Italian Sounds Good: Pablo e Il Mare, Banda Elastica Pellizza, La Rosta, Sei Ottavi, W. Victor, La Rocha, Alia, Tu, Eridana, Casablanca

Pablo e Il Mare – Respiro (Libellula/Audioglobe, 2015)
È giunto al terzo disco in studio il progetto torinese, Pablo e Il Mare, costruito intorno alla figura di Paolo Antonelli: cantante, chitarra e autore di testi e musiche. Al suo fianco Marco Ostellino (batteria e percussioni), Andrea Ferraris (pianoforte e sintetizzatori), Francesco Coppotelli (violino), Fabrizio “Brisiu” Cerutti (basso elettrico e contrabbasso). “Respiro” (Libellula/Audioglobe, 2015) è nelle intenzioni e nella sostanza un disco estivo. Perché allora parlarne oggi? È probabile che l’ascolto di un album così pieno di mare non dispiacerà affatto a chi in questi giorni, prima di uscire da casa, si avvolge in una grossa sciarpona, schiaccia ben bene il berretto di lana in testa e indossa guanti (ahimè) rigorosamente predisposti al touch dello smartphone. Dopo il buonissimo esordio discografico di “Onde” (2006) e il successivo “Miramòr” del 2011, Pablo e Il Mare offre all’ascoltatore un viaggio marittimo. Simbolicamente il porto di partenza è “Tortuga” uno stabilimento balneare proprio nell’ultimo giorno di bassa stagione, avvolto in una milonga malinconica favorita dalla tromba e flicorno di Michele Bernabei, e soprattutto il violino che (con chitarra e pianoforte) caratterizza fortemente le sonorità di tutto il disco. Tappe successive sono l’omerica “Nausicaa” dal ritmo piuttosto vivace e “Ferdinandea”, quest’ultima con la sua eccezionale storia d’isola “sottomarina” del canale di Sicilia. La navigazione a base di bossa si spinge fino “A Bahia” e poi addirittura in Estremo Oriente (“Giappone”), dove il rock si combina a qualche cliché musicale giapponese nella parte pianistica. La scelta della stagione estiva come atmosfera generale del disco non è casuale ma figlia della volontà di proporre per l’estate (il disco non a caso è uscito lo scorso maggio) un pop - tormentone stilisticamente ricercato e curato nei testi (si pensi alla delicata “Sottovoce” o all’affascinante “Ferdinandea”) in opposizione a quel consueto prodotto ascolta e getta, frutto dello spietato sodalizio vacanziero fra radio ed establishment discografico. In quest’ottica, l’ascolto invernale di “Respiro” può senza dubbio rivelare la riuscita o meno dell’audace progetto artistico di Pablo e Il Mare, un tormentone infatti, non arriva mai “a mangiare il panettone”.

