António Zambujo – Rua da Emenda (World Village/Ducale, 2015)

Che al cantante originario di Beja andasse stretta la fama di neo fadista era chiaro da tempo, perlomeno da “Guia” (2010), ma è soprattutto “Quinto” (2012), album celebrato dalla critica portoghese, ad aver sancito una più netta apertura verso la vastità della cultura lusofona, dall’Africa al Brasile. Portamento sobrio e voce vellutata, grande attenzione alla scelta del repertorio poetico, con “Rua da Emenda” – pubblicato nel 2014 in Portogallo per la Universal, ma disponibile sul mercato internazionale dal 2015 – Zambujo prosegue sulla traccia del disco precedente, ritagliandosi un ruolo di chansonnier a tutto tondo, contornato da un organico acustico di chitarra classica, chitarra portoghese, cavaquinho, fisarmonica, contrabbasso, basso portoghese, tromba e clarinetto. Come si è letto in qualche intervista, per l’artista dell’Alentejo questo CD rappresenta un punto di arrivo, «la fine di un ciclo», dice António. Quali gli sviluppi futuri non è facile dirlo, ma resta il fatto che “Rua da Emenda” è un signor disco. La via del titolo esiste per davvero: è una strada lisboeta nel quartiere Chiado, alle porte del Barrio Alto, dove abita il contrabbassista Ricardo Cruz, che è anche il direttore musicale del lavoro, la cui casa fa da sala prove per la band. Se il brano d’apertura “Fatalidade” è intriso di tradizione urbana portoghese, tutto giocato com’è sul limpido incastro di corde, in “Valsa Do Vai Não Vás” di Samuel Úria, il canto di António si adagia sulla chitarra classica di Carlos Manuel Proença. Quanto al primo singolo e video, “Pica 7”, storia di amore e di tram frutto del sodalizio con Miguel Araújo, ritorniamo nell’alveo fadista, ma ci troviamo dentro la fisarmonica di João Salcedo e un arrembante finale bandistico (la Banda de música dos empregados da Carris diretta da Carlos da Silva Ribeiro). “Barata Tonta” e “O Tiro Pela Culatra” attingono al repertorio poetico di Maria do Rosário Pedreira, “Valsa do Pavão Ciumento”, su liriche di João Monge, si muove tra calde atmosfere folk e jazz, con in bella vista la tromba di João Moreira e il clarinetto basso di José Miguel Conde, mentre ha passaporto africano “Canção De Brazzaville”, firmata dall’angolano José Eduardo Agualusa e musicata da Ricardo Cruz e Jon Luz. Più intima “Despassarado”, con l’apporto compositivo e strumentale delle chitarre dei due Deolinda, Pedro da Silva Martins e José Luís Martins. Segue il salto nell’America Latina di “Zamba del Olvido, cantata in spagnolo e scritta dall’uruguaiano Jorge Drexler, e di “Último Desejo”, del compositore brasiliano Noel Rosa. Pur rigettando gli stereotipati accostamenti tra Portogallo e Brasile, Zambujo nutre un amore speciale per la musica latino-americana (dichiarata la sua passione per João Gilberto, Chavela Vargas e, in letteratura, Gabriel García Márquez). Ancora Brasile nel tocco di bossa che anima “Pantomineiro” di Edu Mundo, cantautore di Oporto. Invece in “Valsa Lisérgica” ritorniamo nel mondo compositivo carioca. C’è perfino il Gainsbourg di “La Chanson de Prévert”, riletta per chitarra portoghese (José Manuel Neto), chitarra classica (Carlos Manuel Proença) e baixo (Ricardo Cruz), con Zambujo che canta in francese. Delizia acustica in chiusura con un filo di voce e chitarra per intonare “Viver de ouvido”, testo del giornalista José Fialho Gouveia su musica di Alice Sepúlveda. 


Ciro De Rosa