MiTo 2015, Intercultura tra le Comunità religiose di Milano

Concentriamo la nostra attenzione su Milano, in questi mesi, ideale luogo d’incontro tra le diverse culture anche in ambito musicale, come abbiamo testimoniato con diversi articoli riferiti a EXPO (si ve veda  Expo 2015, Musiche e intercultura nel segno della biodiversità). Nel Festival di “MiTo” 2015, è in corso la rassegna “Voci dello Spirito: il suono nelle comunità religiose di Milano”, coordinata dal Prof. Giovanni De Zorzi dell’Università di Venezia. La Tavola rotonda introduttiva (9 settembre) si è svolta presso la “Sala Appiani” dell’ Arena Civica. All’incontro hanno partecipato i rappresentanti delle comunità buddista, ebraica, copta, induista, armena, i quali hanno messo in risalto alcune caratteristiche musicali riferite a riti, preghiere, meditazioni e ai corrispettivi concerti previsti dal calendario di “MiTo”. Data la natura spirituale degli argomenti trattati, riteniamo delicato il compito di sintetizzare i punti salienti degli interventi, ma lo affrontiamo con piacere, auspicando che possa contribuire a dare ulteriore voce a un significativo percorso interculturale, improntato al dialogo e al rispetto delle diverse tradizioni religiose nel territorio milanese. Parlando a nome delle Comunità ebraiche, rav Elia Richetti ha riferito circa l’esecuzione dei repertori previsti nel concerto serale (come meglio specificato in fondo all’articolo). Il repertorio, infatti, è differente nelle diverse Sinagoghe, tuttavia rav Richetti ha voluto far riflettere sugli aspetti d’ideale comunanza tra i canti. Innanzitutto ha notato lo spirito con il quale il cantore esegue le melodie o la cantillazione. 
Egli “… canta da parte del pubblico e non per il pubblico, poiché è voce della comunità”. Altro punto di comunanza riguarda la modalità del canto riferita al testo, in cui l’esecuzione del cantore deve poter dare il “sapore” (traduzione di un termine specifico ebraico) di quello che si legge, seguendo convenzioni tipiche della tradizione. In proposito, si è parlato del “teamim” che comprende appositi accenti segnati sul testo, indispensabili per una corretta interpretazione vocale in relazione ai significati delle frasi o di singole parole. Per la Comunità buddista ha parlato Roberta Passerini, la quale ha dato rilievo a la “vibrazione del mantra” e a come si emette il suono, riflesso di uno stato d’animo interiore. Il Buddismo indica la via di “un sentiero interiore” che non necessariamente richiede l’uso del suono quando il rapporto è duale, tra maestro e allievo. Diversa è l’esigenza di armonizzare in uno stesso contesto (a volte) migliaia di monaci o di praticanti, da cui nel tempo è scaturita l’esigenza di utilizzare la scrittura e di istituire un repertorio musicale condivisibile. Riferendosi a studi scientifici, Passerini ha proseguito il discorso soffermandosi sugli aspetti neurofisiologici del “mantra”, il quale è innanzi tutto “protezione della mente”, essendo capace di modificare radicalmente uno stato d’animo, per esempio da negativo in positivo. Il Maestro zen Carlo Tetsugen Serra ha osservato che nella tradizione buddista esistono diverse scuole, per cui è arduo generalizzare. Di certo nello “zen” vi è la ricerca del “suono del silenzio”, il quale trova riscontro nei “sūtra”. Il suono non è fine a se stesso, ma legato a un rito preciso e serve per seguire un percorso di ricerca interiore. 
I “sūtra” aiutano “… ad andare oltre, a ritrovare il risveglio interiore… utilizzando tutti e cinque i sensi”. Gli strumenti utilizzati sono ritmici, come è stato spiegato con esempi, imitando l’uso del tamburo ligneo a forma di pesce, usato per dare risalto a specifici momenti del rito zen. Ciò premesso, il Maestro Serra ha evidenziato che in commercio esistono diverse registrazioni musicali, ma fatica a comprenderle se non utilizzate all’interno di eventi rituali, in quanto i suoni avulsi da tali eventi sono destinati a perdere i significati più profondi. Per la Comunità armena ha parlato Ani Balian, cantante lirica. La tradizione musicale antica si riallaccia agli eventi storici che portarono il popolo Armeno ad abbracciare la fede cristiana nel 301 d.C. (dodici anni prima dell’Editto di Costantino). Tale evento ha condizionato anche il modo d’intendere il canto liturgico, concepito come “… stupore per la scoperta del Divino”. Vi sono cantilene che utilizzano quarti di tono. Il modo prevalente è il “minore”, il quale infonde alle melodie un senso di tristezza o, come ha osservato De Zorzi, di “nostalgia”. Non poteva mancare un accenno allo strumento principe della tradizione, il “duduk”, ricavato dal legno di albicocco, in passato utilizzato massivamente in ambito agreste e fatto conoscere nel mondo da interpreti d’eccezione come, ad esempio, Djvan Gasparian. È stato ricordato che spesso la musica armena è stata utilizzata per accompagnare scene di film narranti eventi religiosi della cristianità. Il repertorio è storicamente stratificato con monodie e polifonie. Originariamente le voci erano maschili, attualmente possono essere previste anche voci femminili. 
