Tina Refsnes - No one knows that you’re lost (Vestkyst Records, 2015)

Tina Refsnes è una giovane cantautrice norvegese, di base a Oslo. Il suo album di debutto è appena uscito e si intitola “No one knows that you’re lost”. È stato prodotto dalla norvegese Vestkyst Records ma registrato quasi per intero a Toronto (ad eccezione della voce di “Alaska”, uno dei brani più interessanti in scaletta), e precisamente ai 6 Nassau Recording Studios. Leggendo le varie notizie che interessano la Refsnes in internet, si individuano facilmente alcune tra le definizioni più retoriche che sono state attaccate alla sua produzione e, in generale, al suo stile (alcuni brani confluiti nell’album sono online da qualche tempo, anche se, nella maggior parte dei casi, in versione acustica e live). E che rimbalzano più o meno tra “english new-folk” e “acoustic americana”, fino a tirare in ballo Neil Young Joni Mitchell. Io credo che la sua musica sia soprattutto connotata dai luoghi in cui è stata prodotta, inventata, che evidentemente coincidono con i luoghi “della” Refsnes. Lo dico con una certa imprudenza, ma tant’è: dopo aver ascoltato gli undici brani confluiti in questo ottimo album, ciò che rimane sopra ogni altra cosa è l’atmosfera, l’aria che si muove davanti a una voce morbida e profonda, definita da un timbro molto riconoscibile e allo stesso tempo sfuggevole, quasi soffocato da un sospiro continuo, reiterato, da una specie di idea che affiora a ogni passo e contrae il flusso delle parole e della musica. La musica, poi, è il riflesso chiaro dell’atteggiamento della Refsnes (è arricchita con lap steel guitar, chitarra elettrica, violoncello, piano, organo, percussioni, “wine glass”, “hand claps” e “foot stomps”): circonda la sua voce per riscaldarla, per amplificarla. Mai per coprirla o incastrarla in un o sviluppo che si allontana troppo dalla matrice, cioè dallo spazio nel quale tutto è nato e ha preso forma: la voce, appunto, e la chitarra acustica. Sì perché la chitarra di Tina è l’altra protagonista dell’album. È evidente che lì nascono i brani, dentro strutture mai scontate e riverberate in un’armonia articolata. E che riescono a mantenersi come nervi saldi dentro l’esecuzione di una band delicata e senz’altro in linea con l’atmosfera di cui sopra, capace di interpretare al meglio la forza e l’immaginazione cui rimandano (attraverso tratti anche molto differenti tra loro) i brani dell’album. Una volta riconosciuto questo ordine – che si sviluppa e reitera dal primo all’ultimo pezzo – non rimane che godersi l’interpretazione. E incuriosirsi e affascinarsi con le varie modulazioni dei pochi ma essenziali suoni che integrano la voce e la chitarra. Tornando, per chiudere, alla chitarra, va detto che produce un suono e fornisce una struttura sempre ben saldi. E, anche quando percorre combinazioni riconducibili al folk più tradizionale, esprime variazioni interessanti e spesso inaspettate. A volte attraverso una modulazione personale, altre attraverso il timbro, sempre chiaro e ferroso, legato a una evidente propensione della Refsnes per dissonanze appena accennate, ma che aprono a uno scenario straniante e del tutto nuovo. Lo si può verificare in diversi brani, ma se si ascolta “Put it away”, “Spoilet rotten blues” e Told” il modus della Refsnes si configura in modo più definito. In particolare nel primo di questi tre brani. Nel quale, sebbene (anzi in virtù del fatto che) sia organizzato dentro una forma e un andamento più pop, la dissonanza di chitarra e voce, che si produce nella parte centrale, emerge con molta evidenza. E lasca trasparire uno dei tratti più essenziali dell’intero progetto: un linguaggio sostanzialmente nuovo (come detto, personale), ricomposto, rimodulato dentro una grammatica conosciuta e condivisa. 


Daniele Cestellini