Viva La Taranta. Intervista con Phil Manzanera

Figura centrale del Concertone conclusivo della Notte della Taranta, il Maestro Concertatore è l’artista che dirige l’orchestra popolare e firma gli arrangiamenti originali, caratterizzando i brani della tradizione musicale salentina con la sua personale cifra stilistica. A partire dalla prima edizione del 1998 diretta da Daniele Sepe, moltissimi sono stati gli artisti nazionali ed internazionali che si sono avvicendati in questo ruolo dall’indimenticato Piero Milesi all’ex batterista dei Police Stewart Copeland, da Ambrogio Sparagna a Mauro Pagani fino ad arrivare alle più recenti edizioni in cui sono stati protagonisti Ludovico Einaudi, Goran Bregovic e Giovanni Sollima. Maestro Concertatore dell’edizione 2015 del Concertone è stato Phil Manzanera, chitarrista e produttore inglese ben noto per i suoi trascorsi con i Roxy Music di Bryan Ferry e più di recente al fianco di David Gilmour. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione di “Viva La Taranta”, disco che raccoglie una selezione di dodici brani estratti dal concertone tenutosi a Melpignano lo scorso 22 agosto, ed insieme a lui abbiamo ripercorso la sua esperienza nel Salento, soffermandoci sul suo approccio alla musica tradizionale e sulla scelta degli ospiti internazionali. 

Puoi raccontarci del tuo primo contatto con la musica tradizionale salentina?
Nella mia storia musicale tutto ho sempre apprezzato le sfide per le nuove esperienze musicali, soprattutto se si tratta di lavorare con musicisti di altri paesi, al di fuori dell’Inghilterra e dell’America. 
Quando, lo scorso anno in questo periodo, mi hanno proposto di andare a Melpignano a vedere l'Orchestra, ed a provare a scoprire la pizzica, ero interessato ma onestamente non mi rendevo conto di quanto lavoro ci sarebbe voluto, e quante sfide avrei dovuto affrontare. Quando sono arrivato alle prove ed ho sentito il beat del “tamburello”, mi è piaciuto subito il groove. Sono cresciuto in America del Sud, e anche allora con i Roxy Music ho sempre amato la musica con un forte aspetto ritmico.  Il “tamburello” da solo è stato sufficiente per me, e mi sono sentito subito preso da questo ritmo, poi ho capito di dover fare molto lavoro di ricerca. Non conoscevo niente della pizzica, non ero mai stato in Puglia, così come non sapevo niente del tarantismo. Ho imparato tanto da questo progetto. Non mi è stato subito chiaro quanto difficile sarebbe stato. Dopo aver accettato, l’allora direttore artistico Sergio Torsello, purtroppo scomparso prematuramente lo scorso anno, era molto contento e subito ho chiesto se avevano mai avuto a che fare con un groove sudamericano. Lui mi ha chiesto che cosa potessi portare nel gruppo e gli sono piaciute le idee su cui intendevo lavorare. Mi diede le registrazioni sul campo del 1953 di Alan Lomax, dicendomi che potevo basare il lavoro su quelle. Wow, è stata una delle cose più difficili che abbia mai dovuto fare. Sono stato preoccupato a lungo. Ho iniziato a studiare, a sperimentare da solo a casa al computer, e a pensare come avrei potuto fare. E poi alla fine sono arrivato al punto di dire: “Bene penso di aver capito come procedere”.

Questo approccio musicale è presente anche nel tuo nuovo album “Out of Blue” ed in particolare in “Tramuntana”…
“Tramuntana” è legata all’esperienza sui Pirenei vicino Figueras, in uno studio fuori dal quale si sentiva un forte vento di tramontana. Il lavoro con gli spagnoli, i ricordi, il mio stato d’animo del mio ritorno in albergo dove ascoltavo il vento soffiare e scuotere. Mi piace mischiare le cose, sperimentare (ride)…

