Enzo Pietropaoli e Adriano Viterbini – Futuro Primitivo (Parco della Musica Records, 2014)

L’album d’esordio del duo composto da Enzo Pietropaoli e Adriano Viterbini è stato registrato nella giornata del 13 aprile 2013 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Si tratta di un progetto compatto, con un inizio e una fine chiari e coerenti. E con una struttura definita elegantemente attraverso ognuno dei dieci brani che compongono la scaletta. Una struttura piena e larga allo stesso tempo. Vuota e profonda, ricca ed essenziale. Non poteva che essere così, in virtù del fatto che l’album è suonato interamente ed esclusivamente da due persone e da quattro mani. Ma solo questa combinazione (di mani e di persone) poteva orientare l’andamento complessivo di “Futuro Primitivo”, soprattutto attraverso una selezione molto differenziata di brani e un’idea di interpretazione esclusivamente basata sull’intreccio di strumenti come il contrabbasso di Pietropaoli e le chitarre (in stile ovviamente roots-blues) di Viterbini. Gli elementi più significativi dell’album possono essere – e non per comodità di analisi – ricondotti a questi due “semplici” orizzonti. I quali funzionano solo dentro un quadro programmatico che li connette in modo coerente l’uno all’altro. Da un lato la scelta di un repertorio fatto di brani famosi, anche se non mainstream nel senso tradizionale (“Black hole sun” dei Soundgarden, “Nothing compare sto you” di Prince, “You never wash up after yourself” dei Radiohead e “Kings of pain” di Sting), mischiati a brani meno noti di autori straordinari, tra i quali spiccano “Let it roll” di Luther Dickinson, “T-Bird to Vegas” di Albert Lee e “At the dark end of the street” di Chips Moman. Dall’altro lato un paio di piccole perle melodiche originali: “Persi”, scritta a quattro mani dai due musicisti, e “Canzone per chiamarti” di Pietropaoli. Su tutto l’album aleggia un suono e un andamento riconducibile al live, alla presa diretta. Non ci sono rivoli che marcano i suoni più del dovuto, né abbellimenti che amplificano gli elementi di base. Gli amanti di questo genere di produzioni potranno riconoscere facilmente un’estemporaneità nell’esecuzione che ancora l’album ai cardini della musica blues e jazz. E che sia Pietropaoli che Viterbini hanno voluto lasciare in superficie, spinti probabilmente anche dall’incedere dei soli due strumenti, dalle combinazioni secche e sostanziali prodotte dentro il confronto con i brani di cui si diceva prima. Non è certamente un caso se i punti più alti si riconoscono proprio dove si intrecciano le corde del contrabbasso con la chitarra. E non è un caso se questi intrecci, che si elevano spesso in figure armoniche inaspettate, si producono in pochi ma necessari passaggi. Non è un caso perché le alterazioni delle linee melodiche dei brani più conosciuti produce uno sfasamento piacevolissimo, che crea attesa, che crea tensione: uno stato di ascolto cioè fatto di intervalli reiterati, che genera una sorta di aspettativa. La quale, a sua volta, genera un’attenzione straordinaria a ogni passaggio, a ogni tocco, a ogni suono sotto il suono. Ecco, l’album è sorretto da questa sorta di infrasuoni. Che si percepiscono attraverso il suono compiuto udibile, ma anche attraverso una riflessione sul processo che lo determina. Ascoltate con attenzione di cosa è composto il corpo di note battute da Pietropaoli in un brano come “Canzone per chiamarti”, oppure ciò che lasciano le note di Viterbini una volta udite, una volta recepite in brani come “Black hole sun” o “Persi”. C’è uno strato denso tra il silenzio e il suono. C’è una serie di forme che si rincorrono, una specie di fruscio che espande l’esecuzione. Insomma c’è qualcosa che gli autori hanno forse incastonato nella dissonanza del nome: “Futuro Primitivo”. 


