Biglietto per l’inferno – Vivi. Lotta. Pensa (AMS, 2015)

«La musica deve riflettere la realtà. La realtà cambia. Perciò la musica deve cambiare. Ma questo può anche significare un ritorno a ciò che è familiare», così scriveva Frederic Rzweski su un vecchio numero speciale della rivista “Auditorium”, e queste stesse parole sono citate in apertura del libretto del nuovo disco del Biglietto per l’Inferno, “Vivi. Lotta. Pensa.” (AMS, 2015). Con questo interessante progetto di progressive-folk, la band parzialmente rinnovata (della formazione originale restano solo Giuseppe Cossa al piano, organetto, tastiere e fisarmonica e Mauro Gnecchi alla batteria), e ribattezzata Biglietto per l’Inferno.Folk, prova a compiere quello che si potrebbe definire, in modo immaginifico, un “ritorno al futuro-passato”, testimoniato già dai disegni della copertina cartonata (più poetica della plastica, forse per la sua vaga somiglianza con la custodia del vinile) del CD che richiamano alla mente qualche album degli anni ’70. L’idea guida, da un lato, è attualizzare, al terzo millennio, il progressive rock di quaranta anni fa, anche con l’aiuto della grintosa voce femminile di Mariolina Sala (elemento che è quasi sempre mancato nei gruppi progressive italiani di quegli anni), dall’altro lato, introdurre nel prog alcuni strumenti tradizionali (fisarmonica, organetto diatonico, cornamusa, ocarine, piffero, flauto e mandolino), operazione compiuta spesso, negli anni ’70, da vari musicisti prog-folk inglesi come Strawbs, Amazing Blondel e Jethro Tull. Il rischio della parodia o dell’operazione nostalgica è ampiamente scongiurato quando all’acrobatico assolo di chitarra prog – inconfondibile a causa di quel suo apparire quasi inesauribile – si combina o alterna la cornamusa, come ad esempio in “Narciso e Boccadoro” o la fisarmonica. Costruzione armonica e strutturazione tematica sono ancora quelle degli anni ‘70, ma le sonorità divergono, si potrebbe dire che guardano al futuro aprendosi alle influenze del pop e della musica di tradizione. I testi appaiono spesso molto crudi e allo stesso tempo dotati di dolente poesia, su tutti “La Canzone del Padre”, brano già inciso sull’album “Il tempo della semina” (disco programmato per il 1975 e che, invece, a causa del fallimento della casa discografica, fu pubblicato solo nel 1992), invettiva di un figlio musicista incompreso contro il padre perbenista. Sulla stessa scia, diviso fra considerazioni etico-religiose e una rara intensità poetica è la mini-suite “L’amico suicida”, uscita già nel 1974 sul primo disco “Biglietto per l’Inferno”. Il segreto di questa scrittura fortemente segnata da amarezza e dissidio interiore, va cercato forse nella figura di quel Claudio Canali coautore dei testi e istrionico cantante flautista della formazione originale che, quarant’anni fa, nel primo “epico” album, inveiva contro frati e preti, e oggi da frate (ebbene sì!) continua a collaborare con i vecchi e i nuovi componenti del gruppo. I brani sono tutti rifacimenti di pezzi già incisi, tranne l’inedito “Narciso e Boccadoro” (caratterizzato da uno stile più vicino a un certo cantautorato femminile italiano che al prog), questo potrebbe rendere più faticoso dissipare la nebbia del sospetto di “operazione nostalgia”. L’invito, allora, è ad ascoltare la prima traccia, quel “Vivi. Lotta. Pensa” composto nel 1975, pubblicato nel 1992 e oggi ancora incredibilmente attuale sia nel testo, con l’esortazione gridata e struggente della Sala a imporsi sulla società schiacciante e alienante «se tu sei diverso, se sai quello che vuoi, vivi, lotta, pensa come sai!», che musicalmente con quegli echi di moog e chitarre distorte. A quando un nuovo viaggio tra passato e modernità, tradizione e futuro? Nel frattempo il suggerimento è di munirsi del Biglietto. 


Guido De Rosa