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato lavorando agli arrangiamenti?
Guarda, mi sono reso conto di due cose: molte registrazioni sul campo non hanno accompagnamento musicale ma presentano solo i cantori che cantano a capella. Quando ho cercato di inserire degli accordi al di sotto, ho provato a pensare qual era il tempo o il beat primario del tamburello. E mi sono reso conto che normalmente è un tempo ternario, tra 89 e 98 battiti al minuto.  Ogni volta che percuotono il tamburello, anche se è un tempo in 12/8, è quasi come se suonassero una batteria sul tamburello.Una battuta in quattro sulla grancassa, la fanno sul tamburello. Analizzando il ritmo, ho capito che il groove era il legame tra rock, disco, house e tutta la musica cha si ascolta e la battuta sul tamburello. Cercavo indizi e modi per trovare la via. Ho messo giù un beat e ho suonato gli accordi sotto il canto a cappella. Da lì, gradualmente, tutto si è evoluto. Ho fatto ascoltare qualcosa a Sergio Torsello, chiedendogli: “Va bene? È nella direzione giusta?”. 
Poi ho parlato con Mauro Durante, chiedendogli consigli e anche lui è stato molto d’aiuto.  E poi ancora Matteo Saggese, che vive a Salerno, che è diventato il mio complice musicale. In tutte le registrazioni che ho fatto, siano esse con David Gilmour, i Roxy Music o gli 801 c’è sempre un team di persone che ti aiuta. È quello che mi piace. Quando ho fatto ascoltare gli arrangiamenti all’Orchestra anche loro hanno dato suggerimenti. Questo significa unire le persone, è un evento culturale, sono conversazioni musicali tra persone di diverse culture per ragioni positive.

Com’è stato suonare con i musicisti dell’Orchestra de La Notte della Taranta? 
Non c’è stato alcun problema. Ho suonato con musicisti di tutto il mondo, musicisti sudafricani dall’Argentina, dal Brasile, dal Messico, da Cuba:  suono sempre allo stesso modo. Perfino con Gilmour o i Roxy Music suono allo steso modo, ma ciò che cambia è il contesto. Fortunatamente, ho trovato il modo di inserire la mia chitarra con i musicisti con cui suono. È una questione di ascoltare ciò che suonano loro, e trovare lo spazio. Se il groove è buono, è come per il jazz: ascolti le altre persone, provando a conversare con gli altri musicisti per creare qualcosa insieme, qualcosa di speciale. 

Vedendo dal vivo il Concertone, la prima sensazione avuta, è stata quella di essere di fronte a strutture musicali che valorizzavano molto le voci. Come si è indirizzato il lavoro in questo senso?
Enza Pagliara si è presa l’incarico dei occuparsi dei cantanti. Mi piace Enza e fortunatamente parla anche spagnolo quindi abbiamo potuto comunicare facilmente. Sapeva quali voci erano adatte a una particolare canto e non ho dovuto scegliere. C’erano alcune canzoni in griko, ma solo uno o due cantanti dell’orchestra erano in grado di cantare il griko. C’erano alcuni cantanti molto bravi che volevo sentire. Per esempio, in un brano volevo che Antonio Amato fosse libero di improvvisare. Lui ha fatto una meravigliosa improvvisazione, usando la voce come uno strumento. Non avrei potuto farcela senza l’aiuto di Enza.

Passando agli ospiti, con quale criterio li hai scelti?
All’inizio ho pensato ai molti italiani che sono emigrati nell’America del Sud nell’Ottocento e Novecento e che hanno influenzato la musica argentina e di altri Paesi latinomaericani.  Volevo riportare qualche influenza sudamericana. Ho provato con diverse persone, che erano disponibili e con cui avevano lavorato, come Andrea Echeverri, che è colombiana, è moderna, rock, matta, amabile e talentuosa: è considerata da alcuni la Annie Lennox del Sud America e un modello per le donne. Volevo una cantante sudamericana che non fosse prevedibile, e lei ha portato la percussionista Catalina Ávila. Poi ci sono Paul Simonon e Tony Allen. Volevo qualcuno dall’Africa e sapevo che Tony Allen aveva lavorato con Damon Albarn in The Good, the Bad & the Queen, dove suonava anche Paul Simonon. Poi tutti hanno amato i Clash, sarebbe stato interessante collocarlo in un contesto differente. Inoltre, ho pensato ai tanti popoli che nei secoli che hanno invaso quella parte d’Italia, e tra di loro ci sono stati gli spagnoli. Volevo qualcuno che rappresentasse l’influenza della musica spagnola. La grande cosa di Raúl Rodríguez è che suona uno strumento cubano, ma è davvero unico per come lo suona in stile flamenco. Loro hanno fornito tutti gli ingredienti per la zuppa. Poi ho aggiunto al mix la violinista Anna Phoebe, che molti volevano vedere suonare perché è una grande performer. 

Com’è nata l’idea di realizzare il disco “Viva la Taranta”?
Poiché sono anche un produttore discografico, mi piace registrare quello che realizzo. Per una registrazione appropriata, ho portato un ingegnere del suono dall’Inghilterra ed è venuto giù il miglior fonico italiano con la sua attrezzatura. Volevo essere certo di avere una buona registrazione. Sapevo ci sarebbe voluto troppo tempo per avere tutto il concerto, così abbiamo fatto una selezione per questa prima realizzazione. È un po’ un assaggio da far uscire subito prima di Natale. Verrà poi pubblicato un libro, per chi interessato, con tutto il concerto, e con documenti sulla storia del tarantismo e sulla pizzica. 