Guido De Rosa

Banda Elastica Pellizza – Embè? (Incipit/Egea, 2015)
Finalmente liberi dalle ferree leggi del marketing e dell’asfissiante mercato discografico la Banda Elastica Pellizza, per la prima volta in veste di co-produttore, dà vita al suo terzo disco, dal programmatico titolo “Embè?” (Incipit/Egea, 2015). Come si potrebbe definire la BEP? Senza dubbio un’emanazione, se non addirittura l’incarnazione, della personalità creativa e un po’ folle di Daniele “Pellizza” Pellizzari voce e chitarra acustica, ma soprattutto autore di musiche e testi della band torinese. A sostenerlo e supportarlo in questa sua volontà e gioia creativa sono Andrea Sicurella (chitarra elettrica e clarinetto), Beti Bertolio (tastiere e fisarmonica), Alessandro Aramu (basso, contrabbasso e cori) e Paolo Rigotto (batteria, percussioni e cori). In “Embè?”, senza dubbio l’album della maturità dopo il successo di pubblico e critica nel 2008 del disco “La parola che consola” (Targa Tenco/Siae) e il non memorabile “Oggi no” del 2011, emergono prepotentemente le parole d’ordine del loro far musica: divertimento, ironia ed eclettismo. Le prime due balzano all’occhio già solo osservando la copertina del disco con i cinque disegnati in abbinamento d’abiti casuale e bizzarro (ricordate il gioco anni ‘90 “Gira la moda”?) dall’artista Umberto Massa; per non parlare poi dei non-sense dei titoli delle tracce (su tutti “Tiro a Campari” e “Hare Hare Cellulare”). Il terzo elemento - l’eclettismo - è invece tutto racchiuso nella varietà degli stili delle 12 tracce. Se la lezione dei grandi maestri Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè e Paolo Conte resta il seme della creazione musicale (l’eloquio verbale e l’andamento ritmico di “Le chiappe della moglie di Ernesto” sfiorano l’imitazione), ogni brano poi acquista caratteristiche proprie e per nulla scontate. Si ha così la vaga impressione di ascoltare De Andrè rappare in “Bara per te” e Gaber in versione country in “Le forze disarmanti”. Da segnalare “Liscio”, dominata dall’organo Hammond, raffinata accusa verso chi “va liscio”, cioè pensa solo a se stesso e per questo per lui «sempre tutto liscio filerà», mentre la società va a rotoli. L’attenzione maggiore per gli arrangiamenti, l’accuratezza dei testi, la critica e satira sociale allo stesso tempo poetica e graffiante - «ho sviluppato una vena sarcastica / ho cesellato una frase poetica / ho registrato un disco che vive anche dopo di me eheh» (da “Embè?”) - sono i segni dell’avvenuta maturità della BEP. Il disco è in sintesi una raccolta di brani sì canticchiabili che strappano il sorriso, ma allo stresso tempo invitano a riflettere e guardarsi intorno con maggiore coscienza critica.

Guido De Rosa

La Rosta – Roba Lieve (iCompany, 2015)
Nato dall’incontro tra il bassista dei Modena City Ramblers Massimo “Ice” Ghicci e il chitarrista dei Nuju Marco Goran Ambrosi, il progetto La Rosta ispirandosi nel nome ad un quartiere popolare di una città dell’Emilia, propone una interessante commistione sonora tra folk e rock, Via Emilia e West, nel quale si inseriscono colori, sapori ed aromi differenti, che spaziano dalle sonorità Mediterranee alla canzone d’autore fino a toccare il country-rock degli anni Settanta. Dopo oltre un anno di frequentazione artistica, speso a comporre a quattro mani i nuovi brani nella mansarda di casa tra strumenti acustici ed elettronici, questo sorprendente duo ha deciso di cristallizzare su disco fortunato incontro musicale, e grazie ad una campagna di fundrising, ha dato alle stampe “Roba Lieve”. Rifinito e mixato da Andrea Rovacchi presso lo storico studio Bunker di Rubiera (RE) il disco raccoglie undici brani intrisi di vita vissuta nel quale schegge di introspezione si mescolano a visioni oniriche, avvolte dal dialogo tra il bouzuki e la chitarra elettrica retto dalle tessiture ritmiche della batteria elettronica. Ad aprire il disco è il country-western di “Per un momento ancora”, a cui segue il trascinante folk-rock di “Canzone sui binari n.1” nella quale spicca il testo ricco di suggestioni letterarie. L’elettronica che pervade la title-track ci conduce nel cuore del disco con l’introspettiva “Solitudine”, ma il ritmo torna a farsi sostenuto con la scanzonata “Troppo tempo qui da solo” che rimanda a certi episodi vicini al punk-folk dei Pogues. Lo strumentale “Via Adua” apre poi la strada alla pianistica  “Tra i tuoi suoni”, il brano forse più cantautorale del disco, ma è con “L’Estate dell’80” con i ricordi che si intrecciano ai fatti di cronaca, che si tocca il vertice del disco. Sul finale arriva quel gioiellino che è “Le lucciole scitilla”, e le storie di vita quotidiana di “Emma”, fino a “Lizzy Luz”, brano dai tratti quasi noir che chiude il disco. Ben lungi dal proporre l’ennesima versione rivista e corretta del folk-rock dei Modena City Ramblers, il progetto La Rosta è una bella novità nel panorama musicale italiano.

