Giuliano Gabriele – Madre (iCompany, 2015)

Il ritmo madre di Giuliano Gabriele
Il suo nome si era posto all’attenzione del pubblico e della stampa con “Melodeonia (World Tarantella)”, disco più che promettente, pieno di riferimenti alle tradizioni del Sud Italia ma anche di variegate influenze sonore, alla cui riuscita ha contribuito un cospicuo numero di musicisti. Noi di “Blogfoolk”, non lo avevamo certo sottovalutato, anzi vi avevamo detto di tenere d’occhio questo organettista trentenne di padre italiano e mamma francese, nativo di Sora, ma residente a Castelliri, nel frusinate. Un musicista molto attivo come compositore, frontman di gruppi musicali, all’occorrenza attore di teatro, nonché direttore artistico di festival che insistono sul suo territorio.  A tre anni di distanza, Giuliano Gabriele presenta “Madre”, che porta come sottotitolo “The hypnotic’ Dance’s time”. Non si tratta di soli balli, piuttosto sono soprattutto canzoni in dialetto ciociaro e in italiano, sviluppate a partire dal ritmo di quel ballo che nel nostro Sud si declina in espressività diverse e ricche di sfumature, ma che conosciamo come ‘tarantella’. È lo spirito di chi, non senza ambizione, intende portare il suono trad a un pubblico più vasto, senza smarrire, tuttavia, le proprie origini. “Madre” è un album a più voci compositive, Gabriele non è solo, si circonda da valenti musicisti e collaboratori, che hanno contribuito alla costruzione del repertorio. Su tutti, svetta Lucia Cremonesi, autrice dei testi originali in italiano, senza nulla togliere agli altri strumentisti dell’ensemble o agli autori che hanno contribuito ai testi, tra cui un posto di rilievo spetta senz’altro al poeta-cantastorie-cantore Fulvio Cocuzzo. Lo scorso ottobre Giuliano Gabriele e i suoi compagni hanno vinto il Premio Andrea Parodi a Cagliari con “Lettere dalla Francia”: un successo meritato per un progetto che mostra una direzione precisa, e che riunisce musicisti giovani. Lo scorso novembre il suo nuovo disco si è affacciato anche nella World Music Charts Europe. Intervistiamo Giuliano Gabriele per capire cosa è racchiuso in “Madre”, uno degli album di punta  dell’annata nu-trad italiana.

Dall’esordio con “Melodeonia” del 2012 al nuovo album, “Madre”: cosa è successo in questo lasso di tempo? Si tratta di due lavori diversi per spirito sonoro.
L’esordio è paragonabile a un gran bel minestrone saporito, complice l’inesperienza di un venticinquenne ambizioso. In effetti, sembrano passati tantissimi anni, la concezione di questo nuovo album è completamente diversa perché è cambiato il mio approccio, sono cambiati gli ascolti, alcuni musicisti della band ed è stata fatta un bel po' di esperienza live, ora sembra quasi di ascoltare un altro gruppo.

Come ti sei avvicinato inizialmente all’organetto?
L’organetto era già scritto nel DNA della mia famiglia, il mio bisnonno era un suonatore conosciuto nella valle del Liri, in provincia di Frosinone, Giacomo detto “Tatà”. Quindi, devo innanzitutto a lui il mio interesse per questo strumento.

Le tue origini francesi significano anche aver frequentato organettisti come Marc Perrone e Norbert Pignol. Cosa hanno rappresentato queste esperienze?
Sicuramente il vantaggio di avere una madre francese mi ha indirizzato molto presto verso gli organettisti d’oltralpe, in primis il grande Marc Perrone, che tra l’altro è di origini ciociare, al quale sono particolarmente affezionato (Gabriele aveva chiamato un suo gruppo Jacaranda, proprio da un titolo di un disco di Perrone, ndr) e Norbert Pignol, pioniere dell’organetto in chiave moderna. Grazie a loro ho conosciuto un mondo che altrimenti non avrei mai scoperto.

Continuando sulla scia dei mantici, parliamo di alcuni maestri con cui ti sei misurato o hai incontrato: Kepa Junkera, Riccardo Tesi, Ambrogio Sparagna.
Lungo il percorso di ascolto, ricerca e scelta di punti di riferimento, ho incontrato molti straordinari artisti, che hanno ispirato il mio lavoro di sperimentazione e composizione. Di Tesi e Sparagna, direi eleganza e maestria, di Kepa Junkera, l’estro.

E di Sharon Shannon, che è menzionata in molti comunicati stampa e articoli fotocopia apparsi su di te?
Di Sharon Shannon, che purtroppo non ho ancora conosciuto di persona, apprezzo il magico repertorio irlandese.

