Speciale Roots Rock: James McMurtry, Ian Siegal, James Maddock, Richard Lindgren, Brothers Keeper, Greg Harris, Ani DiFranco, Mary Cutrufello, Lucia Comnes

James McMurtry - Complicated Game (Blue Rose/Complicated Game/I.R.D., 2015)
Cantautore culto della scena roots rock americana, James McMurtry si segnalò al grande pubblico nell’ormai lontano 1989 con l’ottimo album d’esordio “Too Long In Wasteland”. Da allora abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare il suo songwriting, sempre ricco di spunti musicali e poetici interessanti, tuttavia dopo la pubblicazione di “Just Us Kids” di sei anni fa, avevamo un po’ perso le tracce, e ritrovarlo alle prese con “Complicated Game”, il suo nuovo disco in studio non può che essere una bella sorpresa. Inciso a New Orleans con la produzione di CC Adcock, uno dei migliori swamp rocker della Louisiana, il disco si avvale di un cast di musicisti di primo livello in cui spiccano Benmont Tench, Ivan Neville, Warren Storm, Dirk Powell, Derek Trucks, Sam Broussard, Doyle Bramhall II. Si tratta di una bella raccolta di ballate dai suoni scarni e desertici, impreziosite da arrangiamenti eleganti, in cui spiccano strumenti come il piano e il banjo. Durante l’ascolto a brillare sono, senza dubbio, un pugno di ballate dalla grande intensità poetica come “Copper Canteen”, la magnifica “You  Got To Me”, e quel gioiello che è “Ain’t Got a Place”. Il disco regala, però, altre piccole perle come il folk di “She Loves Me” nella quale dialogano il violino di Dirk Powell ed il piano di Benmont Tench, il rock di “These Things  I’ve Come” in cui protagonista è la fisarmonica che imprime al brano un atmosfera western di grande suggestione e l’old time ballad “Deaver’s Crossing”. Non manca qualche deviazione di percorso verso le sonorità irish con “Long Island Sound” in cui spicca l’uso della cornamusa, ed il rock con “Forgotten Coast”, nella quale si ascolta la chitarra di Derek Trucks. Insomma “Complicated Game” è uno di quei dischi da ascoltare e riascoltare fino ad innamorarsene profondamente. 


Ian Siegal - The Picnic Sessions (Cadiz/I.R.D., 2015)
A breve distanza dalla pubblicazione del live acustico “Man & Guitar”, registrato alla Royal Albert Hall di Londra, Ian Siegal piazza un altro disco imperdibile “The Picnick Sessions, che raccoglie il risultato di due giorni di sessions in studio del tutto informali, tenute nel 2013 presso i Zebra Ranch di Coldwater. Messi per un momento da parte gli strumenti elettrici, il chitarrista inglese ha deciso di rileggere in chiave country blues il suo repertorio, con la complicità di alcuni dei principali esponenti della scena blues del Mississippi ovvero i quei geniacci dei fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars, Jimbo Mathus e Alvin Youngblood Hart. L’ascolto regala all’ascoltatore un esperienza davvero imperdibile, in quanto ad intercalare i vari brani capita spesso di ascoltare qualche conversazione tra i musicisti, ma soprattutto la registrazione in presa diretta restituisce integro il calore e le emozioni di quei due intensi giorni di session. Chitarre resofoniche, mandolino, banjo e percussioni sono così protagonisti ora di brani inediti, ora di brani del repertorio precedente, ora ancora di riletture d’eccezione. Il cantato quasi luciferino di Siegal pervade brani come la travolgente “Stone Cold Soul”, il folk di “Wasted Freedom” e la divagazione nel folk blues con “Beulah Land”, fino a sorprendere con “Keen and Peachy”, un omaggio alla lezione di Howlin’ Wolf. Pregevoli sono anche le riletture di “Heavenly Houseboat Blues” dal songbook di Townes Van Zandt, e di “Gallo del Cielo” di Tom Russel, ma la vera sorpresa del disco è il traditional “Hard Times (Come Again No More)”, proposta in una versione di grande intensità lirica. “The Picnic Session” è dunque un altro mattone importante nella discografia di Ian Siegal, e siamo certi che lo sarà anche il nuovo live in uscita “One Night in Amsterdam”. 