Salvatore Esposito

Sei Ottavi – Vucciria (NotaPreziosa/KelidonEdizioni, 2015)
«Vucciria: termine del dialetto siciliano derivante dal vocabolo francese boucherie; è il nome di un antico mercato palermitano. Per estensione definisce un allegro vociare». Con questa specifica si apre il booklet che illustra con ricche immagini in costume e foto in scena il disco “Vucciria”, figlio di uno spettacolo con cui il gruppo dei Sei Ottavi (Germana Di Cara, Alice Sparti, Ernesto Marciante, Kristian A. Thomas Cipolla, Vincenzo Gannuscio, Massimo Sigillò Massara) ha girato i teatri d’Italia e d’Europa. L’ensemble vocale formatosi nel 2006 e con all’attivo due album “InOnda” (2007) e “Cinematica” (2010), ha acquistato notorietà soprattutto con alcune apparizioni televisive nelle trasmissioni “Viva Rai Due” e “X Factor”. Non ci si lasci ingannare però da quello che si potrebbe definire “fattore televisivo” che spesso si accompagna a una certa commercialità del prodotto musicale. “Vucciria” è qualcosa di assolutamente insolito. È un progetto surreale che nasce intorno al concetto di mercato, inteso come luogo d’incontro e di scambio, dove realtà molto diverse convivono e sono a stretto contatto. Il disco si propone di portate nel mondo le voci e gli odori di uno dei più celebri mercati d’Italia: «Su venite vinnemu / a merci cchiù rrara / meiccanti di chiazza, noi…Semu tutti ’a Vucciria!». Senza dimenticare che già nel 1974 il mercato di Palermo è entrato prepotentemente nel mondo dell’arte grazie ad un dipinto di Renato Guttuso, oggi considerato fra i suoi quadri più celebri. A rendere tutto ancora più simile a una “sinfonia da mercato” è la scelta del genere “a cappella”. Così la polifonia e la riproduzione, mediante le voci, di effetti sonori onomatopeici, mouth-drumming, o che ricordano strumenti musicali, creano addirittura in “Heaven” un fantastico riadattamento vocale di “Stairway To Heaven” dei Led Zeppelin. L’ascoltato lascia senza dubbio un po’ spiazzati, così come lo sono gli stessi protagonisti della prima traccia, “Rock Memory”, sorta di concertato operistico sulla musica di “Bohemian Rhapsody” dei Queen: «Ma cos’è? Non lo so / Senti un po’ That’s a memory / Yes, just the Queen! / Forse no, sembra Figaro…/ No! Sai cos’è? Senti me / Sembra Opera ma sono i Queen / Forse è solo un po’ di classica…». È possibile che teatro di farsa, rock, musical, opera lirica, musica di tradizione si mescolino dando vita a uno spettacolo sonoro originale? Nella Vucciria tutto diventa possibile, parola dei Sei Ottavi.

Guido De Rosa

W. Victor – Che Bella Cacofonia (Ottokar Records, 2015)
Che W. Victor sia un personaggio molto eccentrico lo testimoniano il titolo e la copertina del suo quinto album: “Che Bella Cacofonia” (Ottokar Records, 2015). Certo vedere in copertina l’autore delle musiche e dei testi coprirsi le orecchie per sfuggire alla (sua?) musica assordante e sconvolgente che lo circonda, non è che sia proprio invogliante. In realtà osservando bene si noterà che c’è un occhio aperto, furbo, che guarda dritto verso l’ascoltatore. È la chiara testimonianza che l’artista belga sa bene ciò che vuole e crede nella sua musica al punto da non necessitare di un titolo o di una presentazione accattivante, anzi tutto l’opposto! Si tratta di un progetto non facilmente inquadrabile, si potrebbe parlare di un cocktail carnevalesco di generi. C’è di tutto, folk-punk, cantautorato italiano, cabaret, musica balkan e sonorità del mediterraneo, ma soprattutto una serie di ombre musicali che aleggiano sugli altoparlanti durante l’ascolto, su tutte quelle di Goran Bregovic, Vinicio Capossela e Paolo Conte. Questi ultimi due forse anche in ragione della presenza, fra le 12 tracce, di moltissimi pezzi in lingua italiana. Ecco allora che oltre all’eccentricità esibita, e forse perciò artefatta, si palesano le qualità essenziali di W. Victor ovvero eclettismo e audacia. L’inizio è senza dubbio folgorante con “E Carnevale” dall’incedere ondeggiante e il canto balbettante come quello di un ubriaco. Sulla stessa lunghezza d’onda saranno la ballabile “Taranbella”, la rapidissima “Azerty Uiop” e soprattutto la title track, che su un tappeto di contrabbasso e tripudio di stravaganti ottoni con pianoforte, si mostra nel testo come un manifesto programmatico di quello che si potrebbe chiamare “Victor pensiero musicale”. Fisarmonica e voce caratterizzano la più placida “Sempre canto per lei”, dal romantico e autobiografico verso: «Se canto per mille persone / lo stadio pieno di fans / l’adrenalina a me mi fa sognare / ma alla fine, penso a te / e sempre canto, canto per lei». Terminato l’ascolto di questo disco così avvincente, frizzante e carnevalesco chissà quanti, come in “E Carnevale”, affermeranno, disgustati guardandosi intorno: «Pfff il mondo reale!»

