Gilles Apap & The Colors of Invention, Roma, Aula Magna Università La Sapienza, 12 dicembre 2015

«Un violino suonato bene è un dono degli dei, ma quand’è suonato male…». Questo è il fermo giudizio espresso dal Dott. Watson a Sherlock Holmes in “Uno studio in rosso” di Sir Arthur Conan Doyle. Quale sarebbe stato il parere di Watson se fosse stato nel pubblico dell’Aula Magna della Sapienza lo scorso sabato 12 dicembre? La stagione concertistica della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti), infatti, ha presentato per la prima volta a Roma, il violinista franco-algerino Gilles Apap e la sua band The Colors of Invention, al secolo Myriam Lafargue, Philippe Noharet e Ludovit Kovac. Dopo Jordi Savall, Paolo Fresu e Omar Sosa, ecco un altro artista a metà strada fra classica e popular music, stregare il pubblico romano. Lo spettacolo è intitolato “Sans Orchestre” (come l’album del 2008), costituito cioè da alcuni noti capolavori del repertorio sinfonico e cameristico soprattutto novecentesco, privati dell’orchestra e riproposti nell’innovativa veste strumentale di violino, fisarmonica, contrabbasso e cimbalom (quest’ultimo è uno strumento musicale popolare ungherese a corde, usato soprattutto dai gitani). Si comincia con uno dei più grandi virtuosi del violino del Novecento, Fritz Kreisler, con il suo “Preludio e Allegro nello stile di Pugnani”, cui segue la “Danse Espagnole” tratta dal secondo atto dell’opera “La Vida Breve” (1913) di Manuel De Falla, danza che racchiude in modo esemplare lo spirito del folclore spagnolo. A questo punto spazio a «un po’ di musica dall’Irlanda», come annuncia Apap stesso in un italiano impacciato ma ammirevole. L’Aula Magna si riempie così d’irresistibile vitalità tipica del repertorio tradizionale irlandese e qualche piede comincia a muoversi a tempo. Non è più l’austerità di Kreisler che scrive nel 1910 imitando lo stile di Gaetano Pugnani violinista-compositore del secondo Settecento o la malinconia del melos spagnolo narrata da De Falla, ma genuina voglia di vivere. Il violino di Gilles Apap conduce l’ascoltatore, con la più assoluta naturalità, attraverso l’atmosfera musicale di una romantica notte in un boulevard francese di primo Novecento, passando per la giovialità di una serata in un pub irlandese dell’Ottocento, fino al piccolo borgo della mistica Bretagna di un’epoca imprecisata. Il secondo tempo è aperto dalla fisarmonica solista dell’abilissima Myriam Lafargue, seguita poi dall’esibizione del solo trio dei The Colors of Invention. Il ritorno sul palco di Apap corrisponde all’esecuzione di un brano gagliardo, che in molti punti sembra ricordare la “Marcia Imperiale” composta da John Williams per la saga cinematografica di Star Wars e riproposta in molti spot televisivi nel corso degli ultimi mesi. 
Si tratta in realtà di un’altra “Marcia”, ovvero di quella contenuta nell’opera teatrale di Sergej Prokof’ev “L’amore delle tre melarance” (1924), titolo impronunciabile per l’artista franco-algerino che prova comunque simpaticamente a destreggiarsi nella nostra lingua. Il siparietto si ripete all’annuncio della “Berceuse” tratta da “L’uccello di fuoco” di Igor Stravinskij, che acquista nell’esecuzione dei quattro musicisti un andamento lento, ricco di pathos e sottile tensione.  Apap si muove molto, si agita sul palco mentre dà spazio all’amatissimo bluegrass americano, producendo l’ondeggiare a ritmo di qualche testa tra il pubblico. Vetrina ideale però, per la sua notevole abilità con lo strumento sono le “Tzigane” – nell’originale rapsodie da concerto per violino e orchestra (1924) – di Maurice Ravel. Si tratta, come noto, di un brano che già dalla lunga e struggente introduzione per violino solo riecheggia finemente la musica degli tzigani ungheresi; l’esecuzione richiede inoltre un grande virtuosismo da parte del solista, il quale viene ripagato - come nel caso di Apap - dall’entusiastico apprezzamento degli ascoltatori. L’elemento più eclatante del concerto è senza dubbio la goliardia continua fra gli artisti, e lo scherzo si rinnova anche nel finale della serata. A chi, infatti, richiede come bis “Le Quattro Stagioni” – un altro progetto “senza orchestra” che sta entusiasmando le platee di mezzo mondo – Apap risponde imitando col violino il verso degli uccelli o invitando la persona richiedente a canticchiare ciò che con tanta insistenza desidera ascoltare. Parte finalmente la “Primavera”, sembra Vivaldi ma non lo è, o almeno non nella forma canonica. Maestria esecutiva e burla si combinano inaspettatamente nel capolavoro del Prete Rosso rivisitato da Apap e la sua band; a dominare sono soprattutto la mimica facciale e gestuale esibita, senza dimenticare il cinguettio di uccellini reso dal fischiettare in perfetta sintonia dei quattro musicisti. È abissale la lontananza dalla rigidità e austerità di certi esecutori accademici. A emergere è la semplice e pura passione verso il fare musica d’insieme, e di conseguenza lo sforzo si concentra tutto nel tentativo di rendere partecipe il pubblico che, dal canto suo, risponde con scroscianti applausi. Chiude l’esibizione (prevedibilmente!) un accenno de “La Marsigliese”, in una versione che ricorda molto l’apertura di “All You Need Is Love” dei Beatles. Come dargli torto? Di questi tempi, “tutto ciò di cui abbiamo (veramente) bisogno è amore!” 

Guido De Rosa