El Naán – Código de Barros (Arc, 2015)

El Naán è il nome che cela un settetto con una missione. Dalla castigliana Palente, César Díez, María Alba, Adal Pumarabín, Javier Mediavilla, Carlos Herrero, Héctor Castrillejo e César Tejero – attivi in più ambiti culturali e sociali della documentazione etnofonica e della riattivazione della memoria popolare locale, tra i quali l’Universidad Rural del Cerrato – hanno realizzato per la ARC il loro secondo album, che porta come sottotitolo “An Iberian Roots Project”. La proposta è ambiziosa, perché il gruppo dichiara di non perseguire l’idea della fusion, quanto piuttosto di presentare un’archeologia musicale – lo scrivono nel libretto del CD – esplorando il portato delle sedimentazioni storiche, delle culture dei popoli che hanno abitato o attraversato la penisola iberica, gettando ponti e dando conto delle migrazioni castigliane oltreoceano. Su liriche originali, che portano la firma di Héctor Castrillejo (a parte la conclusiva, lunghissima “Rubaiyat”, poema di Omar Khayyám), il repertorio di El Naán mischia antico e contemporaneo, incorpora una varietà di timbri, ritmi e modi, dal mondo arabo-andaluso a quello latino-americano, che unisce Duero e Rio de la Plata, dagli stilemi irlandesi ai passaggi flamenco, dalle coplas ai codici sefarditi, da richiami pastorali al paso doble, dai ritmi nord-africani a quelli afro-cubani. Con belle voci, uno strumentario assortito tra plettri, chitarra e basso elettrico, salterio, marimba e sax tamburi, batteria e percussioni di diversa foggia e provenienza (perfino padelle e pentole), un enorme archivio delle fonti e ispirazioni, il settetto infila undici tracce potenti per impatto sonoro. Le cronache parlano di un combo che sa tenere il palco con autorità, di un set dalla grande carica visuale. Quindi, prestate attenzione, gente: è un disco denso di sollecitazioni musicali, da gustare tutto d’un fiato. 


Ciro De Rosa