Guido De Rosa

La Rocha – La Rocha (Kurumuny, 2015)
Vi state domandando che cosa sia La Rocha? Potreste sentirvi rispondere semplicisticamente: «La Rocha è una comunità musicale salentina». Qualcuno, più poeticamente dirà: «“La Rocha” in un’inflessione del dialetto salentino è la brace, anzi la parte più resistente, quella che prende vita più tardi quando tutta la legna perde la sua forma originale per diventare un cumulo di materia incandescente». Qualche altro, dalla formazione accademica più marcata, parlerà di: «un meltin pot di esperienze musicali, come rock, punk, reggae, folk». La Rocha è sì tutto questo e non solo. Nasce nella primavera del 2011 con l’idea di mettere insieme le suddette esperienze musicali per contribuire alla costruzione di un mondo migliore. Ecco allora che nell’omonimo primo album “La Rocha” (Kurumuny, 2015) i protagonisti sono gli ultimi, gli emarginati, quelli che abitano le periferie della città o in senso più ampio le periferie del mondo. Non a caso il primo singolo tratto dal disco, “Un Re”, descrive la malinconica e paradossale figura di un clochard intellettuale - «prima di dormire ripeteva la lezione per alunni di passaggio davanti alla stazione» - e del suo cane Napoleone (nome quanto mai singolare in questo contesto!) che percorrono la città nella totale noncuranza della gente, temendo soltanto le ingiurie della notte. Se l’obiettivo è quello di dar voce musicale a una riflessione socio-politica, se si vogliono cantare le brutture del mondo come le favelas brasiliane (“Città di Dio”), l’Ilva di Taranto (“Fiumi e Canzoni”), gli omicidi di mafia (“Luglio”), il gasdotto TAP (“La gioventù”), i disumani viaggi della speranza (“La decisione”), allora si necessita d’imponente legna musicale da gettare nel fuoco perché diventi “la rocha”. A far questo ci pensano Enrico “Castigliani” Moscatelli alla voce, Salvatore Galiotta alla chitarra acustica e cori, Marco Santoro Verri al basso, Gianni De Donno alla fisarmonica e korg, Valentino Costantini alla batteria, Matteo De Luca alla chitarra elettrica e un gruppo di occasionali e amichevoli collaboratori. Si deve ammettere che sonorità e stile dei La Rocha ricordano forse un po’ troppo gruppi già noti come Modena City Ramblers, Ratti della Sabina e altri epigoni, ma i difficili temi toccati sono sempre attuali e necessari, d’altronde…«a noi non resta che questa vita» (da “Strade”).

