I colori del flamenco: La Jose, Trio Fernandez, Manolo et ses Gitans, Los Ninos De La Noche

Proponiamo qui una breve rassegna di musica flamenco. O meglio di produzioni legate al genere, ma che, come emerge chiaramente dalle considerazioni sui singoli album, interpretano questo complesso insieme di tradizioni espressive in modi differenti. Gli artisti selezionati danno conto di prospettive a volte agli antipodi. Ma allo stesso tempo ci informano sulla vitalità di un genere musicale (di un riferimento culturale, di un immaginario articolato e diffuso in uno spazio sicuramente internazionale) che ha fatto conoscere al mondo grandi interpreti e a cui molti guardano come a un esempio interessante di persistenza. Non solo musicale, ma anche sociale e, quindi, identitaria. Sono almeno due gli elementi che emergono più nettamente dai quattro album che abbiamo scelto. Il primo è legato al fatto che tre delle band sono prodotte da case discografiche francesi e (non so se è un caso) sono accomunate da una retorica promozionale che insiste molto su informazioni riconducibili allo stesso tempo alle radici gitane e all’internazionalismo del genere. Un genere che, soprattutto per quanto riguarda Manolo et ses Gitans e Los Ninos de la noche, ricalca, senza variazioni significative, quello che ha fatto la fortuna dei Gipsy Kings (con i quali gli artisti in questione hanno in comune la residenza francese e, quindi, la distanza “fondativa” dall’Andalusia). Il secondo elemento è quello che rimarca la distanza tra la musica proposta da queste due band e quella di La Jose, la cantautrice spagnola cha ha prodotto “Espiral”, il suo secondo album solista, nientedimeno che con la Arc Music. “Espiral” si situa di diritto in una forma musicale sperimentale. Nella quale è evidente il riferimento alla tradizione gitano-flamenca, ma in relazione diversi tratti che la legano a molte altre forme espressive. Delle quali La Jose, grazie anche al supporto di ottimi musicisti, riesce a individuare gli elementi più corrispondenti alla sua visione “andalusa”: indipendente, profonda, straniante. A metà strada tra questi due poli si situa “Cante Gitano” del Trio Fernandez: un flamenco subito riconoscibile ma senza l’impatto del ritmo pieno e sovrapposto delle chitarre e delle percussioni. Più meditato e scarno, imperniato sulla voce e aperto alle variazioni contrappuntistiche del violino. 

La Jose – Espiral. Iberian & Flamenco fusion (Arc Music, 2015) 
La cantante e compositrice spagnola Josefina Gómez Llorente, alias La Jose, è considerata una delle voci di punta della tradizione flamenco e non solo. Il suo nuovo album, dal titolo “Espiral” (il secondo prodotto come solista), è un piccolo capolavoro, per i motivi che schematizzo qui di seguito. Il genere che ha imbastito si allaccia a molti stili e contaminazioni: certo c’è il flamenco tradizionale (la sua voce, la chitarra di Victor Iniesta, collaboratore di Manolo García e Miguel Campello, che firma insieme a Jose gran parte dei tredici brani in scaletta, oltre a curare molti degli arrangiamenti), ma c’è un mondo intero da cui provengono idee e suoni. E che genera la consapevolezza che accorpare e sovrapporre è una forma di linguaggio, che apre un cerchio sempre più grande e capace di includere lo spazio infinito della contaminazione. In questa chiave “Espiral” – che ha ricevuto recensioni favorevoli non solo in Spagna (si può leggere a questo proposito la lunga intervista che Rao Badanmohan ha fatto a Josefina per World Music Central) – si configura come un album simbolo del flamenco contemporaneo. Arricchito, seguendo semplicemente il filo che lo ha sempre avvolto e ne ha determinato le realizzazioni più importanti, attraverso le tradizioni musicali iberiche, l’immaginario delle flamenco songs, le melodie sefardite e atmosfere e strumenti della musica classica indiana (con Nantha Kumar alle tabla e percussioni). Lo scenario che apre la ricca strumentazione è complesso ma estremamente efficace (slide guitar, hand claps, chitarra spagnola, flauto traverso, pianoforte, congas) e, in questo caso, assume un valore simbolico importante. Riconducibile alla necessità di sperimentare una serie di riflessi che possono generarsi anche dalle strutture più tipiche del genere flamenco. Il brano “Nocerá”, apparentemente più semplice e scarno di molti altri, è uno dei più significativa della prospettiva della Jose. È introdotto dalla chitarra che percorre, senza accennarla compiutamente, la linea melodica della voce, per poi esplodere attraverso una serie di armonizzazioni vocali strabilianti. La chitarra mantiene il suo ruolo di sostegno e di collante armonico, sostenuta da un battito di mani leggero e qualche soffio di percussioni. Quando però, dopo il secondo gruppo di strofe, interviene da solista, chiama in causa la slide guitar indiana, con cui impasta un suono brillante e teso, che sospende e dilata il brano fino a introdurre l’ultima parte di canto, più corale e disteso. 

