Carmina Burana nella tradizione popolare, Cavea Auditorium Parco della Musica Roma, 1 agosto 2015

Per festeggiare in grande stile la chiusura della rassegna “Luglio Suona Bene 2015", l’Auditorium Parco della Musica di Roma si finge un piccolo borgo medioevale. Per una notte, la sua Cavea non è la semplice location di un concerto con un palco, un’orchestra e un coro, ma acquista i contorni sonori di un’antica piazza del mercato o della porta della città che ospita una sorta di moderno “tableau vivant”. Secondo le cronache medioevali i “tableaux vivant” erano sempre accompagnati da esecuzioni musicali dal vivo, e a volte cantavano e suonavano gli attori stessi. Ecco allora che sale sul palco e si posiziona immobile sullo sfondo “come se fosse un quadro” il Coro Lirico Italiano, davanti ad esso il Maurizio Trippitelli Percussion Ensemble, i pianoforti di Monaldo Braconi e Silvia Cappellini Sinopoli, ma soprattutto Nando Citarella e Stefano Saletti con la loro compagnia di musici e voci naturali. Può iniziare lo spettacolo musicale dal titolo “Carmina Burana nella tradizione popolare”. I presupposti per uno stimolante incontro tra la tradizione popolare e la musica colta ci sono tutti e vi concorre anche il prologo, quasi da banditore medioevale, declamato da Nando Citarella nel suo personalissimo stile vocale. Quanti, però, auspicavano un’esecuzione combinata, e per questo allo stesso tempo audace e innovativa, saranno rimasti delusi già dopo pochi minuti. Il concerto, infatti, si configura come una sistematica alternanza fra interpretazioni fedeli alla partitura di Carl Orff da parte del Coro Lirico Italiano diretto dal Maestro Renzo Renzi e performance etniche e viscerali di Nando Citarella e dei suoi compagni. Va così delineandosi una tenzone musicale fra questi due mondi sonori apparentemente differenti. 
Il terreno della sfida non è certamente quello della qualità o della riuscita dell’esecuzione, né tanto meno quello del gradimento - campi cui ogni ascoltatore darà il suo personalissimo giudizio - quanto piuttosto stabilire chi si avvicini maggiormente a ricreare le atmosfere del medioevo musicale. Il punto di partenza è il medesimo, restituire al pubblico della modernità una serie di antichi canti medievali goliardici risalenti a fine XI e XII secolo – inni alla fortuna, al vino, al gioco, alle donne, ma anche satira sferzante dei costumi corrotti del clero dell’epoca – contenuti in quest’antologia datata 1230 circa, che prende il nome dal luogo nel quale era originariamente conservata, il Convento di Benediktbeuern sulle Alpi Bavaresi. Com’è ampiamente noto, negli anni ’30 del Novecento il compositore e drammaturgo Carl Orff, rimasto affascinato dalla “trascinante forza ritmica” e dalla “ricchezza immaginifica” dei carmina contenuti nel “Codex buranus”, cerca di dare vita musicale ai valori e alle atmosfere evocate dai testi. Lungi dall’attuare un approccio filologico - nel Codex oltre ai testi erano contenute circa 46 brevi partiture in forma di neumi “adiastematici in campo aperto” (ovvero senza pentagramma, un sistema morfologico che indica l’orientamento della melodia ma non l’altezza dei singoli suoni) - Orff elabora una cantata scenica priva di soluzioni raffinate, intrecci polifonici e preziosità stilistiche. 