Guido De Rosa

Alia – Asteroidi (Neverlab Dischi, 2015)
Messosi alle spalle l’esperienza con la band funk-rock Quarto Capitolo con cui ha realizzato due Ep, Alessandro Curcio a partire dal 2013 ha dato vita al progetto Alia, con il quale ha dato alle stampe l’interessante Ep “Ària”. A caratterizzare il suo approccio musicale è l’incontro tra le sonorità pop degli anni Ottanta di gruppi come gli Everything But The Girl e Denovo con la canzone d’autore italiana, dando vita ad uno stile senza dubbio accattivante. Se a prima vista la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un progetto musicale arrivato fuori tempo massimo andando più a fondo, ed ascoltando attentamente le sue canzoni si percepisce il tratto originale ed innovativo del suo songwriting. A due anni di distanza dal debutto Curcio ha dato alle stampe “Asteroidi”, il suo primo disco sulla lunga distanza che lo vede affiancato da un eccellente produttore come Giuliano Dottori e da due ospiti d’eccezione ovvero Cesare Malfatti alla chitarra acustica e Raffaella Destefano alla voce. Il disco mette in fila dieci brani autografi nei quali Curcio si racconta senza filtri parlandoci delle sue insicurezze, della difficoltà di superare le delusioni affettive, delle sfide che la vita ci presenta ogni giorno, il tutto in una dimensione quasi confessionale che consente all’ascoltatore di specchiarsi nei suoi testi. Durante l’ascolto ad emergere sono certamente brani come l’iniziale “Bouquet”, l’electropop di “Cats” in cui spicca la voce della Destefano, e quel gioiellino che è “Golden Hawn” in cui brilla la partecipazione di Cesare Malfatti, ma nel complesso a funzionare è il disco nella sua interezza come dimostrano anche le meno immediate “Musa” e “Verso Il Centro”. Insomma “Asteriodi” è un ottima opera prima che ci consente di apprezzare a pieno tutte le potenzialità di Curcio e del suo progetto Alia.

Salvatore Esposito

Tu – Non avrai altro Duo all’infuori di (Altipiani/Audioglobe, 2015)
“Non avrai altro duo all’infuori di” è il primo disco di Sebastiano Forte e Federico Leo. Un album di esordio è sempre una scommessa, non semplicemente un punto di partenza, ma già un’ipoteca sul futuro. Se l’album poi nel titolo cita le Sacre Scritture e di rimando il De Andrè del “Testamento di Tito” ovviamente, le attese crescono esponenzialmente. In realtà il sodalizio fra Forte (voce, chitarra e loop) e Leo (voce, batteria e pedali) è nato per caso così come il loro progetto discografico, questa imprevedibilità traspare nell’approccio al disco traducendosi in 18 tracce di pura voglia di fare musica e divertirsi (su tutte la title track “Nonavraialtroduoallinfuoriditu”). Non manca il desiderio di omaggiare (o parodiare?) epoche musicali passate, come ad esempio la dance music anni ’80 in “Robot girl” sulla quale aleggia innegabilmente la “Valley Girl” di Frank Zappa (1982), manifesto assoluto della parodia musicale e della vacuità delle teenager anni Ottanta. Si passa poi a “Se c’è una cosa che mi fa impazzire” cover divertita e scimmiottata (si guardi il video ufficiale del brano girato in bianco e nero ricreando le stesse scene dell’originale) del brano inciso da Mina nel 1967 composto da Canfora e Amurri, o al racconto dell’ennesima convalescenza dopo una rottura sentimentale nel blues “Io senza te”. Se “44322” è costruita praticamente solo su un assolo virtuosistico di chitarra con massicci effetti di pedali e batteria, il rock spensierato (soprattutto nel testo) fa capolino in “Hold you”, mentre psichedelia e funky trasudano dalla piacevole “Quartless disco”; si consiglia anche “Primo giugno” non semplicemente jazz e la delicata e strumentale “#13”. Più in generale ogni traccia potrebbe rispondere in maniera differente alla fatale e fatidica domanda «ma che musica fanno questi Tu?» C’è materiale succulento per ogni gusto, quindi TU avanti col prossimo progetto!

