Oi Dipnoi – Bastrika (NarRator Records, 2015)

Oi Dipnoi è un trio siciliano che ha raccolto in “Bastrika” – album corposo di quindici tracce, prodotto dalla ungherese NarRator Records – un panorama sonoro molto rarefatto e, a primo impatto, sfuggevole. Costruito su incastri timbrici e armonici originali, orientato da pochi strumenti che si rincorrono e si sovrappongono in modo spesso inaspettato, e fondato su una scrittura che riflette una buona dose di estemporaneità. Tutto questo piano piano si amalgama con equilibrio, pur dentro variabili anche consistenti (ad esempio “Monsoni”, il secondo brano in scaletta, produce un primo strappo attraverso l’introduzione enfatizzata dal basso elettrico, che si infila dentro le linee melodiche, apparentemente fluide e pacate, dell’organetto) che, nell’insieme, producono un flusso sonoro differenziato e sperimentato soprattutto nelle elaborazioni melodiche dei tre strumenti principali: organetto, basso e percussioni. Proseguendo nell’ascolto emerge quello che si può probabilmente considerare l’elemento più rappresentativo del trio. Che coincide con una competenza tecnica che espande notevolmente l’orizzonte sonoro, timbrico e ritmico delle esecuzioni. E con il riferimento a una serie di idee che rappresentano, in modo mai pedissequo, le tradizioni musicali siciliane. Le quali rimangono sospese senza mai essere tirate in ballo direttamente, attraverso cioè citazioni esplicite. La band preferisce piuttosto suggerire delle suggestioni, inserendo, come ad esempio nel brano “Etna”, lo scacciapensieri, cioè uno strumento molto caratterizzante di un paesaggio sonoro circoscritto e, generalmente, riconoscibile. In questo caso – su cui vale la pena soffermarci, perché può essere considerato un paradigma del procedimento di scrittura e di costruzione delle musiche selezionate per l’album – quel particolare strumento è una specie di calamita che, insieme al titolo, richiama un tema, una visione su cui Oi Dipnoi ha poi intessuto una narrazione articolata e fuori dalla retorica. Difatti il brano, suonato (oltre che con l’idiofono di cui sopra) con organetto e tamburello, sviluppa la linea melodica che l’organetto accenna sin dal prologo, per poi confluire, poco prima del finale, in una breve pausa ritmica, determinata dal suono dilatato dello zither e da alcuni fraseggi del liuto (suonati rispettivamente dai due ospiti dell’album Dániel e Vilmos Gryllus). Da questo quadro si potrebbe escludere “Vorrei volare”, in virtù del testo tradizionale. La costruzione generale del brano, però, ripercorre le direttrici a cui si è accennato, determinando un flusso sonoro coerente con l’idea generale e che, in virtù di questo, si arricchisce di una divergenza molto piacevole. Nel quadro della quale i due poli principali (l’incedere cadenzato degli stornelli e l’elaborazione musicale) definiscono la forma di un brano originale e strutturato con equilibrio. Nell’ambito della varietà timbrica che i tre polistrumentisti hanno organizzato, le zampogne producono un effetto straniante e originale. Compaiono in “Meditazione”, un breve intermezzo musicale posto nella seconda metà della scaletta, e poi in “Tripnoi”, in quest’ultimo sorrette da una linea melodica di basso molto fluida ed efficace. In questi due brani si ha la possibilità di sperimentare l’efficacia di una scrittura disinvolta, che si sviluppa sempre dentro le combinazioni di pochi strumenti – i cui spettri sonori si espandono al meglio – e che si impianta proprio su un lavoro di sintesi. Per concludere, vale la pena indicare due brani che meglio degli altri riflettono sia la propensione del trio a una forma di sperimentazione che non è mai autocelebrativa e l’individuazione di possibilità melodiche interessanti, curiose, equilibrate, che meglio non potrebbero adeguarsi alla struttura della band: “Dodici bassi” e “Danzancia”. 



Daniele Cestellini