Maria Berasarte - Agua en la boca. Au-delà du Fado (Accords Croisés, 2015)

La voce incantevole di Maria Berasarte ha tutte le caratteristiche per interpretare il fado contemporaneo, pur dentro un quadro di riferimento evidentemente tradizionale: è profonda, estesa, votata a una lirica emozionale, espressiva, drammatica. Le sue intenzioni non sono quelle di trasformare il genere, ma piuttosto di avvicinarsi ad esso con uno sguardo analitico. Per ricomporlo, riproporlo, sottolineando gli elementi più strutturali che lo connotano non solo come un “genere musicale”, ma come un racconto, una produzione poetica: la rappresentazione di un modo di vivere, di sentire, di vedere.“Todas las horas son viejas”, il primo lavoro discografico della cantante galiziana, è stato accolto con entusiasmo sopratutto per questi motivi, ricevendo riconoscimenti ufficiali e critiche positive non solo in Spagna, Portogallo e Francia (i paesi che delimitano più marcatamente la sua area di elezione), ma anche in Belgio, Grecia, Italia, Svizzera, Macao e Mozambico. Paesi dove la Berasarte si è esibita e continua ad esibirsi e a collaborare con numerosi musicisti. L’album, pubblicato da Universal nel 2009 e dichiaratamente dedicato alle “canzoni di Lisbona”, ha attirato l’attenzione di Carlos do Carmo, veterano del fado e vincitore nel 2014 di un Grammy Latin Award alla carriera. Il quale ha invitato la Berasarte a esibirsi in occasione del concerto per i suoi quarantacinque anni di carriera, suggellandone il rapporto con il mondo del fado. Mondo nel quale, volendo schematizzare senza però semplificare troppo, la si definisce più o meno così: “la migliore cantante straniera di fado” (è evidente che il processo è lungo e complesso: rimane il fatto che non sia portoghese e che, nonostante questo, canti il fado, lo canti in più bene e abbia le idee chiare). Maria non si è però fermata qui. Anzi. Ha raccolto tutto quello che aveva intorno - da Lisbona al Mozambico - e ha elaborato una visione più articolata. Imperniata sugli elementi che in queste pagine trattiamo spesso (la commistione, la sovrapposizione degli stili, riconfigurati dentro un progetto libero dai vincoli formali), ma che in questo caso si situano dentro i due poli più significativi della musica e della creatività della Berasarte (spesso definita dalla critica come la voce del “fado spagnolo”). Da un lato il fado e il Portogallo. Dall’altro la Spagna e il mondo del flamenco. Al centro si è andata configurando una costellazione di musicisti che concorrono a creare un linguaggio più complesso e pieno di nuovi spunti. E che contribuiscono a definire uno stile originale, determinato da mille sfumature (dai silenzi, dalle pause, dalle linee melodiche allungate) della voce: Niño Josele, Jose Luis Montón, Javier Limón, Ara Malikian, Carlos Núñez, Edson Cordeiro, fino a Gianmaria Testa e Gabriele Mirabassi. Da tutte queste collaborazioni è nato “Súbita”: il passo successivo, la nuova fase (quella più evoluta) in cui converge il panorama immaginato dalla Berasarte. L’album è uscito non molto tempo fa e contiene arrangiamenti di musicisti straordinari, come Jose Luis Montón alla chitarra flamenco e José Peixoto (ex componente dei Madredeus) alla chitarra classica. Anche questo lavoro ha raccolto un successo unanime, soprattutto perché riesce a contenere agevolmente tutte le componenti (in alcuni casi formalmente divergenti) di cui si è detto finora. Va da sé che, nel suo insieme, è un lavoro più articolato e meno definibile. Se non attraverso alcuni elementi che legano il flusso musicale: una costante tensione intimista, una metodologia di scrittura e arrangiamento volta a sottrarre gli apporti strumentali a favore delle infinite dinamiche della voce e, infine, il ricorso ad alcuni brani che corroborano le scelte progettuali della Berasarte: “Palhaço” di Egberto Gismonti (compositore brasiliano di origini italo-libanesi), “Txoria, txori” di Mikel Laboa (tra i più importanti rappresentanti della musica basca) e “Piensa en mí” di Agustín Lara (compositore e cantante messicano legato principalmente al genere bolero). Tutti questi elementi – organizzati nel solco delle piacevoli divergenze che hanno caratterizzato la breve ma intensa storia discografica e produttiva della cantante spagnola – sono ora convogliati nella raccolta “Aguaenlaboca. Au-delà du Fado”. Si tratta di un lavoro molto ricco. È composto da sedici tracce selezionate dai due album di cui si è parlato in queste righe e, per questo, rappresenta come meglio non si potrebbe l’idea della Berasarte e le soluzioni che ha finora individuato per svilupparla. 


Daniele Cestellini