Suoni anche la zampogna a chiave. Si intravede qui un rapporto forte con la tradizione ciociara degli aerofoni a sacco.
Sicuramente il mio strumento vero e proprio resta l’organetto, ma la zampogna ha un valore importante nella mia carriera; strumento scoperto dapprima nel paesino ciociaro di Villa Latina e poi approfondito durante il Festival Internazionale della zampogna di Scapoli. Proprio lì, infatti, inizia il mio viaggio con la musica popolare, era il 2003, lì ho conosciuto questo strumento di cui mi sono innamorato immediatamente grazie a Piero Ricci, studiando, in seguito, da autodidatta, che è la testimonianza di ciò, è il modo del tutto personale, non virtuosistico ma essenziale, che ho di suonare.

L’impronta ritmica popolare è centrale nel tuo disco, ma “Madre” è un album di canzoni.
“Madre” è stato il mio primo tentativo di utilizzare la ritmica popolare del sud Italia unita alla forma canzone, esperimento molto delicato, soprattutto perché quando si sceglie di utilizzare la lingua italiana si complica decisamente tutto: in questi casi essere originale è davvero difficile. 

È un lavoro di gruppo, piuttosto che singolo. Come si è sviluppata la fase compositiva?
Secondo il mio modo di pensare, la forza del leader di un gruppo sta nel far esprimere al meglio i propri musicisti. In questo lavoro spicca sicuramente Lucia Cremonesi, prima sostenitrice delle mie idee compositive e autrice dei testi originali in Italiano. Ma ognuno di loro ha messo a disposizione la propria competenza per realizzare questo lavoro: Eduardo Vessella, cuore pulsante della tradizione, con i suoi tamburi, Gianmarco Gabriele con i suoi incastri ritmici e alcuni elementi di elettronica, Gianfranco de Lisi il basso dalle mille sfaccettature, Giovanni Aquino con i suoi intrecci armonici magistrali. Da non dimenticare il nostro tecnico del suono, musicista e cantautore, Daniele Scarsella che ha prodotto, insieme a me, l’intero album. Una grande squadra! Sono fiero di aver messo su questo Ensemble.

Canti in italiano e in dialetto ciociaro. È l’idea è di non essere rinchiuso nella categoria folk/trad? O viceversa, di portare la musica tradizionale d’Italia su una ribalta più ampia?
Sì. L’idea ambiziosa è quella di poter arrivare anche a un pubblico più ampio, ma poi ci si rende conto che nulla si può contro il nostro “amato” pop che regna sovrano nelle radio e nelle televisioni... Del resto in Italia siamo affezionatissimi alla retorica.... Personalmente, spero che in breve tempo il genere musicale che amo e che tratto possa avere il proprio spazio anche  presso i  media e di conseguenza verso il pubblico.

Il brano "Madre” mette insieme memorie del passato, riferimenti alle tue origini, alla cultura popolare, ma anche all’attualità poco idilliaca del presente.
È più un riferimento generale a tutto il territorio del centro sud, dove oggettivamente le cose non sono molto brillanti in questo momento e forse non lo sono mai state, ma non dilunghiamoci nei soliti discorsi! La parola “Madre” ha un duplice significato, è simbolo di una figura salvifica che coincide con la musica, l’arte, la cultura di cui siamo figli e contestualmente incarna il nostro ritmo madre, la passionalità di tutti i balli del sud. “Madre” è stato concepito e scritto a sei mani da me, Lucia Cremonesi e Daniele Scarsella con l’intento di esprimere sentimenti di disperazione e speranza, l’ossimoro non è casuale, lo ritroviamo pienamente tra i versi che compongono il testo.

Nell’Italia mediatica, sempre piuttosto becera, la Ciociaria che, tra l’altro, ha dato i natali a registi e attori è spesso purtroppo associata ad elementi macchiettistici e… “burini”. Invece, come stanno realmente le cose?
Direi che di “burini” in Ciociaria ce ne sono tanti, ma probabilmente non di più di quelli che troveremmo in ogni altro angolo d’Italia. Penso di vivere in una terra ricca di storia e di forti tradizioni che hanno contribuito non poco a suscitare in me l'interesse verso la musica popolare. Avanti tutta Ciociaria! Escluso i burini ovviamente.

