Cordasicula – Aria ca spira (Autoprodotto/ Off Records, 2015)

“Aria ca spira” è un disco molto apprezzabile. Perché è profondo e semplice, compatto e sognante, delicato e curato (“Acidduzzu ri malarazzina”). In termini generali può essere ricondotto a una forma di revival delle espressioni musicali di tradizione orale siciliane (“A canzuni ro calabrisi”). Più nello specifico si può invece dire che il revival dei Cordasicula si articola lungo due direttrici. Che sono ovviamente complementari ma non del tutto scontate, anche se entrambe ricalcano la direzione seguita dalla maggior parte delle band che si confrontano con il patrimonio espressivo di tradizione orale. Come capita spesso di osservare in queste pagine, il revival è un processo articolato e, a seconda dei casi, assume forme variabili, perché è determinato da molti fattori. I Cordasicula propongono una narrativa molto affetta dallo scenario popolare che conoscono, o che immaginano (“Storia di Santa Gghiniveffa”). E qui emerge il primo dato interessante, insieme alle due direttrici di cui sopra. Difatti, in termini di rappresentazione musicale, questa differenza tra la conoscenza diretta, da un lato, e l’idea del fenomeno, o la ricostruzione di questo, dall’altro, non è più molto importante. Soprattutto in una fase come quella che stiamo attraversando. La quale, anche in virtù dell’estetica generata dalle tante e differenti scelte di riproposta, può essere considerata come posteriore (e per certi versi sempre più indipendente) al dibattito sui significati dello stesso processo di riproposta. O sulla necessità che questo sia inquadrato in un progetto di filologia o di revival più o meno autoriale. Perché ciò che conta è il risultato. Inteso in termini di contenuti, in relazione alle modalità in cui questi sono organizzati dagli autori e a come i suoni e le strutture si configurano dentro il progetto complessivo dell’album. In questo quadro, mi sembra più efficace ricondurre la dicotomia filologico-artistico all’immaginario e alle interpretazioni degli artisti che propongono la loro musica, in evidente relazione con quella popolare. Prendiamo ad esempio “Aria ca spira”, uno dei brani originali presenti nella scaletta dell’album (in tutto ce ne sono nove scritti da Marilena Fede e Saro Tribastone, e sette tradizionali). Si tratta di un brano importante per l’intera organizzazione della scaletta: è la title track e il “singolo” che la band ha scelto per promuovere il lavoro. Già dal primo ascolto emerge l’elemento più determinante dell’intero album, cioè una semplicità legata alla capacità di sintesi e all’idea generale di ricondurre la proposta musicale a degli elementi basilari. È importante sottolinearlo, perché la formula della sottrazione di suoni e strumenti abbraccia ogni brano, fino a determinare un timbro molto riconoscibile, che si rafforza nella reiterazione delle strutture armoniche, dei passaggi fondamentali nei singoli brani (“Uocciuzzi antichi”) e nei modi in cui la voce si confronta e contrappone – attestandosi su moduli melodici molto allungati e leggeri – con gli strumenti e l’organizzazione musicale. In questo quadro, la successione delle sedici tracce (in cui si produce una divisione abbastanza evidente tra musiche popolari e non) assume via via un profilo più netto (“Stidda Lucenti”) e ci informa su un riflesso preciso che ha sospinto l’organizzazione dell’album a una forma per nulla derivativa, ma anzi molto personale e fuori da schemi ormai retorici (“Tarantella ri l’usignolu”).


Daniele Cestellini