Eskorzo - Camino de fuego (Venga Music, 2014)

La band di Granada Eskorzo ci conferma a modo suo la vitalità della scena musicale spagnola. Capace di accogliere e valorizzare artisti e band differenti. Le quali, da prospettive spesso opposte, elaborano linguaggi riconducibili alle tradizioni espressive più diffuse del paese. Può sembrare addirittura fuori luogo ricondurre la musica degli Eskorzo a un quadro anche vagamente tradizionale (per quanto, come è ovvio, la categoria non è limitativa - non lo è più, specie in ambito internazionale - e anzi ha assunto, direi compiutamente, i tratti e le dimensioni di uno spazio molto ampio e capace), ma non credo sia veramente inappropriato. Tanto è vero che la prima impressione che si ha ascoltando “Camino de fuego” (e buona parte degli altri quattro album in studio che lo precedono e che compongono la discografia del settetto nato nel 1996) è un’impressione “di Spagna”. O, se si vuole fare un po' più attenzione (pur continuando a giocare con l’indeterminatezza di definizioni come queste), un’impressione “sudamericana”. Riecheggiata innanzitutto nella lingua e, un po' più a fondo, nella prospettiva di conciliarla con suggestioni provenienti da un panorama sonoro composto da world music e reggae, ma anche afrobeat, jazz, rocksteady, drum&bass. Insomma una cosa sicuramente complessa, composita, piena di ritmo, di parole, di strumenti che si sovrappongono e alternano su una base ritmica incessante, di melodie sempre perfettamente incastrate sulle cadenze precise di basso e batteria (contrappuntate dalla chitarra) e spinte all’inverosimile. Ma anche di dialoghi interessanti, sia sul piano melodico e armonico, sia sul piano degli arrangiamenti. “Amenza fantasma”, ad esempio, è uno dei brani di punta dell’album (lanciato con un video divertente e molto semplice, che lascia però trasparire, se non alcune delle soluzioni più congeniali alla band, alcuni tratti del suo carattere: prima di tutto autoironia, seguita da leggerezza ed evidenti capacità di orientarsi nei generi di riferimento). È un brano dritto e compatto, sia nel ritmo che nelle costruzioni melodiche. Queste ultime sono affidate principalmente alla voce, alla quale si alternano i fiati (trombone, tromba e sassofono) reiterando una frase semplice, dall’andamento discendente, che viene annunciata sin dall’inizio del brano. Tutti gli altri strumenti (batteria, basso, chitarra ed elettronica) convergono nel ritmo ostinato. Nel quadro del quale si produce un effetto curioso, che nasce evidentemente dentro l’elaborazione del rapporto tra batteria ed elettronica. La batteria ha un ruolo “di base”, che si configura attraverso il mantenimento di un beat semplice ma sicuro, costruito solo su cassa e rullante. Il resto dei battiti (che si espandono non tanto sul piano timbrico ma piuttosto ritmico) sono affidati all’elettronica. Il risultato è una piacevole ambivalenza che può anche assurgere a rappresentare una buona parte del progetto sonoro di questo gruppo. Da un lato un riferimento fermo, riconoscibile e acustico, riconducibile a una batteria ridotta all’osso, a un assemblaggio dei pezzi fondamentali, nel quadro del quale le uniche variazioni riguardano l’uso del charleston, percosso, in passaggi determinanti, con accelerazioni e fraseggi sincopati. Dall’altro lato il movimento espanso di un fascio di beat elettronici, che avvolge tutti gli altri strumenti e sostiene l’andamento frenetico del brano. Questa accortezza (un’ambiguità di struttura, elaborata nella scrittura e incisa nelle esecuzioni) si riflette nelle relazioni tra gli altri elementi. Basta soffermarsi sulla voce per comprendere come tutto sia incastrato in questa metodologia: non realizza un vero e proprio canto, cioè una melodia particolarmente curata o differenziata. Sembra piuttosto interessata a marcare quella struttura ambigua, in modo da riprodurre e sviluppare la divergenza di base: stavolta insieme ai fiati e alla chitarra. Tra i brani più interessanti (in scaletta ce ne sono dieci) vanno segnalati “Mambo zombi”, “Tiempo del sueno”, “Suave” (con Celso Piña e Coque Malla) e “Ojalà estuvieras aqui”. 


Daniele Cestellini