James Maddock - The Green (Appaloosa/I.R.D., 2014)
Di origini inglesi, ma ormai di base a New York da lungo tempo, James Maddock è un cantautore formatosi nel Village e ben presto giunto ad un contratto di prestigio con la Columbia, insieme ai Wood, band con la quale debutta con “Songs from Stamford Hill”, il cui singolo traino “Stay You” viene selezionato per la colonna sonora di “Dowson’s Creek”, mentre “Never Day” finisce in quella del film “Serendipity”. La strada verso il successo però è subito irta di difficoltà, e ben presto arriva uno stop dall’attività discografica per ben nove anni, fino alla pubblicazione nel 2009 dell’ottimo “Sunrise on Avenue C.”, a cui seguono “Live at Rockwood Music Hall” e “Wake Up And Dream”, dove spicca “Beautiful Now”, scritta con Mike Soctt dei Waterboys. Dopo una serie di ottimi dischi, era molto atteso il suo nuovo album, che puntualmente è arrivato grazie alla preziosa opera dell’italiana Appaloosa che ha dato alle stampe “The Green”. Rispetto al passato si avverte una certa involuzione verso una eccessiva verbosità delle canzoni, appesantite anche da una stratificazione sonora che mal si addice al songwriting di Maddock, tuttavia anche in questo caso non manca qualche brano da ricordare. E’ il caso della title-track, un brano di impostazione rock il cui testo è un invettiva verso il sistema economico, o ancora delle potenti e serrate “Once there was a boy” e “Rag doll”. Non manca qualche bella ballata che ci riconduce a certi suoni dei dischi precedenti, come “Speaking For The Man”, “Too Many Boxes” e la già nota “My Old Neighbourhood”, mentre del tutto trascurabile è l’esperimenti pop di “Driving Around”. La sensazione è che “The Green” sia un disco di passaggio, una sorta di preludio ad una nuova fase della carriera di Maddock, che certamente saprà regalarci ancora altre grandi canzoni.


Richard Lindgren - Sundown on a lemon tree (Rootsy/I.R.D., 2014)
Gli appassionati di musica roots sanno bene che la nostra nazione è spesso diventata un porto sicuro di approdo per tanti cantautori, forse minori, ma non meno talentuosi di coloro che riscuotono successi a man bassa oltreoceano. E’ il caso dello svedese Richard Lindgren che in Italia ha trovato una seconda casa, esibendosi spesso dalle nostre parti come è accaduto nel corso della recente edizione del Townes Van Zandt Day. Il suo stile affonda le sue radici nell’opera di Hank Williams, di Bob Dylan e nei classici del blues, ma a colpire è la sua originalità nello storytelling, come dimostrano i vari dischi pubblicati in questi anni dall’esordio su doppio album “A Man You Can Hate” all’ottimo “Grace”, fino a toccare la divagazione nel folk blues di “Driftwood (the 309 sessions)”. Il suo nuovo album “Sundown on a Lemon Tree” ha preso forma nel tour primaverile dello scorso anno, ed è stato successivamente registrato a Malmo in due giorni, con la collaborazione di Fredrik Cariquist (sax e clarinetto), Nils Bondesson (piano) e Magnus Norrenberg (hammond”. Sebbene il disco pecchi a tratti di una certa approssimazione a livello stilistico, non mancano diversi episodi gustosi come nel caso della title-track che mette insieme diversi ricordi on the road in Italia, della romantica “Song for Claudia”, e di due gioiellini come “If I Ever Walked Away”e “Hobo and Marina”. Al contrario del tutto trascurabili sono le riletture di “My Blue Eyed Jane” di Jimmie Rodgers, del traditional “Hard Times” e del classico irish “Danny Boy”, mentre molto meglio va con l’interpretazione di “Return To Me” di Dean Martin, ben nota per la versione che Bob Dylan ne fece per la colonna sonora dei “Soprano’s”. Insomma “Sundown on a lemon tree” è un disco forse imperfetto, ma certamente divertente e piacevole da ascoltare. 