 Il 2015 è un anno speciale per la Comunità, poiché ricorre il centenario del genocidio Armeno, di cui molto si è parlato nei media. Esperta di pratiche musicali e identitarie della Comunità armena è la ricercatrice Ortensia Giovannini, presente all’incontro. Per la Comunità copta è intervenuto Padre Shenuda, parlando della musica nel cristianesimo ortodosso in Egitto. Ha accennato alla storia della “Chiesa antica Orientale”, in relazione all’ascetismo e al monachesimo cristiano nonché all’opera spirituale di San Marco evangelista. Da un punto di vista musicale, ha messo in risalto che nei loro riti “… viene chiesto ai fedeli di cantare, partecipando attivamente”, come concreta testimonianza di fede verso Dio. Nel concerto serale è prevista la partecipazione del coro dei ragazzi e quello dei bambini. Strumenti di accompagnamento sono i cimbali e il triangolo. Alcune musiche saranno accompagnate dall’ “oud”. L’uso del liuto è un modo per rendere più attuali i canti della tradizione i quali, secondo il religioso egiziano, possono cambiare nell’accompagnamento ma non nella sostanza dei contenuti. In merito all’ammodernamento dei canti, Padre Shenuda ha manifestato l’esigenza di riuscire a mantenere viva la fede tra coloro che vivono lontano dall’Egitto, da cui la traduzione dei testi religiosi a favore dei più giovani, facendo leggere in un secondo momento i testi nella lingua originaria. L’ultimo intervento è stato di svamini Hamsānanda Giri, rappresentante della Comunità indiana induista di Milano, formatasi a seguito del processo migratorio a partire dagli anni Ottanta. Ha parlato della preghiera (“Veda”) eseguita dai monaci, in relazione al suono che può essere distinto in quattro stadi. 
Non vi è differenza tra suono e silenzio ma, a seconda degli stadi, esistono differenti livelli di emissione. “Nel silenzio vi è l’origine del suono e, quindi, della parola”. Ogni suono ha una sua specifica potenza. Sono stati portati alcuni esempi. “Sha” è pacificante; “pa” è esplosivo. Per cui, nella tradizione induista la parola “pace”, proprio per i suoni sillabici contenuti nella parola, non potrebbe essere usata con i significati semantici dati in occidente. È stato ribadito che “… il mantra è utilizzato per proteggere la mente, per schermare e pulire…”. Non dovrebbe quindi essere assimilato a una preghiera che è un mezzo di relazione con il Divino. Rispetto alla pratica, viene usata la “shanka” (significa conchiglia), strumento naturale a forma circolare. La simbologia riferita alla forma dello strumento è determinante per comprendere i significati insiti nella “circolarità del tempo, che non ha un inizio”. Il “Veda” è la percezione della conoscenza originaria che si cerca tramite la meditazione. Dal suono vedico può svilupparsi il canto, il quale richiede una particolare attenzione sul come viene pronunciata la parola. Nella cultura templare si manifesta la “devozione” tramite la simbologia tipica della “Puja”, un articolato rituale nel quale la Divinità viene accolta con riguardo, “… come si accoglie l’Ospite che entra nella casa”. In questo contesto rituale s’inseriscono il canto, la danza, il cibo, la poesia. Ci sono diverse forme musicali che perseguono l’obiettivo di produrre relazione con il movimento del corpo o con la lettura della poesia. Nelle parole, nei gesti e nei movimenti vi è sacralità, poiché in India tutto è sacro. 