Come molti musicisti dell’ambiente, sei impegnato direttamente come direttore artistico di folk festival del tuo territorio. Difficoltà? Buoni propositi? Sogni?
C’è da dire che ho avuto una grossa fortuna. Mi hanno da subito affidato dei bellissimi festival, dal 2009 mi occupo di Boville Etnica che ha visto protagonisti nomi come Hevia, Carlos Nuñez, Kora Jazz, Enzo Avitabile. Subito dopo ho voluto organizzarne uno anche nel mio paese natale, Castelliri, insieme al sindaco, il festival è l’ormai conosciuto “Tarantelliri” dove si sono esibiti fra gli altri, Francesco de Gregori, Cristiano de Andrè, Nada,... Inoltre sto coltivando anche altri due piccoli festival che sono Il “Terra di Passo” a San Donato Val Comino e Lo Strafolk a Ferentino.  Di recente creazione, con il sostegno del mio brillante management iCompany,è  il circuito di festival musicali “Ciociaria Sona” che mi auguro possa crescere sempre di più. Sono stato nominato inoltre direttore artistico della Scuola di musica popolare di Frosinone, anche questo un progetto appena nato, ideato dall’Officina Casa d’Arte e sostenuto dalla Regione Lazio.  Vorrei dire quindi che territorio e amministrazioni rispondono abbastanza bene nonostante le difficoltà...sono fiducioso!

Ritornando al disco, in “Ballicrepa” ci sono due ospiti importanti: un pezzo dei Micrologus.
Ballicrepa è il racconto fantastico legato alla leggendaria nascita del saltarello ed è ispirata all'arcaica “Bellicrepa” (da bellum crepitare, cioè “grido feroce misto a rumore delle armi”) istituita da Romolo, mitico fondatore di Roma, come esercizio preparatorio alla guerra, da cui probabilmente poi nacquero altre danze. 
Il desiderio di avere un brano che avesse un sapore "antico" si è tramutato in realtà grazie a due dei fondatori dell'ensemble di musica medievale Micrologus, Gabriele Russo (viella) e Goffredo Degli Esposti (zufolo e tamburo, buttafuoco), che sapientemente hanno impreziosito arrangiamento e sonorità. Per noi è stato un vero onore!

Invece, come nasce “Pregheria de glie cafone”?
La “Preghiera” è un testo scritto da un grande poeta popolare, attore, musicista della valle di Comino (FR), il professor Fulvio Cocuzzo, che mi ha gentilmente concesso di utilizzare il testo. Quando ho avuto l’intuizione di utilizzare questo testo ho immediatamente pensato a un abbinamento con la musica tuareg dandogli un tocco più world anche in virtù del fatto che il professore adora il blues, mentre io sono un fan sfegatato di Bombino. Senza sottovalutare che questo ritmo è anche molto vicino ad alcune nostre cadenze, in particolare quelle che oscillano tra 2/4 e 6/8.

In “La Logica” citate Orazio. Come descrivi questo brano sul piano espressivo?
“La Logica”, testo di Lucia Cremonesi, è una riflessione su quanto potrebbe essere facile vivere in equilibrio e rispettare ogni cosa, animata e inanimata, e invece non lo è affatto, perché paradossalmente è proprio l'uomo che segue una sorta di istinto all'autodistruzione, limitando a volte la libertà altrui a costo di avere consensi. Dunque la citazione di Orazio “C'è una misura in tutte le cose: vi sono insomma dei precisi confini al di là e al di qua dei quali non può trovarsi il giusto” riassume pienamente il concetto che abbiamo messo in musica. Dal punto di vista espressivo lo definirei un intenso fluire di idee che prendono quasi una forma circolare e ritornano elaborate, modificate, complicate, ma confluiscono in un pensiero amaro che si ammorbidisce, a tratti, ma vola dritto verso una conclusione. La scelta del ritmo calabrese non è casuale: a scandirlo è Francesco Loccisano, che alla chitarra battente accentua questa spirale di parole che poi si interrompe con intermezzi strumentali all’unisono, quasi a simboleggiare una presa di coscienza improvvisa dell’errore umano.

Veniamo a “Lettere dalla Francia”, con cui hai vinto meritatamente il Premio Andrea Parodi. Cosa rappresenta per te questo brano?
Anche questo è un testo scritto dal maestro Cocuzzo e rappresenta per me qualcosa di molto famigliare visto che il racconto è proprio simile ai racconti di mio nonno e del suo passato in Francia. La prima volta che l’ho letto mi sono davvero emozionato e dunque concepito musicalmente in maniera molto semplice, esaltando in assoluto il testo. Il fatto di aver vinto il Premio Andrea Parodi è stata davvero una gioia inaspettata che ripaga le immense fatiche fatte insieme ai miei compagni di viaggio.

Dal disco precedente riprendi Tammù”…
Ci tenevo a far ascoltare il nostro cambiamento totale in fatto stile, e poi perché nella nostra nuova veste suona bene.

