è la mia idea, non è la cosa più importante, perché ognuno recepisce le cose in maniera diversa, a seconda di come sente.

In termini di gusto sonoro, vi considerare una band da esportazione?
Hai toccato un punto fondamentale. Ho sempre appezzato le produzioni world che provengono dall’Inghilterra o dalla Spagna. Mi sono sempre proteso verso quel tipo di suono e di idea, anche se poi è chiaro che ognuno ha il suo background culturale e porta con sé quello che conosce. Detto molto brutalmente il confronto con Napoli e con l’Italia non mi interessa: dall’Italia – anche per la mia personale storia artistica – non mi aspetto nulla, o meglio mi aspetto tutto e il contrario di tutto. Le logiche che muovono lo spettacolo in Italia sono altre, con il lavoro che ho sempre fatto io non ci rientro in quelle logiche. Non è che siamo una band da esportazione, ma è che apprezziamo il modo di lavorare visto in certi paesi d’Europa; ci siamo orientati verso quel modo, lavorando con Max Carola che poteva capire, entrare nel suono. Non voglio essere maleducato, ma quelli che mi hanno ispirato, al di là dei suonatori e dei cantanti di tradizione, sono personaggi fuori dall’Italia: non ho riferimenti italiani, se parliamo di world, poi per altre musiche le cose stanno diversamente. Ma è la mia sensibilità: penso a progetti come JuJu (il sodalizi tra Justin Adams e Juldeh Camara, ndr) che ho ascoltato molto in questi anni: preferisco quello, non mi metto ad ascoltare un gruppo folk italiano.



Vesevo – Vesevo (Agualoca Records /Audioglobe, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Suona bene l’esordio dei Vesevo, dall’inizio alla fine. La scaletta parla chiaro: il filo rosso sono i temi derivati dalle tradizioni musicali del nostro Sud, ridisegnati nelle piegature ritmiche, nelle armonizzazioni e negli spunti solisti. Non ci sono strappi definitivi o stravolgimenti rivoluzionari, ma la matassa sonora è intessuta in maniera sapiente da Antonio Fraioli (violino acustico ed elettrico, tastiere, marranzano), Antonio Di Ponte (voce, chitarra acustica ed elettrica, chitarra battente) e Francesco Paolo Manna (tamburi a cornice e percussioni), con il contributo di Riccardo Marconi (già con Taráf de Funiculár e La Mescla) alla chitarra in “Scioscia Viento”, che poi è uno dei migliori episodi del disco con la ritmica martellante, i riff iterativi che imprimono un’inflessione desert rock, le sfumature bluesy e il testo declamato. In realtà, tutto incomincia con “O’Rre Rre”, composizione che parte con voce e violino per poi svilupparsi in un crescendo strumentale, che rivisita una tarantella garganica di Sannicandro. La storia di "Catarina”, promessa sposa di un vetusto nobile, che dopo diverse peripezie riesce felicemente a scampare alla malasorte riservatale, è stata raccontata da tanti canti narrativi diffusi in tutta Italia: qui assume inediti e suggestivi lineamenti arabi. Con “Muntagna pè muntagna” ci spostiamo nell’alveo coreutico del ballo sul tamburo, come è declinato nei rituali della festa della Madonna Avvocata sulla montagna di Maiori. Il codice ritmico espressivo non è alterato, ma intorno al tempo scandito dalle pelli il violino disegna trame di grande presa e carica il brano di mirabile tensione. Invece, la pizzica “Tarantamara” si muove su inattesi passaggi armonici e melodici, fino a riprendere pattern utilizzati dal maestro violinista Luigi Stifani nei suoi interventi terapeutici per la cura del tarantismo. Si cambia registro in “Figliole”, un canto devozionale per la Madonna di Montevergine, dominato dall’ostinato ritmico su cui si adagiano i melismi di Di Ponte. Il violino di Fraioli ricalca il corposo fraseggio di una lira calabrese nella parte iniziale di “Tarantella alla calabrese”, poi entra il tamburo a sonagli in un dialogo che diviene sempre più serrato con le corde e l’archetto fino al pieno strumentale. Si ritorna alle falde del Vesuvio con una tammurriata per sola voce (e che voce!) e tamburo. Infine, ecco arrivare “Riturnella”: un’ovvietà, direte.  Invece, il lavoro per sottrazione, l’essenzialità di voce, violino e bordone elettronico infondono elegante finezza alla celebre serenata di Cirò.  


Ciro De Rosa