Carlo Mormile - La Nascita (Konsequenz/Masseria dei Suoni, 2015)

Un pianista e compositore ispirato, allievo di maestri come Franco Donatoni ed Ennio Morricone, che combina per sei volte il proprio DNA musicale con il genio poetico contemporaneo di Giulio Marzaioli (“Crepe”), Carlo Bordini (“Stasi”), Luigia Sorrentino (“In quella vertebra”), Paola Febbraro (“Gennaio”), Alberto Toni (“Il Fiume”) e del molto più datato Novalis (“Passo oltre il valico”), mentre altre sei volte lascia mescolare il proprio io con i più diversi orizzonti musicali strumentali, ecco la genesi de “La Nascita”, il nuovo album di Carlo Mormile. L’equipe medico-musicale che in sala di registrazione affianca Mormile nelle fasi finali della gestazione è l’Orchestra Collegium Philarmonicum – un singolare ensemble di ragazzi e ragazze tra i sei e i venticinque anni, coadiuvati da alcuni professori del Teatro San Carlo e neodiplomati dei conservatori campani - guidata dalla perizia di Gennaro Cappabianca. Per un parto così originale e anomalo, non poteva mancare il consulto e la collaborazione di un altro luminare del campo, l’estroso percussionista etno-funk-jazz Ciccio Merolla. Dato assolutamente da non trascurare è che le sei creature fatte di parola musicata possiedono nel loro delicato eloquio la voce del contralto napoletano Daniela del Monaco. Come dichiara Renzo Cresti nelle note di presentazione – nel booklet allegato al cd sono presenti anche testi e biografie – “Oggi siamo pieni di opere e operine ben fatte ma manca loro spessore umano, sembrano nate per guardarsi allo specchio (neo-strutturalismo) oppure per essere dei piacevoli trastulli (neo-romanticismo). La concavità dell’essere, abisso della mente e del cuore, la sua relazione con la collettività è ciò che manca in questo mare magnum che si battezza musica contemporanea”. L’obiettivo di Mormile – per alcuni forse un po’ pretenzioso, o chissà per altri soltanto sfiorato – è proprio nel non conformarsi “alle varie tendenze omologate del panorama compositivo italiano attuale”. “La nascita – chiarisce Carlo Mormile - è un percorso interiore che presuppone l’abbandono di alcune modalità di vita e la genesi di nuove forme dello spirito. Il titolo del cd corrisponde esattamente al mio mutamento interiore e di conseguenza al modo di approcciare e vivere la musica”. In quest’ottica va anche la scelta, altrimenti bizzarra in un contesto di contemporaneità, di trarre un testo dagli “Inni alla Notte” di Novalis. Non un rigurgito di romanticismo, bensì una totale aderenza linguistica al componimento che ben esprime l’idea di una nuova nascita; con l’idea del passare il valico, il poeta tedesco, infatti, ben figura una trasformazione o riformulazione dell’individuo. Tutto questo è possibile in musica, o quanto meno il compositore tenta di renderlo concreto, facendo camminare le sue creature su una sottile linea di confine fra varie culture e mondi musicali. Non è certamente casuale che al suo fianco ci sia un attento ricercatore nel campo della musica popolare di tradizione mediterranea come Gennaro Cappabianca Si ascolti, ad esempio, nella prima traccia “Crepe” il recitar cantando - che ricorda “Il Combattimento di Tancredi e Clorinda” (1624) di Monteverdi - , mescolato ai fraseggi pop dei fiati e le parti degli archi perfette per la musica di un film. Il passaggio alla strumentale “Landscape” non sembra da meno con l’incrocio fra sonorità che a tratti richiamano alla mente “Le Ebridi” di Mendelssohn e l’ondeggiamento percussivo di certa musica mediterranea. Mentre la strumentale “Donna allo specchio”, senza dubbio una vera perla, mescola il pathos da colonna sonora di un film, con il pianismo di certi romantici di metà Ottocento. L’impresa di Mormile si fa sensibilmente più ardua nei sei momenti in cui sceglie di affiancare alla musica la parola cantata o declamata, con esiti non sempre esaltanti. Qui la sua formazione classica, gli studi compiuti presso l’Accademia Nazionale di S. Cecilia in Roma e l’Accademia Chigiana di Siena, e forse ancor più gli anni d’insegnamento in uno dei Conservatori più influenti nella storia musicale europea, come quello di S. Pietro a Majella di Napoli, lo portano a cercare, sulla scia dei compositori di fine Settecento e primo Ottocento, una relazione complessa fra musica e parola. La musica non deve essere solo un piacevole accompagnamento descrittivo della parola poetica, piuttosto un prolungamento emotivo, cosicché il verso cantato possa giungere all’individuo non solo a livello conscio (e testuale). Così un brano come “In quella vertebra” presenta vaghi echi di un lied schubertiano che la pronta presenza dell’orchestra fa poi immediatamente sparire. A chi sarà sorto il sospetto che Mormile voglia porsi nei confronti della produzione musicale coeva in un’ottica diciamo di “rinnovamento mozartiano”, si segnala la traccia strumentale numero 6 “I remember Amadeus”dal titolo piuttosto ambiguo (ricordo nostalgico o desiderio di emulazione?). Un comune adagio stabilisce che tutti i bambini appena nati sono bellissimi, poi crescono e la vita giudicherà di che pasta sono fatti. Sarà il tempo e l’ascolto da parte del pubblico a stabilire il valore delle dodici creature musicali messe al mondo da Mormile. Per ora ci si limita a rivolgere al papà un affettuoso “Congratulazioni!”. 


Guido De Rosa