I was Looking at the Ceiling and Then I Saw the Sky, Teatro dell’Opera, Roma 11 Settembre 2015

Teatro Costanzi, ore 19.50 di venerdì 11 settembre: abbonati, attori, comici, personalità politiche e della cultura, giovani universitari affamati di novità – in altre parole il consueto pubblico delle prime romane –, prendono posto in sala chiacchierando rumorosamente. Nessuno dei presenti si cura di un dato significativo, dalla fossa orchestrale – il “golfo mistico” di wagneriana invenzione – invece del solito elegante stridere di violini intenti ad accordarsi, si odono chitarra e basso elettrici che eseguono rapide figurazioni melodiche per trovare la giusta accordatura. Qualcosa d’inconsueto si prepara ad andare in scena! È la prima assoluta italiana di “I was Looking at the Ceiling and Then I Saw the Sky” composta dall’americano John Adams nel 1995 su libretto di June Jordan. «Il lungo e affascinante titolo – racconta il compositore nella sua autobiografia datata 2010 – era la frase di un sopravvissuto al terremoto del 1994 di Northridge, California, che June aveva trovato nel resoconto di un giornale». La trama è piuttosto semplice, «una storia d’amore multivettoriale» come l’ha definita Adams, sempre nel 2010. Le vicende di sette strani personaggi (Dewain, Consuelo, David, Leila, Mike, Rick e Tiffany) «tutti più o meno ventenni sensuali, impulsivi, pieni di dubbi e insicurezze, inquieti e tormentati per via delle noiose imposizioni dell’autorità», appartenenti a varie etnie e differente estrazione sociale nella Los Angeles primi anni Novanta, s’intrecciano con il terremoto che devastò la città. Le tematiche sono quelle del razzismo, dell’immigrazione, dell’omofobia e delle molestie sessuali, inevitabilmente legate all’intenso impegno da attivista politica dell’autrice del libretto. 
Già dal concertato iniziale con le tastiere che supportano i sette personaggi principali mentre si presentano al pubblico e allo svolgimento della storia, le ombre dei musical “Porgy and Bess” e “West Side Story”, modelli dichiarati di Adams, aleggiano sul palcoscenico. Bastano poche altre scene perché si palesi il carattere di questa “songplay”, una sorta di “The Blues Brothers” come lo avrebbe messo in scena (e in musica) Leonard Bernstein se John Landis avesse avuto altro da fare all’epoca. Ogni dubbio è fugato dalla scena della dottoressa e attivista della comunità, Leila, una sbiadita copia dell’Aretha Franklin danzante in una tavola calda del film di Landis (la scelta dell’interprete Janinah Burnett così somigliante è casuale?), che esorta Consuelo all’uso dei contraccettivi, cantando in piedi sopra al tavolo del suo ambulatorio. A chi fosse ancora scettico si suggerisce, come ulteriore testimonianza in questo senso, la presenza in scena del reverendo David, un carismatico predicatore locale che la vocalità dell’interprete Joël O’Cangha rende però più simile a Stevie Wonder che a James Brown. L’elemento di originalità è tutto racchiuso nell’allestimento del Théâtre du Châtelet di Parigi, risalente al 2013, con sole quattro strutture bianche che dovrebbero ricordare i palazzi di un sobborgo e che crollano veramente in scena allo scatenarsi della catastrofe naturale. Alla scarna scenografia si combinano i sorprendenti effetti di videoproiezione che simulano la luce negli appartamenti attraverso giochi d’ombra, il sorgere dell’alba, le figure in azione, in un’idea finale di pittura in movimento. Dal punto di vista della partitura, la “songplay” appare come un mix fra generi musicali talvolta in ibridazione fra loro. 
L’esplosione fiduciosa di Dewain che vede la luce del sole attraverso la sua finestra, traendone un incitamento a non lasciarsi andare alle difficoltà della vita (“I got sunlight through my window”), è un blues con chitarra elettrica, rullante e organo hammond che fanno vibrare la platea del Teatro dell’Opera. Diversamente, la scena del processo ai suoi danni per il furto di due bottiglie di birra è un rock saturo con arpeggio di chitarra, riff di basso e percussioni che ripetono ossessivamente le stesse figurazioni, rendendo tangibile alle orecchie il senso schiacciante della Giustizia che si abbatte sul povero “young black man”. Un istante dopo il processo, nella scena in solo di Consuelo che esprime al mondo e al pubblico in sala il suo tormentato amore per Dewain, è la psichedelia di matrice Pink Floyd a emergere prepotentemente dal “golfo mistico”. L’orchestra, composta di soli otto elementi e nello specifico tre tastiere, chitarra e basso elettrico, sax, clarinetto e batteria, si dimostra eccezionalmente versatile e ben diretta dall’australiano Alexander Briger, al debutto a Roma. La scena musicalmente più riuscita, nella quale pathos scenico e intimismo rock si fondono magistralmente, è senza dubbio quella in cui le tre protagoniste femminili sognano “di cambiare il notiziario”, chiaramente una metafora riferita alle loro vite. La scena si apre con un’intro vocale all’apparenza dolente, l’assenza di sostegno musicale fa risaltare la voce soul e viscerale di Leila (Janinah Burnett), quella soffice e jazz di Tiffany (Wallis Giunta) e la serataccia di Consuelo (indisposizione annunciata a inizio spettacolo con Jeanine De Bique decisa a presenziare lo stesso in scena), per poi sfociare in un rock-blues colmo di temi lascivi e ammiccamenti sensuali. 
La chiusura è ancora una volta con le tre voci all’unisono, questa volta però sostenute dall’organo, forse a simboleggiare che qualcosa è destinata a mutare molto presto. L’ascolto dell’opera di Adams rivela un’evidente assenza di linea narrativa nei testi, forse espressamente voluta da June Jordan ma che contrasta con una continuità musicale piacevole e ben costruita attraverso l’ibridazione dei generi. Le “arie” femminili appaiono sensibilmente più ispirate di quelle maschili e in generale il secondo atto, meno ironico e più emotivo a causa della presenza del terremoto, sembrerebbe meglio riuscito. Il finale con tutti i personaggi in scena che cantano all’unisono, manco a dirlo, una ripresa del titolo dell’opera, è forse piuttosto scontato ed eccessivamente ripetitivo con quel martellante “I was Looking at the Ceiling and Then I Saw the Sky” ribadito a più riprese. Se il pubblico d’opera italiano vuol vedere qualcosa d’inusuale, certo qui l’avrà. Non c’è dubbio che l’esperimento di fusioni di generi potrà piacere o suscitare scetticismo ma complessivamente è un’espressione dei nostri giorni che merita interesse. L’invito è quindi a sottrarsi al muro dell’abitudine, rompere il rassicurante soffitto musicale cui si è avvezzi e porgere ascolto al cielo sonoro e alla sua sconfinata varietà. 


Guido De Rosa

Foto di Yasuko Kageyama © fonte Teatro dell’Opera di Roma