L’artista o l’esecutore non sono concepiti come professionisti, ma come coloro che operano a favore della comunità “…cercando unità della realtà … che porta unione e comunione”. Nel contesto rituale, può essere utilizzato il sitar, per accompagnare il canto o la poesia secondo modalità che verranno meglio spiegate durante il concerto serale. In precedenza sono stati sintetizzati i vari interventi secondo ordine espositivo cronologico, i quali sono stati preceduti da una presentazione di Giovanni De Zorzi, utile per chiarire gli obiettivi della Rassegna e per far riflettere circa l’uso del termine “musica”, talvolta limitativo rispetto al modo di concepire il “suono e il silenzio” nelle diverse religioni. Le linee guida di “Voci dello Spirito” sono state dettate dal desiderio di avvicinare le differenti tradizioni spirituali che condividono come luogo di culto la città di Milano, avendo chiaro che lo studio delle comunità in ambito metropolitano può trovare pertinenza con gli studi etnomusicologici. Nel corso delle ricerche, l’esperienza religiosa porta a evidenziare riscontri antropologici e spirituali, i quali conducono a interrogarsi sul tema della creazione in relazione al “suono” originario, la cui interpretazione religiosa porta a specificità musicali anche in termini rituali, di preghiera (individuale e collettiva) o di meditazione. Dato il contesto, si ritiene utile ricordare che, in Italia, i primi studi sistematici riferiti al rapporto “musica popolare-religione” sono legati al nome di Leo Levi il quale, a partire dagli anni Cinquanta, iniziò a investigare sulle tradizioni ebraiche e sui loro rapporti con il canto cristiano. 
In seguito, soprattutto Roberto Leydi divenne il catalizzatore di un gruppo di studiosi che condusse ricerche approfondite sul canto sacro-popolare nel territorio nazionale, i cui esiti etnomusicologici si concretizzarono in saggi specialistici, in convegni e nella pubblicazione organica di una nota opera letteraria e discografica dal titolo “Canti liturgici di tradizione orale” (a cura di Roberto Leydi, Pietro Sassu, Renato Morelli, Piero Arcangeli, con annessi quattro dischi a 33 giri, Edizione Albatros, opera ripubblicata dalle Edizioni Nota).  Per completare il quadro espositivo, si riportano alcune informazioni di base. La Tavola rotonda “Voci dello Spirito” è stata organizzata in collaborazione con la “FAI - Fondo Ambiente Italiano Delegazione di Milano”. I concerti serali al Teatro “Out Off” sono previsti nelle seguenti date: Tradizioni ebraiche (9.9); Tradizioni buddhiste (11.9); Tradizioni cristiano armena (13.9); Voci del cristianesimo ortodosso (14.9); Cantillazione del Corano e cerimonia di “zikr” dei dervisci “Halvetî-Jerrahî” (16.9); Tradizione induista (20.9). Per la tradizione ebraica (la più antica tra le confessioni presenti a Milano), vengono presentati esempi di canto liturgico secondo l’interpretazione di Raffaele Wolkowiez (tradizione “ashkenazi”), dei rav Elia Richetti e David Sciunnach (tradizione “sefardi”) e di Henri Maknouz, anziano cantore sinagogale libanese. Il repertorio buddista prevede i canti in uso nella tradizione tibetana del “Centro Kunpen Lama Gangchen”; della tradizione zen giapponese proposta da esponenti del monastero zen milanese “Enso-Ji” e dai devoti del tempio buddhista “Lankaramaya”. 
Per la Comunità armena verranno eseguiti inni medievali (V, X e XII secolo) e brani della tradizione liturgica composti da Makar Yekmalyan (1856-1905) e da padre Komitas Vardapet (1869-1935). Per il cristianesimo ortodosso sono previste esecuzioni di canti e musiche in uso nelle comunità milanesi copta, russa, rumena e greca. L’incontro dedicato all’Islam e al sufismo (“tasawwuf”) include canti coranici (stile “al-tartîl”), eseguiti dal cantore (“qâri”) Muhannad al-Gilânî. La parte musicale è affidata a esecutori della confraternita sufi “Halvetî-Jerrahî”, con inni sacri (“ilâhi”) della tradizione sufi ottomano-turca e composizioni della confraternita dei ‘dervisci rotanti’ (“mevlevîye”). È inoltre contemplata la cerimonia detta “zikr”, accompagnata dal suono dei tamburi a cornice “daf” e “bendir”. La tradizione induista propone canti di preghiera dei monaci (“samnyasin”) del monastero “Math Gitananda Ashram”, con momenti coreutici di danza classica indiana secondo gli stili “kuchipudi” e “bharatanatyam”, alternati a letture di scritture indù o di testi poetici accompagnati dal sitar. Il nostro viaggio interculturale nella città di Milano prosegue. Prossima tappa i Padiglioni di Expo, per approfondire la conoscenza di numerosi suonatori e delle loro “pratiche” musicali, le quali testimoniano la ricchezza sonora in uso tra le diverse popolazioni nel mondo. 


Paolo Mercurio