Quella di Orff è una musica fatta di armonia semplice e formule melodiche immediate e insistenti. Il vero padrone è il ritmo, sempre aggressivo e teso, caratterizzato da una staticità a tratti cupa e solenne che Renzo Renzi, il suo coro e i suoi orchestrali ripropongono magistralmente in questa calda serata di inizio agosto. Lodevoli per qualità esecutiva e pathos espressivo sono brani come l’invocazione iniziale “O Fortuna”, “Veni, veni, venias” e “Tempus est iocundum”/“Dulcissimo”, quest’ultima impreziosita dalla bravura del soprano. Sulla resa finale pesa la presenza sul palco della Cavea di un organico molto ridotto rispetto alla prescrizione di Orff in particolare per l’assenza di legni, ottoni e archi; tutto è affidato ai due pianoforti (quanto appare lontana l’atmosfera sonora ricreata dal pianoforte da quella medioevale?), alle percussioni - timpani, grancassa, triangolo, piatti, glockenspiel, xilofono, tamburello - e alle voci miste affiancate in alcuni brani da soprano e baritono solisti. L’operazione condotta da Saletti e Citarella è invece a metà fra il filologico e la creatività pura. Se Orff aveva realizzato composizioni musicali originali, il leader della Piccola Banda Ikona e il fondatore de I Tamburi del Vesuvio attingono anche a testi rimasti esclusi nella selezione del compositore tedesco, e soprattutto recuperano le melodie medievali rendendole però godibili e accessibili al pubblico mediante arrangiamenti “che guardano alla musica world della banda Ikona e al nostro patrimonio vesuviano e calabrese”. 
In un’ottica di ritorno alla genesi dei Carmina e alla loro varietà linguistica originaria, il latino e il tedesco vengono spesso tradotti nelle “lingue” delle tradizioni popolari: napoletano, siciliano ed eccezionalmente in sabir, per secoli idioma universale nei porti del Mediterraneo. L’organico strumentale che guarda anch’esso all’antichità mediterranea e all’eterogeneità sonora propria di un manoscritto che si presenta a tutt'oggi come un’autentica enciclopedia poetica di carattere morale extranazionale. Compaiono quindi in scena la lauta, l’oud arabo e il bouzouki greco affidati alle magistrali mani di Saletti, ma anche zampogne, ciaramella e friscaletto al servizio di Pietro Cernuto, passando per il bamtar mediorientale di Pejman Tadayon, fino al clarinetto di Gabriele Coen. Un valore aggiunto è però sicuramente rappresentato dal canto sensuale di Gabriella Aiello e Barbara Eramo, portatrici di una vocalità appartenente a un antico e gioviale passato. Trascinante l’interpretazione del carmen n. 200 “Bacche, bene venies”. La tenzone sul palcoscenico della Cavea si fa più accesa laddove lo stesso testo è eseguito prima da una e poi dall’altra compagine musicale, ad esempio nel caso del celebre carmen n. 196, “In taberna quando sumus”, forse il più famoso dei componimenti in onore del vino e del gioco, provvisto addirittura di stravaganti brindisi testuali “ai libertini”, “alle sorelle leggere”, “ai frati perversi”, “ai litiganti”. 
Caratterizzato da una struttura metrica che imprime ai versi un ritmo concitato e dalle rime, che si ripetono serrate, a due a due, si presta a un’interpretazione musicale che esprime libertà incontenibile e gioia sfrenata, alla quale sembrano avvicinarsi maggiormente la frenesia scenica di Nando Citarella e l’eccitazione esecutiva dei suoi musici. Il finale stabilisce un risultato di pareggio. Gli organici strumentali e vocali fusi insieme, ognuno però mettendo in atto le proprie peculiarità sonore, inneggiano alla Fortuna sulle note composte da Orff. Al pubblico appare finalmente il Medioevo come probabilmente se lo sarebbe aspettato, cioè spirituale, minaccioso, corale ma allo stesso tempo vivo e dalla frenesia incontenibile. Non a caso è l’episodio della Fortuna che incornicia il concerto, simbolo dell’incerto e del volubile, della vita umana sempre appesa a un filo, quello dei sentimenti, delle sciagure, del rifugio nella divinità, ma anche del rifugio nel piacere del vino, del divertimento e perché no, della musica. 


Guido De Rosa

Foto e video di Salvatore Esposito