Brothers Keeper - Todd Meadows (Appaloosa/I.R.D.,2015)
Non se ne può più del triste peana interpretato da quanti sostengono che la roots music non abbia più nulla da dire e che bisogna accontentarsi di quello che si ha, in quanto l’accettare passivamente tutte le produzioni discografiche, implica giocoforza un appiattimento verso il basso della qualità. Dunque, non possiamo esimerci un tratto di matita rossa sotto “Todd Meadows”, opera prima del trio composto da tre veterani della roots music come Scott Rednor (voce, chitarre), e la sezione ritmica di Michael Jude e John Michael. L’album raccoglie tredici brani, di cui undici inediti scritti con la collaborazione di Jono Manson, impegnato anche come produttore e  l'armonicista John Popper dei Blues Traveler (vero sponsor-man dell'operazione), e due riletture ovvero una calligrafica “The Weight” di The Band e una incolore “I’ll Be Your Baby Tonight” di Bob Dylan. L’ascolto si caratterizza per una latente stagnazione del songwriting tanto nella malinconica “If Only For A While”, quanto nella chitarristica “Days Go By”, ma soprattutto nel southern blues di “Cold Rain” in cui l’armonica di Popper impatta malamente con un rapper (oh tempora, oh mores!). Peggio va con i vari cambi di direzione verso l’alt-country di “Why Do You Fall”, o il boogie “Nothing To Do” dove si salva la sola prova vocale di Jono Manson, o ancora la West Coast con “Still Missing You”. “Todd Meadows” è, dunque, la dimostrazione del perché con la roots music non bisogna mai accontentarsi, perché le potenzialità per esprimere qualcosa di nuovo ci sarebbero, ma battere strade semplici e già note, è più facile.


Greg Harris - Long Lonesome Feeling (Mrm/Appaloosa, 2015)
Noto agli appassionati di country rock per i suoi trascorsi con il duo Rains & Harris, e con la line-up dei Flying Burrito Brothers del dopo Gram Parsons, Greg Harris è uno di quei personaggi minori della musica americana, che meriterebbero di essere intervistati già solo per la ricchezza della loro memoria storica. Un po’ più problematico è invece parlare di loro quando si misurano con prove discografiche zoppicanti ed incerte, impastate tra ricordi di un tempo che fu, e vecchi amori musicali arrivando a fare il verso a sé stessi ed alla propria storia. E’ il caso di “Long Lonesome Felling”, il nuovo disco di Greg Harris, dal quale già leggendo i titoli di brani come “The Last of the Great Old Counrty Rockers” e “The Gilded Palace of Sin”, si percepisce esclusivamente il desiderio di ritrovare un passato già troppo lontano con buona pace degli interventi di alcuni ospiti come Don Heffington e Skip Edwards e delle cure amorevoli dell’appassionata casa discografica italiana Appaloosa che ha lo ha pubblicato. Il risultato è un disco che non brilla mai, finendo per essere a tratti anche caricaturale come nel caso della title track, del western swing di “Will Point” e nella maldestra “Can You Fool” in cui viene riletta “Do Right Woman” di Dan Penn. 


Ani DiFranco – Allergic To Water (Autoprodotto, 2014)
Esponente di rilievo della canzone d’autore americana, declinata al femminile, Ani DiFranco, nel corso di un ventennio di attività artistica ci ha abituato ad un songwriting militante ed incazzato, intriso di temi politici e denuncia sociale a difesa dei diritti civili, come nel caso del più recente “Which Side Are You On?”. Tutto questo, però, sembrava aver progressivamente messo in ombra il suo talento, facendo prevalere i temi trattati rispetto alla poesia. Attendevamo, così, un cambio di percorso, se non radicale ma quanto meno più deciso a riappropriarsi della propria identità musicale. L’occasione per una svolta nella sua carriera è arrivata sia con il suo trasferimento a New Orleans, città da sempre fonte di grandi ispirazioni e slanci musicali, sia con la sua recente maternità. Ecco, dunque, che la cantautrice di Buffalo è riuscita ad uscire dai suoi confini con “Allergic To Water”, diciottesimo album in carriera, che la vede rivolgere lo sguardo verso il suo interiore, abbandonando la rabbia per raccontarci a cuore aperto la bellezza dell’amore e della famiglia. Prodotto dalla sola folkinger, senza l’aiuto del marito Mike Napolitano, il disco si caratterizza per atmosfere che spaziano dal folk alle sonorità di New Orleans passando per il songwriting degl’anni Sessanta e Settanta fino a lambire il jazz. A caratterizzare i brani è l’approccio vocale che Ani DiFranco ha impresso ai brani, non più urlato e rabbioso, ma piuttosto tenute ed evocativo. Durante l’ascolto a spiccare sono brani di grande fascino e poesia, come la splendida ed ispirata title-track, la poesia minimal di “Careless Words” e la dolcissima ninna nanna “Rainy Parade”, ma il vero vertice del disco arriva con “Happy All The Time” e “Yeah Yr Right”, due quadretti di pura intimità che suggellano una delle prove discografiche più belle ed interessanti di tutta la discografia della cantautrice di Buffalo.


