Gianvincenzo Cresta – Alle guerre d’amore (Digressione Music, 2014)

Il catalogo della Digressione Music è un ottimo esempio di quanta musica si possa produrre e promuovere pur dentro un progetto generale che mira alla qualità. A spingere i meritevoli, quelli che vanno incoraggiati, potremmo dire parafrasando alcuni passi delle note di presentazione della label. Spingerli certo in un mercato – dove sennò? – con la convinzione per nulla paradossale che la qualità della proposta (la bravura di un artista, la validità di un progetto, la coerenza di una prospettiva di produzione) debba farsi sentire. E quindi essere diffusa lungo le tracce dei canali che arrivano a tutti. C’è poi un elemento più specifico che ci aiuta a riflettere sul profilo non soltanto programmatico ma anche politico-culturale della label di base a Molfetta (che prima ancora di un’etichetta discografica è un’associazione culturale e, soprattutto, un progetto culturale). Si tratta della differenziazione della proposta che, come dicevo poc’anzi, definisce sì il profilo di un catalogo coerente con i principi del progetto, ma che si articola attraverso una produzione dai tratti eterogenei, attraverso artisti molto diversi tra loro e repertori formalmente anche agli antipodi. Per quanto riguarda gli artisti basti pensare all’album di cui si parla in queste righe – “Alle guerre d’amore” di Gianvincenzo Cresta – il quale si allinea con una parte cospicua di produzione di Digressione che guarda da un lato alla musica classica (nelle varie declinazioni di cui si compone) e dall’altro a quella contemporanea. Riguardo invece i repertori si apre un grande orizzonte. Che abbraccia il folk, il cantautorato, le interpretazioni di produzioni simbolo della discografia internazionale. Dal ricco booklet di “Alle guerre d’amore” emerge molto di questa prospettiva, sebbene riconsiderata in relazione a un progetto evidentemente sorretto da una coerenza interna ben strutturata. Innanzitutto per i modi in cui è stato configurato: la scelta dei repertori storici di riferimento, le composizioni originali di Gianvincenzo Cresta, il tema che si sviluppa attraverso i sedici brani di cui è composta la scaletta. E, in secondo luogo, per come tutto ciò è stato interpretato: le voci dei due soprani Carolin Pelon e Raphaële Kennedy, la viola di Christophe Desjardins e l’Ensemble l’Amoroso, composto da tre viole da gamba (Guido Balestracci, che si occupa anche di dirigere le esecuzioni, Esmé de Vries e Gioacchino De Padova), tiorba (Massimo Moscardo) e percussioni (Joël Grare). Nel suo insieme l’album è interessante perché segue, per certi versi, una prospettiva che Cresta aveva individuato con “Amore contraffatto”, lavoro del 2012 per sette voci e viola su testi di Jacopone da Todi. In questo caso l’autore alterna – con l’intenzione di superare, come ci dice Gianfranco Vinay in uno dei saggi che introducono l’album, il dualismo tra l’amore sacro (appunto “contraffatto”) e quello profano – sei sue composizioni con brani vocali e strumentali di compositori del cinquecento e del seicento. Se – come si può immaginare – uno degli elementi più significativi dell’album è il timbro, insieme sicuramente all’atmosfera generale che ne deriva, credo sia importante far riferimento alle interpretazioni di un ensemble così articolato e a ciò che producono intorno al tema scelto. Un riferimento che può valere sia per le composizioni originali che per quelle storiche. Ci sono almeno due brani che possono essere considerati rappresentativi di questo approccio: “Come vagabonda” di Gianvincenzo Cresta e “Alla guerra, alla guerra d’amore” di Sigismondo d’India, compositore italiano del tardo cinquecento. Entrambi sono primariamente incentrati sulle voci, che si rincorrono e incrociano definendo delle melodie molto rarefatte, a volte sfuggevoli, ma, soprattutto per quanto riguarda il primo dei due, in alcuni passi molto decise. Colpisce la cura nelle relazioni tra le esecuzioni dei soprani, che in più punti dello sviluppo melodico si aprono a un dialogo (a volte quasi mimetico, unisono) con alcuni degli strumenti. In entrambi i casi con la viola da gamba soprano, tenore e basso, la tiorba e le percussioni. 


Daniele Cestellini