Omerita Ranalli - Canti e racconti dei contadini d'Abruzzo. Le registrazioni di Elvira Nobilio (1957-58), SquiLibri, 2015, pp. 160, libro con CD, Euro 20,00 

Scrive Pietro Clemente nella prefazione: «La ricerca sulla memoria non serve a salvare il passato ma a salvare il futuro». Occorre partire da questa osservazione – che dall’ambito museale caro all’antropologo, nuorese di nascita ma di magistero romano e, soprattutto, toscano, si allarga ai documenti sonori – nel chiedersi a cosa servano oggi le registrazioni sul campo di musiche, canti e testimonianze orali. Come quelle fissate, con ogni probabilità con un Gelosino (registratore a bobine portatile dal vasto uso in contesti familiari e amatoriali) da Elvira Nobilio (scomparsa nel 2011), giovane studentessa, appena ritornata dalla Sicilia, dove aveva partecipato alle pratiche nonviolente di Danilo Dolci. Per la sua tesi di laurea Nobilio, allieva del folklorista di tradizione prebellica Paolo Toschi, titolare della cattedra di Tradizioni Popolari a Roma, si rivolge ad analizzare la vita tradizionale dei contadini del suo Abruzzo, dà un taglio interpretativo a cavallo tra filologia comparata e demologia. Servendosi della mediazione della sua coetanea Antonietta Ciantra, la laureanda di estrazione borghese entra nelle case dei contadini, mettendo a punto una ricerca tra le campagne di Penne, in provincia di Pescara, situato a metà strada tra il Mare Adriatico ed il Gran Sasso. Per la collana “I giorni cantati”, che l’editore romano Squilibri costruisce in sinergia con il Circolo Gianni Bosio, Omerita Ranalli, ricercatrice presso l’Archivio Sonoro “Franco Coggiola”, esamina la vicenda culturale di Nobilio, producendo una meticolosa analisi storico-critica di questi contributi davvero unici, collocabili cronologicamente immediatamente dopo le campagne di Nataletti, Carpitella e Lomax e ben prima di altrettanto significativi interventi di ricerca realizzati negli anni Sessanta e Settanta. Siamo in un Abruzzo all’epoca ancora isolato dalle direttrici principali della Penisola, in una fase di transizione del mondo contadino. In effetti, la rilevazione di Nobilio si prefigge di cogliere i mutamenti che investivano queste realtà rurali, documentando il cambiamento, il passaggio alla modernità, di cui sono consapevoli i contadini che fanno fatica a entrare nel mondo moderno (l’emigrazione, la scomparsa dei lavori artigianali, i nuovi divertimenti di massa, i conflitti etici, ecc.). I racconti e i canti (nella documentazione di Nobilio manca la musica strumentale), finora inediti, fissati sul CD allegato al volume, aprono uno squarcio emozionale sulla cultura contadina abruzzese attraverso stornelli – a cominciare da “Mo’ se ne va lu sole” – canti a dispetto, canti di cantastorie, motivi devozionali (soprattutto quelli dedicati a Sant’Antonio Abate), canti rituali, modelli musicali di derivazione autorale diffusi come tradizionali anche per opera delle numerose corali su cui si sofferma l’analisi di Ranalli (davvero bello “So’ jte a fa’ la jerva a lu cannete”) filastrocche, canti infantili, ballate e narrazioni. Dopo aver collocato i materiali sonori sul piano dei repertori e delle forme espressive di tradizione orale nel contesto abruzzese, Ranalli offre le trascrizioni complete dei canti e dei racconti di vita contadina, che sono stati suddivisi in sezioni. Si parte dai canti sul lavoro (“Lavorare stanca”), proseguendo con le forme di religiosità popolare (”La devozione popolare”), le rappresentazioni carnevalesche (“Carnevale maestro dei carrati”), le esperienze della guerra (“La memoria della guerra”), le rime infantili (“L’infanzia e i canti iterativi”) fino alla tradizione narrativa (“Le ballate e le storie”). Non sempre nelle note di Nobilio sono riportati i nomi degli cantori e delle cantatrici: questione attribuibile forse all’enfasi posta sul contenuto dei canti, nel solco di studio filologico, piuttosto che sull’aspetto performativo che avrebbe dato più rilevanza agli esecutori. Nondimeno, ciò che, tra le altre cose, si avverte ascoltando i materiali è la capacità della studiosa locale di ridurre il senso di distacco dagli informatori e dalle informatrici. Lo sottolinea Enrico Grammaroli, ricercatore del Circolo Gianni Bosio incaricato della catalogazione e del “trattamento” dei materiali audiovisivi, nel suo puntuale saggio “Il fondo Elvira Nobilio dell’archivio sonoro ‘Franco Coggiola’”, che analizza dal punto di vista tecnico, acustico, ambientale i documenti sonori e gli scatti relativi alla ricerca della Nobilio (14 foto in b/n). Difatti, la distanza sociale spesso scompare in registrazioni che sono state realizzate in ambienti domestici, si avverte il clima di partecipazione e di familiarità che s‘innesca, pur non aderendo la Nobilio pienamente alla prospettiva di Bosio, il quale auspicava di non “spegnere mai il magnetofono”, per la sua capacità di documentare l’evento prima che il contenuto. Una bella opera, che si configura come ulteriore tassello per la comprensione della vita musicale di tradizione orale d’Abruzzo, che negli ultimi decenni si è arricchita dei contributi sostanziali di Domenico Di Virgilio e Carlo Di Silvestre. Si rende disponibile una pluralità di voci, che vengono dal passato, e che sono chiavi di accesso a un sapere unico, che allargano i nostri orizzonti culturali, esperienziali, musicali e politici, che sono indispensabili fonti orali: “vita che racconta la vita”. 

Ciro De Rosa