Robin Adams – The Garden (Backshop Records, 2015)

Segnato da una grave malattia cronica che ne ha impedito la piena realizzazione, Robin Adams è un cantautore scozzese di grande talento, che a buon diritto può essere definito l’erede di quella straordinaria generazione di songwriter aperta da Nick Drake e proseguita con John Martyn e Roy Harper. Il suo nuovo album “The Garden”, il quarto in carriera, raccoglie dieci brani autografi, ispirati dalla vicenda artistica Vincent Van Gogh. La vita e la morte del pittore olandese sono diventati la metafora di una profonda indagine introspettiva sulla sua esistenza, da sempre sospesa tra buio e luce, dolore e rari attimi di gioia. Sono riflessioni intessute tra le corde della sua chitarra, nate osservando il suo giardino seduto sul bordo del letto, e lasciando che la sua ispirazione lo guidasse verso la poesia. Registrato, mixato e prodotto nel suo studio casalingo, il disco è caratterizzato da atmosfere acustiche costruite sulle trame sonore intessute dalla chitarra a cui si aggiunge di tanto in tanto l’armonica e pochi altri strumenti. Se al primo ascolto il disco sembra peccare di monotonia, andando più a fondo si scoprono perle di raro lirismo, la cui poetica rimanda a quella dei quadri impressionisti. A colpire sono, così, brani come l’inebriante “The Garden” che apre il disco, la struggente “Paint Me The Day”, la romantica “Keep Me”, ma soprattutto il valzer “Holy Smoke” in cui spicca il violoncello di Peter Harvey, un vero gioiello che a buon diritto può essere definito uno dei vertici del disco. Di grande spessore sono poi gli spaccati introspettivi di “Troubled”e le due ballate “Need Not Turn” e “Midnight Blood”, ispirate alle descrizioni della guerra che Arthur Rimbaud fa nella sua poesia “Sleeper In The Valley”. La superba “Collision Course” che sembra evocare certe pagine dei primi dischi di Bruce Springsteen, chiude un disco di rara intensità poetica, da ascoltare con attenzione per coglierne tutta la sua profonda ispirazione. 


Salvatore Esposito