Mary Cutrufello - Faithless World (Appaloosa/ IRD 2014)
Abbiamo seguito sempre con attenzione il percorso artistico di Mary Cutrufello, grintosa cantautrice emersa dalla scena roots rock texana alla fine degl’anni Novanta con la sua voce piena e i suoi dreadlocks, proponendo un blue collar semplice ed allo stesso tempo serratissimo. Nonostante un contratto firmato con la Mercury, ed una partecipazione al Jay Leno Show, purtroppo la via del successo si chiude improvvisamente, catapultandola dal palco alle consegne a bordo di un furgone della FedEx. Come spesso accade, alla qualità della proposta musicale spesso non corrisponde il risultato che ogni artista meriterebbe, e così qualche anno fa, complice anche un intervento alle corde vocali, la vedemmo sparire, per riemergere con l’ottimo “35”. Dopo due album di impostazione strettamente acustica, Mary Cutrufello riprende il discorso interrotto sei anni fa proprio con “35” ritornando prepotentemente al sound travolgente del blue collar rock con il nuovo disco “Faithless World”. Gli ingredienti sono gli stessi usati dai suoi due padri nobili Bruce Springsteen e John Mellencamp, ovvero un songwriting semplice e diretto al servizio di brani che raccontano storie di tradimenti, fede, amore e passioni, il tutto riletto con la sensibilità di una donna. Registrato a Minneapolis e prodotto dall’inseparabile Greg Schutte, “Faithless World” vede la cantautrice americana, affiancata da una serie di ospiti come Mickey Raphael all’armonica, e Mike Hardwick alla steel guitar, intenta a raccontarci pagine della sua vita, soffermandosi sulla sua travagliata carriera e le delusioni, non senza però un pizzico d’ironia. E’ il caso della conclusiva “The FedEx Song”, ma anche delle personalissime “Worthy Girl” e “Fool for You”. Dal punto di vista prettamente musicale piacciono, senza dubbio, il rock stradaiolo di “Cold River” e “Promise Into Darkness”, ma anche la dolcissima “Santa Fe Railroad” di Jeff Hughues, il trascinante honky tonk di “Three Broken Hearts” e il country di “Lonesome and the Wine”. Nota di colore finale, l’edizione italiana di “Faithless World”, curata da Appaloosa è impreziosita dalle traduzioni dei testi curati dal cantautore toscano Cesare Carugi. 


Lucia Comnes - Love, Hope & Tyranny (Comnes/I.R.D., 2015)
Lucia Comnes è una giovane cantautrice californiana con alle spalle un solido percorso artistico cominciato tra i banchi dell’università di Berkeley e proseguito come componente di un importante coro femminile di Oakland. Da sempre appassionata verso le culture e le tradizioni dei popoli, si è dedicata allo studio del violino e della lingua gaelica, nonché a  numerosi viaggi di ricerca che l’hanno condotta dall’Irlanda alla Siberia fino a toccare l’Italia. Il suo nuovo album “Love, Hope & Tyranny” è il quarto lavoro discografico in carriera, e a differenza dei precedenti, rappresenta una prima tappa di avvicinamento alla roots music americana. Dal punto di vista sonoro il disco, mescola le radici americane con sonorità che spaziano dal pop alla irish music come nel caso dell’invito al ballo di “No Hiding Place”, un brano dalla matrice irlandese che schiude le porte ad una serie di ballate intense e poetiche che culminano in quel gioiellino che è il folk di “Will You Miss Me When I'm Gone”. Sebbene non caratterizzato da particolari vertici compositivi, il disco è un primo passo verso un nuovo sentiero sonoro che siamo certi Lucia Comnes saprà percorrere saggiamente.



Salvatore Esposito