Come hai selezionato i brani per la tracklist?
Hanno insistito che ci fossero, ovviamente, tre brani con Ligabue. Personalmente ne volevo due in questa versione, ma hanno voluto che ce ne fossero tre. L’intero concerto sarebbe stato troppo lungo: tre ore e mezza, con questo disco volevo dare un assaggio. Ci sono le pizziche che rappresentano le nuove versioni di questa danza, ed ho voluto che ci fossero i brani che mostravano l’influenza latina. Non ho voluto che ci fossero i brani degli artisti ospiti, che ci riserviamo per il prossimo album. Per esempio, “The Sectret Agent” di Tony Allen, che abbiamo fatto, è stata fantastica. Ci riserviamo di inserire il resto nel prossimo disco. Ad aprile, ci sarà tutto.  

La pizzica pizzica è strettamente legata al fenomeno del tarantismo. Come hai approcciato la ricontestualizzazione di questa forma coreutica?
Una cosa è il ritmo, un’altra sono i testi, il contesto, e i temi. Ero consapevole di voler conservare le parole e i significati delle diverse registrazioni musicali, soprattutto quelle fatte da Lomax, ma far emergere anche che questa tradizione si è evoluta e che avesse un appeal sui più giovani anche in un contesto differente. Ho ascoltato molti dei giovani musicisti che suonano la pizzica pizzica, o band come il  Canzoniere Grecanico Salentino ed ho visto come stanno sviluppando e come tengono viva la loro cultura. Ero davvero consapevole di non volere spingerla agli estremi in modo che i più giovani potessero apprezzarla.  Ero consapevole che si trattava di un concerto per 200.000 persone che volevano divertirsi. Se ne fai qualcosa di troppo intellettuale… i ragazzi vogliono divertirsi con il groove della pizzica, mangiare e bere… Sono considerazioni importanti da fare.

Concludendo, sarai ancora tu il Maestro Concertatore il prossimo anno?
No! Anche se mi piacerebbe. Per l’anno prossimo ho accettato di far parte del tour mondiale con David Gilmour. Andremo in Sud America la settimana prossima, poi negli Stati Uniti, in Europa di nuovo in estate, forse in Italia. Non sono mai stato disponibile per un secondo anno. Inoltre, pensandoci, non so cosa potrei fare di diverso. È tempo per qualcun altro di accettare la sfida. In nove mesi ci ho messo tanto tempo e impegno, non penso potrei tirare fuori qualcosa di più, rispetto a quanto ho fatto.



