Parafoné – Amistà (iCompany, 2015)

“Serberà costante il core la più tenera amistà”. Con questo corale augurio si apre il “Tancredi” di Gioacchino Rossini (1813). Chi conosce questo melodramma saprà che proprio l’assenza di amistà fra le genti di Siracusa, e fra siciliani e saraceni porterà spargimento di sangue e causerà addirittura la morte in battaglia del protagonista. Duecento anni dopo, il collettivo calabrese dei Parafoné rispolvera, nuovamente in musica, questa parola, molto rara anche nel linguaggio comune. Con essa è recuperato soprattutto il concetto che le appartiene di fusione delle culture, rendendolo perno del loro ultimo progetto discografico intitolato esattamente: “Amistà” (2015). Si legge nel curatissimo booklet (che ospita oltre ai testi in dialetto anche le traduzioni italiane e alcuni suggestivi bozzetti): “Amistà vuol dire amicizia... e dove vi è Amistà non esistono confini, non c’è guerra né diversità di colore, razza, sesso, religione”. Perseguendo questo sogno di amicizia globale, nel disco trovano spazio artisti internazionali come il percussionista indiano Rashmi Bhatt e l’egiziano Eslam Adamo Mohamed. Sarebbe sbagliato definirle, come capita di leggere, semplici “collaborazioni eccellenti”, l’ideale è piuttosto quello di fare musica insieme, di annullare nell’espressione sonora più profonda, ogni diversità reale o presunta che sia: “…dolce è la vita che passa cantando” (da “La notti passa”). Con l’album “Disperanza” (2013) i Parafoné proponevano la musica della propria terra ma non inquinata. In altre parole, senza piegarsi alle leggi del mercato discografico, avevano seguito come unico dettame quel profondo amore per la Calabria che aveva determinato la loro nascita musicale nel 2002. Le undici tracce di “Amistà” (anche se l'ultima ospita dopo parecchi secondi di silenzio, un ulteriore inserto musicale goliardico e sferzante), segnano un passaggio successivo, lo sforzo di aprirsi al mondo e provare a unire i popoli in amistà, appunto, mediante il linguaggio unico universale della musica. Bisogna ammettere che il risultato di “Giavoun” e “Amistà” è veramente lodevole. Nel primo brano la fusione di tabla, ektara, chitarra battente, organetto, basso e voci crea un magnifico effetto di “CalabroIndianità”. Mentre nella title-track è il canto in lingua araba di Eslam Adamo Mohamed a intrecciarsi con il dialetto calabrese nel disperato sogno di “libertà, bellezza e dignità, mondo di verità, amore ed amistà” di quello che sembra essere a tutti gli effetti un profugo. Ecco un punto nevralgico, la strumentazione “global”. Come in certi autobus a tarda notte ci si ritrova immersi in un mondo di sguardi, odori e colori estremamente vario, al punto che fuori la strada potrebbe essere indifferentemente Roma, il Cairo o Cadice, così ogni traccia di quest’album regala un’atmosfera anzi, una geografia sonora differente. Gli strumenti calabresi (la zampogna a moderna di Bruno Tassone o la lira calabrese, i fischiotti e il malarruni di Angelo Pisani, senza dimenticare l’organetto di Antonio Codispoti) si combinano, traccia dopo traccia, con strumenti provenienti da altre aree del Mediterrano o dall’Oriente (tabla, bouzuki, batá, darbuka, riq, campana tibetana). La terra d’origine è presente oltre che nella strumentazione anche nelle tematiche, ad esempio nella tipica formula recitata per scacciare le disgrazie in “Ma l’uocchiu”, oppure nel testo di “Mercialuoru”. Per non parlare della rilettura, in dialetto calabrese (e in stile Parafoné), del capolavoro del duo Fabrizio De André – Mauro Pagani, “Sidun”, dall’album “Crêuza de mä” (1984). Vera delizia è, infine, “Dorma”, sorta di ninna nanna calabra ma dalle caratteristiche nordiche. La chitarra acustica solista, il giro armonico e il canto duro, sono tutti elementi che rimandano a certe ballate che impreziosiscono alcuni album provenienti dall’Europa settentrionale, ma l’ingresso di pipita, organetto e tamburo a cornice, mutano improvvisamente il paesaggio sonoro, e un vento di suoni caldi e calabri scioglie il ghiaccio. 


Guido De Rosa