Trio Fernandez – Cante Gitano (Bam boîte à Mus, 2015) 
È interessante “Cante Gitano”, l’album del Trio Fernandez, soprattutto perché l’atmosfera generale che emana è distesa, fluida, e tesa allo stesso tempo. L’organico di base è costituito da tre musicisti – Raphaël (voce), Manuel (chitarra e cori) e José Fernandez (cajon e percussioni) – i quali, sebbene ricorrano spesso alla coralità impressa nel genere, riescono a mantenere una certa delicatezza nell’approccio generale, che sostiene una produzione equilibrata ed esclusivamente acustica. Anche nei brani più sostenuti (“Quando va llegar”) la trama disegnata dal dialogo di pochi strumenti (chitarra, hand claps e violino) riesce a mantenersi in superficie. E l’effetto è piacevole, appagante, perché la struttura riserva uno spazio più congeniale alla voce solista, che rimane l’elemento più significativo della formazione. Una voce di base rauca ma molto estesa, ricca di melismi meno convenzionali, che si producono non solo in corrispondenza delle sillabe finali ma anche dentro le parole. L’effetto che produce è molto coinvolgente, più vicino alla tradizione araba e arabo-andalusa. “Se la lleva al aire” è il brano più significativo in questo senso. Il trio lavora molto attentamente sul sostegno della voce – che introduce il brano con un canto urlato e stridente, reintrodotto in modo più ostinato e pieno anche nella parte centrale e nel finale – individuando delle variazioni molto equilibrate con la chitarra (la cui ritmica varia continuamente, toccando punte molto accentuate e intense) e con le mani. Nella parte finale del brano interviene anche il violino con un sibilo acuto, in perfetto contrappunto con un ritmo molto sincopato definito con chitarra e hand class. 

Manolo et ses Gitans – La Fiesta (Nuages Productions, 2015) 
In arte Manolo, Manuel Gimenez non ha bisogno di troppe presentazioni. Soprattutto perché, quando si parla di flamenco, un cenno al suono roboante di Chico & The Gypsie, di cui è stato la voce fino al 2010, lo si fa (quasi sempre). E da lì si arriva diritti agli onnipresenti (anche se in parte tramontati) Gipsy King, di cui, a sua volta, Jalloul "Chico" Bouchikhi è stato uno dei fondatori. Questa premessa è grossomodo sufficiente a comprendere di cosa tratti “La fiesta”, l’album che Manolo ha pubblicato con i “suoi” Gitans: flamenco spinto, chiassoso ma preciso, cadenzato al secondo, con chitarre addensate in una ritmica serrata ma allo stesso tempo virtuose, una voce (ovviamente) in perfetto stile euro-gypsie. Vale a dire forte, piena, estremamente melodica e perfettamente calata nell’immaginario corrente che inquadra questa forma internazionalista di musica mista, tradizionale, etnica, localistica ecc. Manolo ricalca ogni tratto di questa prospettiva composita. E lo fa dentro uno stile sicuramente conosciuto (e che il grande pubblico si aspetta) dal quale emerge comunque un certo mestiere: soprattutto nella selezione degli elementi più determinanti del genere. Che tornano netti, senza sbavature, attraverso il ritmo, i battiti all’unisono delle chitarre, i melismi della voce che prolungano le ultime sillabe delle strofe, una chitarra – quella di Mario Regis – che fa saltare a ogni nota, assorbendo tutto il rumore in fraseggi inverosimili. L’album si apre e si chiude con tre classici. Il primo è “Bamboleo”, che rispetta gli elementi più classici del genere, anche se con alcune variazioni piacevoli, riconducibili soprattutto alla presenza dei fiati. Gli ultimi due sono “Volare” e “My way”. Entrambi sono molto curati sul piano degli arrangiamenti (forse più degli altri brani), grazie a piccoli dettagli che arricchiscono le strutture e le armonie. In generale, comunque, nulla di nuovo, se non il piacere di ripercorrere due tra le melodie più affascinanti della produzione musicale occidentale. 

Los Ninos de la Noche – Futuring (Nuages Productions, 2015) 
Los Ninos de la Noces è una formazione flamenco-gitana tutto sommato classica. È composta da tre chitarre (tra queste alle lead guitar vi è Ptrik Miermon), percussioni e “clavier”. La sua produzione – di cui nell’album “Futuring” è convogliata una selezione di dodici tracce – può essere considerata “classica” per quanto riguarda la matrice, la struttura generale entro cui è inquadrata la scrittura e la produzione. Allo stesso tempo, però, lascia affiorare alcune prospettive più sperimentali, che si evidenziano soprattutto nell’uso di una strumentazione elettronica (“Boum boum mi reina”) e in alcune collaborazioni con artisti che si muovono in altri ambiti musicali. In questo senso si può leggere la presenza di Soner in “Vivo mi passion”, brano non inserito nell’album ma che campeggia sul sito della band come una sorta di manifesto. E in questo senso credo possa assumere il miglior significato, perché gli interventi del rapper (in francese), scuotono la struttura stessa del brano, accennando a uno spazio plausibile in cui il flamenco della band può tramutarsi in qualcosa di nuovo, di diversamente contemporaneo. Tornando all’album, se si escludono i suoni elettronici, si riconosce un andamento molto tradizionale. Anche qui, infatti, gli elementi più determinanti sono le chitarre all’unisono le quali, anche quando si alternano all’unisono delle voci, non sempre producono una melodia, ma un ostinato costruito sul modello classico. La melodia, in alternanza alla voce, è sostanzialmente affidata alla linea del basso, che segue sempre un movimento lineare appena sincopato. Anche le percussioni sono omogenee, sempre composte e compatte, sebbene in alcuni casi (“Gina”) emergano con dei frammenti più accentuati, interrompendo e variando il flusso del brano. “Un Ange” è il brano più originale in scaletta, soprattutto perché la band riesce ad assorbire alcuni echi sudamericani: il ritmo è più fluido e da una trama più larga riesce a emergere un’armonia più articolata e curata, alla quale partecipano anche le percussioni, allacciandosi al contrappunto del “clavier”. Uno dei pezzi più interessanti è senz’altro “Romancia de mi madre”, cantato in francese, nel quale il lavoro di incastro delle voci e di combinazione delle chitarre è più evidente e misurato. 



Daniele Cestellini