Enzo Pietropaoli e Adriano Viterbini, Umbrò, Perugia 4 dicembre 2015 
Venerdì 4 dicembre si è svolto a Perugia il concerto del duo Futuro Primitivo, composto da Enzo Pietropaoli al contrabbasso e Adriano Viterbini alle chitarre. L’evento ha visto la partecipazione di un pubblico nutrito di appassionati e seguaci e, più in generale, composto da “inseguitori” delle proposte di nicchia, della musica ricercata, adatta (anche per questo) a essere presentata in piccoli spazi, intimi e aggraziati. L’intenzione degli organizzatori è, verosimilmente, proprio questa. Lo si può facilmente evincere dal luogo che ha ospitato il duo e dal cartellone in cui il concerto è stato inserito. Il luogo si chiama Umbrò ed è un insieme di molte cose, che è stato inaugurato da non molti mesi nel centro storico della città e, in particolare, a ridosso di una delle vie, anzi delle scalinate, più rappresentative dell’acropoli. Si tratta di un luogo composto da spazi diversi (dislocati anche su livelli diversi: chi conosce la città può immaginare il perché), con funzioni diverse (bar, alimentari, enoteca, spazi espositivi, punti panoramici) e soprattutto destinati a diverse iniziative. Tra le quali – come è evidente – i concerti. Il cartellone in cui è stato inserito Futuro Primitivo si chiama “Contagio”. È organizzato da Giovanni Guidi – pianista umbro in forte ascesa nell’ambito del jazz non solo nazionale – e ha come finalità principale quella di “scoprire sonorità nuove, sorprendersi di fronte alla combinazione di atmosfere uniche, vivere in modo totale l’interazione e la contaminazione fra l’artista e il pubblico”. Le aspettative sono state tutte confermate. 
Non solo il concerto si è svolto in una cornice piacevolmente informale – grazie soprattutto agli artisti, che hanno fin dal primo brano accolto il pubblico con simpatia e calore – ma la qualità delle esecuzioni è stata a dir poco straordinaria. Innanzitutto per l’eleganza generale della performance, serrata ma morbida, profonda, direi addirittura, in alcuni tratti, sussurrata, soprattutto grazie al tocco di Viterbini, il quale ci ha fatto ascoltare tutte le dinamiche delle sue chitarre. E poi perché il respiro, i piccoli movimenti, i battiti dei piedi, sono stati integrati con coerenza nei brani: spesso sovrapposti alle linee melodiche (Pietropaoli in più occasioni ha cantato le note del suo contrabbasso) e incastonati nello sviluppo del flusso musicale. Il repertorio proposto dal duo ha spaziato da composizioni originali a classici (più o meno recenti) di artisti quali Radiohead, Police, Santo & Johnny, Soundgarden. Accomunati dal segno che più di ogni altra cosa ha contraddistinto “Futuro Primitivo”, l’album pubblicato nel 2013 (registrato in un giorno) per le edizioni Parco della Musica di Roma. Vale a dire il dettaglio proposto in una cornice spogliata di tutto e riconfigurata dentro un’armonia essenziale e una timbrica molto curata. Quest’ultima, in particolare, può essere ricondotta a uno spettro sonoro ampio, profondo, sebbene adattato su due strumenti soltanto. 
La sensazione generale è che entrambi gli esecutori volessero tirare gli ascoltatori il più possibile vicino ai propri strumenti. Da qui l’idea di elaborare una dinamica amplissima. Che dai passi più pieni, legati soprattutto al finger style di Viterbini – che ha toccato uno dei punti più alti dello spettacolo con “T-Bird to Vegas” del chitarrista inglese Albert Lee – potesse spingersi fino al soffio di brani appena amplificati, nei quali è stato possibile percepire ogni piccolo spostamento, ogni pizzico metallico di corda. Una delle esecuzioni più profonde in questo senso è stata quella di “Nothing compares to you” (scritta da Prince originariamente per The Family e divenuta una hit mondiale nel 1990 grazie all’interpretazione di Sinead O’Connor). La versione del duo ha riconfigurato il brano su più livelli. Ma ciò su cui vale senz’altro la pena soffermarsi è l’atmosfera: “aggravata” da un bordone di contrabbasso prodotto con l’arco, sulla base del quale la slide ha iniziato a scivolare con poche note. In realtà, sebbene fosse ancora il prologo, il brano era stato “scoperto” per intero: sia nella struttura che nell’andamento di questa versione. L’accenno della melodia è stato affidato alla chitarra, ma nella sua forma compiuta si è potuta ascoltare nell’unisono dei due strumenti, che si sono incastrati sui passaggi più significativi. Il ritornello – che è la parte più melodica e riconoscibile – è stato affidato a una specie di ululato dello slide di vetro, che Viterbini non ha mai lasciato libero fino in fondo, smorzandone spessissimo le risonanze con la manopola del volume della chitarra. Il risultato è stato trascinante, perché la compostezza dell’esecuzione e allo stesso tempo il trattenimento delle frasi melodiche, hanno generato una tensione piacevolissima, che si è potuta risolvere, sciogliere, solo con la fine del brano. 


Daniele Cestellini