Saba Anglana – Ye Katama Hod/The Belly of the City (Felmay, 2015)

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In un certo senso il quarto capitolo della discografia di Saba, artista che è intreccio vivente di storie e memorie post-coloniali italiane, inizia là dove finiva “Life Changanyisha”, il suo disco precedente, in cui la voce del rapper somalo James Ndichu cantava (“James in Dagoretti”) speranze e difficoltà di vita nella capitale dell’Africa orientale. Perché “Ye Katama Hod/The Belly of the city”, che significa “La Pancia della Città”, titolo espresso in doppia lingua, amarico e inglese, offre uno sguardo intenso sul mondo reale, parlando di trasformazioni sociali e di sviluppo incontrollato delle metropoli d’Africa. Concepito in quell’Addis Abeba che cresce urbanisticamente a dismisura, assurta a simbolo di tutte le città africane, sia di quelle distrutte dalle guerre (come la sua Mogadiscio, dove Saba è nata da madre etiope e padre italiano) sia di quelle che sono oggetto di speculazione e di profitto, dissimulati nell’appellativo ineluttabile e assolutorio di modernizzazione. Quello di “Ye Katama Hod” è anche un vibrante viaggio musicale e poetico che si nutre di memorie personali e collettive, che attraversa il passato, il presente e il futuro di una città come la capitale etiopica che, d’altra parte, è storicamente fucina di elaborazione artistica, di fusione di modi musicali tradizionali e stilemi popular occidentali, come da anni ci insegna la strabiliante collana discografica “Éthiopiques”. Messi da parte i vestiti pop elettrificati, Saba Anglana (voce, autrice testi e musica), interprete di forte presenza scenica, dalla voce potente e guizzante, e il suo compagno Fabio Barovero (fisarmonica, piano, co-autore delle musiche e produttore) si affidano ad un’essenziale via acustica, in una certa misura, cameristica, brillantemente coadiuvati da Federico Marchesano (contrabbasso e contrabbasso preparato), Mattia Barbieri (batteria), Simone Rossetti Bazzaro (violino, viola), Fasika Hailu (krar), Asrat Bosena (masinqo) e Cristian Coccia (chitarra). Elaborato sulla scala pentatonica etiope anchihoye, “Gabriel”, è il brano d’apertura, cantato in amarico e somalo, in cui fioriscono memorie familiari e ci si rivolge all’Arcangelo, entità centrale nella religione copta ortodossa, per conoscere il proprio destino.
Subito, arriva uno degli episodi migliori dell’album, “Tariken” (“La mia storia”), che ci fa entrare nella pancia della città in mutamento. Il canto in amarico oscilla tra il sussurrato e il recitato, ma non mancano belle impennate, la melodia poggia ancora su una scala pentatonica, con una base ritmica di batteria e contrabbasso su cui s’incrociano violino e fisarmonica. In contrasto, “Zarraf” è urlo di riscatto, simbolo della liberazione che fuoriesce da quello stesso ventre urbano. È il singolo del disco, diventato anche un video. Con l’arpa krar e la viola monocorde masinqo in equilibrio su un ritmo rockeggiante, mentre le liriche in inglese e in amarico della canzone raccontano la storia di Melaku Belay, il danzatore etiope che è protagonista del clip della canzone. Cresciuto in strada, accanto allo storico locale Fendika, nella capitale d’Etiopia, Belay, diventato un grande artista, ne ha rilevato la proprietà. Saba si tuffa nella sua infanzia in “Markaan Yara” (canta: “Quando ero piccola in quei bei giorni tra le montagne dell’Harar”), che nella sezione strumentale è ispirato al pianoforte di Girma Yifrashewa, compositore a sua volta influenzato dallo stile della celebre suora pianista Emahoy Tsegue-Maryam Gebrou. Siamo in territori sonori che ondeggiano tra classicismo europeo, note blues e espressioni musicali etiopi. Ancora memorie avite in “Abebech” (“Fiore che sboccia”), dove sull’impianto della scala ambassel si produce la riuscita combinazione di piano, violoncello e fisarmonica. Come a proseguire la narrazione della tragica vicenda del precedente episodio, anche “Orod” (“Corri”) scava nelle ferite della memoria intima e familiare. In “Ma Celin Karo” (“Non posso trattenere”), Saba canta in somalo le sofferenze sociali e personali delle donne, pilastro delle culture africane, e non solo. Poi, si impone l’unico tradizionale del disco, “Tizita”, termine che indica sia una scala pentatonica etiope in chiave maggiore che dà movimento a questo brano sia l’espressione usata in amarico per indicare la nostalgia associata ai ricordi. Il brano popolare, ripreso dalla versione della cantante Aster Aweke, è ancora una volta un esempio mirabile della cultura musicale di questa parte di Africa orientale. Il disco, che corre lungo i crinali della memoria, trova degna conclusione in “Roob” (“Pioggia”). Qui il contrabbasso fa la parte del masinqo e si appoggia alle percussioni per rievocare il vigore delle interpretazioni dei cantastorie atzamari (ricordiamoci sempre del massacro dei tanti bardi, nonché dei prelati copti, messi a morte dal criminale Graziani, con il beneplacito di Mussolini, nella rappresaglia seguita all’attentato allo stesso viceré nel 1937). “Roob” è un esercizio esorcistico che consiste nell’accogliere gli accadimenti della vita, anche i più dolorosi come fatti naturali, spiega Saba nelle note del disco.


Ciro De Rosa