Antonio Pascuzzo - Pascouche (Parco della Musica Records, 2015)

Ufficialmente primo album solista di Antonio Pascuzzo, “Pascouche” è il risultato evidente di un’esperienza di lungo corso. Pascuzzo, come sappiamo, non è un musicista che si affaccia adesso sulla scena musicale. Lo ha fatto con Rossoantico, una band multiforme e strutturata a dovere, che si è distinta nel panorama musicale nazionale con una produzione sospesa tra la canzone d’autore e la musica per banda, ma principalmente caratterizzata da una forma canzone di intrattenimento, allo stesso tempo autoironico e critico. Di questa esperienza Pascuzzo è stato il trascinatore insieme a Mario Dovinola, e sopratutto l’autore e il co-curatore degli arrangiamenti con Pericle Odierna. Anche nei brani di Rossoantico, il cui album omonimo è stato selezionato tra i finalisti del Premio Tenco nel 2011, convergevano molti degli elementi più congeniali a Pacuzzo: la lirica dettagliata, evocativa, la metrica fluente, il lavoro profondo sugli arrangiamenti e sulle voci, la strutturazione di una ritmica indelebile (con due batterie), i fiati. Ma in “Pascouche” tutto assume una forma più calibrata e gli elementi più riconoscibili e distintivi della visione di Pascuzzo si determinano in relazione a un progetto senza dubbio più personale che, nonostante questo, non perde nulla dell’organicità di quell’esperienza. Al contrario, la focalizzazione su una narrativa esplicitamente personale e su una nuova idea di rappresentazione meno corale e dispersiva, rafforzano un flusso sonoro estremamente curato. Del quale partecipano tanti musicisti e strumenti, con l’efficacia acustica e manouche, insieme alla sola evocazione di un suono di stampo bandistico, che si trasfigura in un’atmosfera legata a una piccola orchestra (meno ritmica, meno di impatto ma determinata), che avvolge buona parte delle quattordici tracce dell’album. Rimanendo ancora nell’ambito di una riflessione generale sulla struttura del lavoro, emerge in modo chiaro la quadratura delle strutture, del suono e dell’organizzazione degli arrangiamenti. Tutti elementi che sono ricondotti con equilibrio ai temi scelti e cantati da Pascuzzo. Temi non scontati e a volte crudi (“Alta felicità”), che - e questo ci interessa più del resto - connettono “Pascouche” non solo allo scenario sonoro e culturale evidentemente tirato dentro al titolo, ma alla nostra contemporaneità, analizzata dentro riferimenti politici e sociali ben precisi. Questa è la musica più compiuta, sembra voglia suggerirci l’organizzazione della scaletta, che si imprime nelle dinamiche della socialità di cui siamo (o possiamo coscientemente essere) parte. Gli strumenti impazzano e si mescolano in tutti i brani (c’è la chitarra portoghese di Marco Poeta in “Fado del partigiano”, finalista nella categoria “Canzone singola” al Premio tengo 2015) e ci informano sulla soluzione adottata da Antonio Pascuzzo: interpretare dati semplici in modi differenti, imprimendo alla poetica della narrazione un andamento originale, una forma inaspettata. Se così non fosse, d’altronde, non sarebbe tanto piacevole e interessante un brano come “Meglio Solis”, eseguito con il Solis String Quartet, oppure “Lulù”, nel quale si intrecciano violino, viola e violoncello con banjo, chitarra e fisarmonica. E non sarebbe così efficace la spinta della parole di Pascuzzo, sostenuta da immagini indimenticabili: come quella del filo d’erba che si tuffa nello stagno perché un anfibio lo calpesta, o del treno ad alta velocità che “strapazza i boschi e frusta i fiori e le città”. E per concludere l’ultimo elemento di amalgama: la lirica intima e spugnosa che avvolge brani anche molto diversi tra loro come “Un bacio”, “L’età dell’innocenza” o “Le berte”. Insomma un disco vario, forte, equilibrato, puntellato di idee interessanti, pregno di un carattere, di una motivazione, di un progetto allo tesso tempo visionario e di intrattenimento. 



Daniele Cestellini