Marco Bardoscia – Tutti solo (Off Record Label, 2015)

“Mi piaceva da morire il brano di Monk, ‘Round Midnight’ e volevo imparare a suonarlo. Così ogni sera, dopo averlo suonato, andavo da Monk e gli chiedevo: ‘Come l’ho fatto stasera?’ E lui, tutto serio: ‘Non bene’. La sera successiva uguale, e quella dopo uguale ancora, per diverse sere mi diceva: ‘Non si suona così’, a volte con un’aria esasperata e maligna”. Basterebbe questo racconto, contenuto nell’autobiografia del grande Miles Davis, per dissuadere ogni musicista dal cimentarsi in quello che paradossalmente è invece uno degli standard assoluti del jazz con oltre 200 interpretazioni (registrate). A questa nutrita schiera si è aggiunto recentemente anche Marco Bardoscia. Trentaquattrenne, originario di Galatina (Le), all’attivo un diploma in Conservatorio e diverse collaborazioni importanti (Paolo Fresu, Maria Pia De Vito, Gianluca Petrella, Rita Marcotulli, Antonello Salis, fra gli altri), Bardoscia nella sua ultima fatica discografica propone un’insolita versione per contrabbasso solo di questo brano già di per sé armonicamente complicato e scorbutico, ma dalla sensuale linea melodica. Nell’album “Tutti solo” (Off, 2015) trovano posto anche dodici brani inediti a sua firma, un’altra cover di prestigio (“Hallelujah, I love her so” di Ray Charles) e un tradizionale della sua terra (“Damme nu ricciu”). Decidere di chiudersi in sala di registrazione in compagnia solamente del proprio strumento non è semplice, specialmente se questo non è il tradizionale e autosufficiente pianoforte o l’emancipata chitarra, ma il bisbetico contrabbasso. La scelta di Bardoscia è quindi musicalmente audace e già per questo da incoraggiare, e si muove nella stessa direzione di altri contrabbassisti come Federico Marchesano e Stefano Risso (di cui abbiamo già parlato nei mesi passati) che proprio recentemente hanno voluto affidare al contrabbasso in solitaria le proprie intime e sussurrate intuizioni creative. È innegabile quindi che “Tutti solo” risulti di non facile ascolto e richieda un approccio curioso ed esplorativo. Qualche traccia come “Preghiera”, “Mi Do” e soprattutto “Impro I e II” si avvicina più a una certa melodicità, forse sulla scia di esperienze d’ascolto classico come “L’elefante” - da “Il carnevale degli animali” di Camille Saint-Saëns -, uno dei pochissimi casi di contrabbasso protagonista. Mentre ad esempio, i brevissimi (0:25 e 0:21) duetti di gorgheggi vocali e svolazzi contrabbassistici di “Paperino” e “Paperoga” o enigmatico “L’importanza della carta” scivolano nello stravagante, e per alcuni magari nel ridicolo. Sicuramente apprezzabile l’idea di “CantaTina”, in cui lo strumento è padroneggiato al punto da somigliare alla voce umana che si diletta, senza troppo prendersi sul serio, nel canto (e in certi momenti la si ascolta veramente, leggera e all’unisono). Le prove migliori restano le già citate “Hallelujah, I love her so” e “Damme nu ricciu” ma in particolare “L’uomo nero di Idrusa”, traccia nella quale sono evidenti delle sovraincisioni. Un disco fatto unicamente del “suono nudo del contrabbasso, il mio respiro, il rumore e tutti i suoni dello strumento” - come ama sottolineare Bardoscia -, è una bella sfida, un po’ come quella che animava Miles Davis davanti al capolavoro di Monk. Per la cronaca il 17 luglio 1955 al Festival di Newport la strepitosa esecuzione di “Round Midnight” da parte del grande trombettista, convinse e affascinò Thelonius Monk il quale, fatalità, lo accompagnava al pianoforte. Chissà se dopo l’ascolto di “Tutti solo”, il giudizio sarà simile a quello monkiano: “Si, si suona così”. 


Guido De Rosa