giovedì 22 ottobre 2015

Roger Lucey – Now Is The Time (Autoprodotto, 2015)

Roger Lucey non è un musicista qualsiasi. Meglio, non è una persona qualsiasi. E’ l’esempio di come la forza di volontà, a volte, può essere più forte di tutto. Nel 1979 Roger era uno dei cantautori sudafricani più noti, ed aveva pubblicato un album di canzoni di forte dissenso verso il regime dell’apartheid che controllava il suo paese. Questa semplice urgenza artistica e civile produsse un risultato inimmaginabile: il governo sudafricano incaricò un suo funzionario di distruggere la carriera musicale di Roger, considerando i suoi testi una minaccia per la “sicurezza” del paese. I possessori dei suoi dischi rischiavano fino a cinque anni di carcere. Durante i lunghi, bui anni di dominio dell’apartheid, tre album hanno avuto questo destino, e il caso di Roger è stato di gran lunga il più eclatante. Il cantautore sudafricano vide di colpo la sua carriera distrutta, e così si è rinventato una vita come giornalista. E’ stato reporter di guerra in Jugoslavia e Cecenia, ma non ha mai smesso di suonare e scrivere. Ho avuto modo di conoscerlo in Sudafrica all’epoca dei Modena City Ramblers, poi ci siamo rivisti in Italia insieme alla Casa del Vento. Adesso, alla bella età di sessant’anni, è riuscito a pubblicare un album suo, dall’emblematico titolo  “Now is the time”, al quale ho avuto la fortuna di collaborare anche io. Da una chiacchierata tra due musicisti, è nata questa intervista con la quale entriamo nel cuore del disco, scoprendone i temi e  le ispirazioni.

Prima di tutto, Roger, come ci si sente ad aver realizzato l'obiettivo di registrare e pubblicare un album tutto tuo? 
Molta gente non ricorda che certe volte questa cosa può essere molto difficile, o addirittura diventare impossibile per ragioni che vanno oltre immaginazione, come nel tuo caso.
E' veramente un grande regalo, a questo punto della mia vita. L'ingegnere del suono del mio primo album nel 1979, Nino Rivera (origini genovesi) ha reso possibile la realizzazione dell'album, consentendomi di registrare le mie canzoni più recenti in una produzione grandiosa, cosa che non mi sarei mai immaginato.

La tua vita avventurosa sembra ricorrere spesso nei testi delle tue canzoni, come è facile immaginare. Molte canzoni dell'album sono cantate in prima persona, penso a “My way is clear”, “Wild time”, “I found myself out walking”. E' difficile scrivere di un passato così difficile e – credo -  a tratti anche molto doloroso?
Dopo che ho scritto le mie memorie nel libro “Back from the anger” (di ritorno dalla rabbia, ndr) è diventato molto più facile parlare apertamente della mia vita, dei miei sogni, paure e speranze. Adesso riesco a vedere che ho sempre scritto canzoni che riflettono il mondo in cui vivo, come mi influenza, e continuo a farlo adesso con molta più confidenza.

Tu hai visto la guerra da molto vicino, essendo diventato un reporter di guerra in diverse parti del mondo. Anche io ho fatto parte di un gruppo che scrive fieramente, a tratti rabbiosamente contro la guerra ma ascoltando la tua “Memorial Day” si avverte secondo me più tristezza che rabbia, non credi?
“Memorial Day” cerca di guardare alla situazione personale di un soldato che ha combattuto una guerra, pagato un gran prezzo (in questo caso ha perso le gambe) per poi essere dimenticato e messo da parte proprio dal paese per cui ha combattuto. Succede in tutte le guerre, spero di aver focalizzato come i politici usino spesso le persone per i propri scopi.

Parliamo di musica: il disco suona come un ottimo album di country folk/world music, eppure tu vieni dal Sudafrica. Come hai finito per adottare questo tipo di linguaggio “straniero”, musicalmente parlando?
Ho sempre amato ed ascoltato tanta musica diversa. Credo nel vecchio detto che al mondo esistano solo due tipi di musica: quella bella e quella brutta. Amo la musica di Irlanda, India, America, Italia, Africa Occidentale, Africa Orientale, la musica dei Beduini, la musica dei Nativi Americani e credo che tutto questo formi la musica che faccio. Nonostante io ami il mio paese, il Sudafrica, mi sento ancora soprattutto un cittadino del mondo.

Sono stato in Sudafrica nel 2000, e ricordo perfettamente la luce che c'è in quel paese, ce ne sono abbondanti tracce in canzoni come “All in the heart”, “Days of reflection” o “The line”, anche grazie ai musicisti ospiti nell'album. Ce ne puoi parlare?
Il mio vecchio amico Jonny Blundell ha prodotto il disco e ha curato gli arrangiamenti e molto del lavoro chitarristico, splendidamente. Ma la cosa che per me conferisce un suono unico all'album è il contributo del mio amico Massimo Giuntini. I suoi whistles, il bouzouki e le uilleann pipes rendono l'album davvero trasversale, un suono convincente, davvero eccitante. Gli altri musicisti che suonano nel disco sono tra i migliori in Sudafrica e tutti hanno avuto una grande influenza sul risultato finale.