C’è anche il Modugno di “Tambureddu”. Come mai l’hai scelto?
L’ho scelto perché in quel momento desideravo creare una specie di pizzica, ma probabilmente non avevo le idee ben chiare su come svilupparla, quindi ho approfittato di questo spensierato brano di Modugno per interpretare e riarrangiare un trascinante ballo.

A concludere tutto, in “Malocchio”, c’è Antonio Infantino. Un brano che sembra nato live dall’interazione con un maestro e istrione indiscusso del folk italico…
Si, esatto! il brano è nato live in un’indimenticabile giornata a Tricarico (Matera) con il maestro Infantino, che resta per me una delle fonti di ispirazione più importante della musica italiana avantfolk. Ho avuto la possibilità di avere con me tutta la sua orchestra di cupa cupa e percussioni varie che hanno reso sonoro esattamente quello che avevo immaginato per questa filastrocca popolare.

Immagino che “Madre” sia anche un progetto live? Cosa cambierà rispetto al disco nella dimensione live?
Probabilmente molto dipenderà dai contesti che affronteremo, ma sicuramente il concerto con pubblico seduto sarà più o meno il progetto del disco mentre per i concerti con pubblico in piedi sarà una vera e propria session dedicata anche al ballo, brani del disco e pezzi tradizionali meno impegnati.

Tour in vista?
Saluteremo quello che per noi è stato un bellissimo anno 2015 al teatro di Lacedonia (AV) il 27/12 dove siamo ospiti della serata "Briganti e Contrabbandieri" insieme a Eugenio Bennato, Roy Paci e Cristiano de André. Mentre il 2016 è pieno di aspettative e di buone speranze. Comunque già confermata la nostra presenza nella programmazione del Folk Est a Spilimbergo, al Negro Festival delle Grotte di Pertosa (SA) e al Sardegna Jazz Expo. 


Giuliano Gabriele – “Madre” (iCompany, 2015)
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Accanto a Guliano (voce organetto e zampogna a chiave), la line-up comprende Lucia Cremonesi (viola, lira calabrese), Eduardo Vessella (tamburi a cornice, percussioni), Gianfranco De Lisi (basso), Giovanni Aquino (chitarra acustica ed elettrica), Riccardo Bianchi (batteria). Siamo di fronte ad un organico più raccolto rispetto all’album di debutto “Melodeonia”, che conferisce un suono più coeso, robusto ed incisivo al lavoro. Un frammento polivocale di “Ohi Che Bell’aria” (registrato a Pontecorvo nel 1950 e inserito nella raccolta di documenti sonori n. 12, a cura di Giorgio Nataletti e Luigi Colacicchi degli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia di S. Cecilia a Roma), è il canto propiziatorio di apertura del CD, che si snoda in undici tracce. Subito è “Madre”, programmatica title-track, espressione di aspettativa e disperazione, sostenuta da una ritmica decisa e apprezzabili solismi. La “Tarantella di Sannicandro” sposa lirismo garganico alle virate rock e ai timbri aggressivi di chitarra e viola elettrica, con i tamburi di Vessella sempre in primo piano. “Ballicrepa”, che porta in coda un “saltarello”, eseguito alla zampogna di Amatrice (la registrazione è del 1953 ad opera di Alan Lomax) concentra un testo di Lucia Cremonesi e un umore di antico spirito coreutico, apportato dalla coppia ospite Gabriele Russo (viella e Goffredo Degli Esposti (zufolo col tamburo, buttafuoco) dell’ensemble di musica antica Micrologus, Un riff desert rock spinge la splendida ‘Pregheria de glie Cafone’, mentre in “La Logica”, si impone la potenza di una tarantella di area calabrese (nella quale traspaiono venature irlandesi), featuring la chitarra battente di Francesco Loccisano. Ecco poi l’emozionante “Lettera dalla Francia”, memoria necessaria dell’esperienza italiana migrante, con una costruzione in cui la voce di Gabriele esalta il valore del testo di Fulvio Cocuzzo. Il ritmo si riaccende con “Tammù”, già incisa per il disco d’esordio, ma qui felicemente reinventata, a porre l’accento sulla nuova articolazione dell’ensemble dell’organettista. Il Modugno dialettale di “Beddu Tambureddu” prende la fisionomia della pizzica, mentre “Memorie sospese”, che procede su un impianto di ipnotica circolarità ritmica, punteggiata dai solismi degli archi, ci conduce all’intro di zampogna di “Malocchio”, l’estemporaneo parossismo per orchestra di cupa cupa e tamburi orchestrati dal guru Antonio Infantino e dai suoi Tarantolati Rotanti. 


Ciro De Rosa