Guido De Rosa

Eridana – IT Decay (Eridana, 2015)
Emanuele Bartoli (chitarra e voce), Francesco Garrone (batteria) e Alessandro De Berti (basso), al secolo gli Eridana, fanno il punto della situazione nel nuovo disco “IT Decay” (Eridana, 2015). A ventisei anni dal primo album dei Nirvana (“Bleach”, 1989) e soprattutto a sedici anni dall’esordio degli italiani Verdena (“Verdena”, 1999) la decadenza è ancora la parola d’ordine della nostra società e la rock band romana lo ribadisce prepotentemente. D’altronde il video ufficiale della title track, uscito nel febbraio scorso per la regia di Edoardo Palma, non lascia molti dubbi in merito, con quel burattino - allo stesso tempo inquietante e toccante - che attraversa la città osservandola fra il perplesso e lo sconvolto, al punto da scrivere significativamente sul muro le due parole “IT” per “Italia” e “Decay” cioè “decadenza”. Il burattino legge il giornale: “la nuova tv dell’impero di Mangiafuoco”, “la Cat&Fox vola in borsa” sono metafore visive veramente apprezzabili e perfette della realtà, ma per questo ancor più terrificanti. Se le sonorità dalle tinte grunge degli Eridana non rappresentano un qualcosa di originale, se la loro proposta musicale non è innovativa (“Bolle” non potrebbe sembrare la cover italiana di un brano di Cobain?), il loro album merita comunque di essere ampiamente lodato per la sua dichiarata volontà di scuotere il pubblico, di arrivare attraverso le orecchie al cuore atrofizzato e coperto di orpelli superficiali dell’umanità. Fra le particolarità apprezzabili – già ampiamente lodata dalla critica – c’è la scelta, in un tempo di potente esterofilia, di scrivere e cantare in italiano, senza per questo ritrovarsi penalizzati sul versante poetico o contenutistico, ne è uno splendido esempio “Rohypnol”. Nel complesso il disco guadagna punti con lo scorrere dei minuti, dalla critica generazionale urlata nel brano di apertura “IT Decay” e la rabbia priva di filtri edulcorativi del successivo “Odio me”, si giunge alle vette espressive con “Traccia Fantasma”, Goccia di sangue” e la penultima traccia “No name”. Il trittico appena citato libera pienamente le potenzialità della band sul piano creativo ed emozionale.

Guido De Rosa

Casablanca – Casablanca (Ostile, 2015)
E’ il tema del tradimento, visto nella dimensione affettiva ed in quella interiore a caratterizzare il primo disco omonimo dei Casablanca, band composta da Max Zanotti (Voce, chitarra, e produzione), Giovanni Pinizzotto (basso), Stefano Facchi (batteria), e Filippo Dallinferno (voce, chitarra), quattro strumentisti di grande esperienza che hanno unito le forze per dar vita ad un sound originale nel quale confluissero tutte le sfumature sonore che hanno caratterizzato la musica rock dagli anni Settanta agli anni Novanta. L’ascolto però non si riduce ad un viaggio nel tempo tra stilemi e linee melodiche già note, ma piuttosto ci offre una fotografia nitida di una band con idee e spunti originali. Il disco raccoglie undici brani intensi, serrati, in cui i Casablanca mettono in luce tutte le loro potenzialità spaziando con disinvoltura dall’hard rock alla ballad. Ad aprire il disco sono due brani di grande impatto chitarristico come “Gelido” in cui i Casablanca raccontano le facce oscure dell’amore, e “Il Cielo delle Sei” nella quale ad emergere è il desiderio di ricerca di una via di fuga. Si prosegue con il prog-rock della ballad “La Percezione di Un Addio” che rimanda a certe pagine della PFM, e la trascinante “Non Lo Volevo” che ci conduce nel cuore del disco dove a spiccare sono la sinuosa “5 Cose” e la vibrante “Radio Sputa” un brano dal tratto radiofriendly irresistibile. Se “Ti Chiedo Scusa” e “Il Mio Silenzio” rialzano il tasso elettrico, “Non So Mai Dirti Che” è una ballata acustica tutta giocata su un elegante arpeggio. Chiudono il disco la potente “Ghiaccio sulle mani” e la sofferta “Legami gli occhi” in cui emerge il dramma dell’eroina e dell’abbandono. Insomma questo disco di debutto dei Casablanca è una bella sorpresa per gli appassionati del rock made in Italy.

Salvatore Esposito