Un importante giornalista del tuo paese ti ha definito il Christy Moore sudafricano, paragonandoti al grande cantautore irlandese. Credo che sia un bel paragone. Tu come ti ci senti in questi panni?
A dire il vero non mi trovo a mio agio in confronti di questo tipo. So però che la gente ne ha bisogno per capire ed etichettare la musica. Detto questo, sono un grande fan di Christy Moore, conosco la sua splendida musica sin dai tempi dei Planxty e sono onorato diessere stato paragonato a lui.

In “All in the heart” scrivi “Where once I use to roar with rage now I just roar with laughter”,  un verso che farei studiare nelle scuole. Possiamo intenderla come una ottima ragione per invecchiare e nel contempo diventare più saggi?
Molta della gente con cui ho viaggiato per questa lunga strada sembra essere diventata più amara con l'età. Trovo questa cosa molto triste. Tutti abbiamo la capacità di raggiungere i nostri sogni, di vivere una vita ricca di esperienze e riconoscente, di lasciare indietro i dolori del passato che ostacolano la vita di così tanta gente. Spero che questa sensazione esca fuori dalla canzone “All in the heart”.

Il Sudafrica è un posto di grandi spazi, puoi percorrere miglia e miglia senza incontrare nessuno. Ascoltando la canzone “When our hearts wew on fire” uno può immaginarsi di essere proprio lì ad osservare  l'orizzonte infinito. Credo sia una grande ispirazione, è vero?
La canzone è stata scritta in un momento della mia vita durante il quale stavo costruendo una casa nelle montagne fuori Cape Town. Ho costruito quella casa con le mie mani, e la cosa è stata di grande aiuto per superare il trauma delle molte guerre che ho vissuto come cameraman e produttore televisivo. Nello stesso momento finiva anche una mia importante relazione,così la canzone è il risultato della combinazione tra le mie proprie emozioni e quelle che mi regalava il mio splendido paese.

L'album si chiude con una canzone d'amore, “You are the one”. Stiamo vivendo in un mondo più pazzo che mai. Pensi sia ancora importante scrivere e cantare canzoni d'amore?
Se non possiamo scrivere canzoni d'amore siamo perduti. Un amico venuto ad un recente concerto mi ha detto che “You are the one” è quel tipo di canzone che molti uomini vorrebero poter scrivere se solo avessero più coraggio...E' davvero bellissimo ed estremamemte liberatorio dire quello che vuoi in una canzone (pensate al significato di questa frase, detta da lui, ndr).

Last but not least, “Now is the time” (titolo dell'album che significa “Ora è il momento”, ndr). Per cosa?
Per nuovi orizzonti, nuove avventure, nuove opportunità, nuovi sogni, e 


Roger Lucey – Now Is The Time (Autoprodotto, 2015)
Ci sono delle volte in cui un album non si limita a rappresentare solo della musica. A volte ci sono delle vicende tali alle spalle da far passare la musica quasi in secondo piano, ed è un vero paradosso visto che si parla di un disco. È  il caso di questo album del cantautore sudafricano Roger Lucey, la cui vita dovrebbe essere raccontata nelle scuole per far capire tante cose. Nei primi anni Ottanta Roger era forse il più popolare tra i cantanti del suo paese, ed era avviato verso un futuro luminoso quando, a causa delle sue idee contro il regime dell’apartheid, subì una censura totale ed agguerritissima che gli costò praticamente la carriera. Dopo tanti anni esce finalmente un disco dall’emblematico titolo “Now Is The Time”; brani folk, dal sapore multicolore africano-americano ( “The Line”, “ All In The Heart”) con diversi momenti dotati di riflessi verde Irlanda (“When Our Hearts Were On Fire”). Storie di personaggi ribelli (“Jorge Dos Santos”),  storie d`amore (“You Are The One”)  immancabili momenti autobiografici, (“Wild Time”), soprattutto storie di speranza, inviti a non mollare, a stare nella luce piuttosto che nell’ombra (“Stay In The Light”), dispensati da una persona dotata di tutta la credibilità che serve in questi casi, pena una massiva produzione di retorica a costo zero. La gran bella voce di Roger racconta tutto questo nel contesto di una produzione di grande qualità, con l’aiuto di un nutrito numero di ospiti internazionali e sostenuto dall`ottima produzione di Jonny Blundell. Un disco da ascoltare con tutto il rispetto dovuto a chi ha lottato per cose importanti: un disco che vuol dire, a modo suo Libertà. Con la elle maiuscola.


Massimo Giuntini