Salvatore Esposito
Traduzione, revisione ed adattamento Ciro De Rosa


Orchestra Popolare “La Notte della Taranta” maestro concertatore Phil Manzanera – Viva La Taranta (Warner Music, 2015)
Il Concertone che conclude il festival “La Notte della Taranta” è sin dalle sue primissime edizioni un evento unico, e forse irripetibile non solo per la presenza dei vari artisti ospiti nazionali ed internazionali sul palco, ma soprattutto per gli arrangiamenti originali curati dal Maestro Concertatore, il quale rilegge la tradizione musicale salentina attraverso il suo background e la sua personale cifra stilistica. Negl’anni abbiamo assistito ad attraversamenti e commistioni sonore dal rock al jazz, dalla musica balcanica a quella classica fino a toccare la musica contemporanea, e questo con buona pace delle tante polemiche più o meno costruttive che sin dai primi anni hanno animato il confronto tra addetti ai lavori, etnomusicologi, e musicisti. Senza addentrarci in valutazioni critiche retrospettive, è importante porre l’accento su come la comune radice etimologica che lega tradizione e tradimento abbia caratterizzato tutte le diciotto edizioni del Concertone, svelandoci aspetti inesplorati della musica salentina ora nell’incontro con altre sonorità, ora nella riscoperta di radici sonore comuni, ora ancora evitando semplicemente la sua museizzazione. Certo questo non può rappresentare la scusante per le scelte sbagliate e gli errori commessi, ma è senza dubbio una traccia importante su cui lavorare per il futuro. E’ per questo che la pubblicazione di un documento sonoro del Concertone ci sembra necessaria non solo per cristallizzare l’unicità dell’evento, ma anche per costruire una memoria sonora per l’ascoltatore. Negl’anni purtroppo non tutte le edizioni sono state documentate compiutamente, di alcuni addirittura non resta che qualche traccia video, ma in altri casi ci sono pervenuti dischi interessanti come nel caso del pregevole cd più dvd che documenta il concertone del 2003 diretto Stewart Copeland, o dei due album che raccolgono le registrazioni della direzione di Ambrogio Sparagna, o ancora del più recente album che presenta una selezione di brani tratti dall’edizione 2010 con protagonista Ludovico Einaudi. Ad arricchire questa piccola (e seppur parziale) discografia del Concertone, è arrivato “Viva La Taranta” nel quale è racchiusa una selezione di dodici brani tratti dall’edizione 2015 diretta dal chitarrista Phil Manzanera, coadiuvato per l’occasione dai due assistenti Enza Pagliara (voce) e Antonio Marra (batteria). Nonostante negl’anni l’Orchestra Popolare abbia via via perso elementi importanti, l’organico della scorsa edizione raccoglieva alcuni tra i migliori musicisti salentini ovvero Riccardo Laganà, Carlo “Canaglia” De Pascali, Roberto Chiga, Martina Zecca (tamburi a cornice), Gianluca Longo, Massimiliano De Marco, Attilio Turrisi (corde), Roberto Gemma (mantici), Silvio Cantoro (basso), Alessandro Monteduro (percussioni), Nico Berardi (fiati), e Claudio Prima (organetti), e le straordinarie voci di Alessia Tondo, Ninfa Giannuzzi, Stefania Morciano, Alessandra Caiulo, Antonio Amato, Antonio Castrignanò, Pietro Balsamo, Giancarlo Paglialunga. Quanti hanno avuto modo di seguire l’evento dal vivo, durante l’ascolto coglieranno  sin da subito l’enorme differenza con il live, infatti laddove sul palco di Melpignano non è stato possibile percepire tutte le sfumature melodiche e ritmiche che caratterizzavano gli arrangiamenti di Manzanera, su disco si ha ben più chiara la metodologia che ha caratterizzato il suo lavoro in fase di rielaborazione dei brani tradizionali. Merito questo di una registrazione accurata e di un mixaggio impeccabile, così come determinate è stato l’apporto dell’ingegnere del suono dei Pink Floyd, Andy Jackson che ne ha curato la masterizzazione. In questo senso si apprezza maggiormente anche l’apporto dei vari ospiti speciali che si sono alternati sul palco come Paul Simonon, Tony Allen, Anna Phoebe, Raul Rodriguez e Andrea Echeverri. Ad aprire il disco sono i rintocchi di una campana lontana che schiudono le porte al canto d’amore “Dove vai bella fanciulla” con le voci soliste di Antonio Amato e Giancarlo Paglialunca a guidare il crescendo strumentale dell’intreccio tra corde e mantici e nel quale si inserisce il coro delle voci femminili e il solo della chitarra elettrica di Manzanera. Si prosegue con una travolgente “Pizzica degli Ucci” in cui spicca l’eccellente lavoro di Enza Pagliara nel valorizzare le voci dell’Orchestra, la scansione ritmica di tamburi a cornice e batteria, ma soprattutto la chitarra flamenca di Raul Rodriguez. Se dal vivo il canto in griko “Agapimu Fidela Protinì” ci era sembrato non propriamente a fuoco, su disco ne apprezziamo viceversa l’intensità interpretativa di Antonio Amato e gli echi di tango che ne caratterizzano l’arrangiamento. Si prosegue prima con la trascinante versione di “Cucuruccu” e poi con l’omaggio ad Uccio Aloisi “Fiore di tutti i Fiori”, entrambe caratterizzate dall’alternarsi al canto delle voci dell’orchestra. Gli arrangiamenti di Manzanera si sposano in modo sorprendente con le melodie tradizionali e senza stravolgerle le colorano ora di ritmi latin ora di groove rock, con l’aggiunta di qualche bella intuizione come nel caso della brillante versione dalle nuances sudamericane di “Pinguli Pinguli”, in cui spicca la partecipazione di Andrea Echeverri alla voce. Visto nell’ottica del documento sonoro acquistano maggior senso anche i tre brani interpretati da Ligabue, ovvero il tradizionale “Ndo Ndo Ndo”, a cui seguono “Il Muro del Suono” e “Certe Notti” e dal proprio songbook. Laddove il cantautore di Correggio non sembra molto a suo agio nel cantare in dialetto salentino dà il meglio di sé interpretando i suoi brani che al riascolto non dispiacciono in questa veste rock-world con la complicità di Paul Simonon al basso e Tony Allen alla batteria. Le energiche versioni di “Pizzica de Aradeo” e “Pizzica di San Vito”, ci conducono al finale in cui non poteva mancare “Kali Nifta” a suggellare un lavoro pregevolissimo, che ci consente di entrare nel vivo dell’eccellente lavoro di Phil Manzanera come Maestro Concertatore. Certo ci sarebbe piaciuto riascoltare anche l’inedito “Pizzica Manzanera” o la straordinaria rilettura di “Secret Agent” di Tony Allen, ma ci consola sapere che presto sarà disponibile su disco l’intero concerto.


Salvatore Esposito