Umbria Jazz 2015, Perugia dal 9 al 19 luglio 2015

Lo storico festival Umbria Jazz, che si svolge a Perugia dal 1973 e che quest’anno ha inaugurato la programmazione con un’anteprima della Barkley Umbria Jazz Clinics il 9 luglio, non ha deluso minimamente le aspettative. Nonostante i tagli al budget annunciati sonoramente dagli organizzatori e dal presidente Renzo Arbore, il cartellone garantisce il flusso avvincente e convincente di concerti, performance, presenze di star internazionali e di varie personalità che si lasciano trasportare dalla festa del jazz per strada, all’aperto, nei luoghi incantevoli dell’acropoli perugina. La quale si espande in una serie di teatri naturali che accolgono musiche differenziate, secondo una formula ormai ben sperimentata (che accoglie, ingloba e spesso respinge critiche, che hanno permesso alla Fondazione che gestisce l’evento di affinare sempre di più la proposta), che da un lato guarda al jazz, alle star, ai grandi nomi, agli sperimentatori, alle nuove proposte, alle proposte insolite: leggi Lady Gaga e Tony Bennet, in programma all’Arena Santa Giuliana mercoledì 15 luglio. E, dall’altro, guarda a una proposta un po’ promiscua ma piacevole, imperniata attorno alle iniziative di numerosi performer e musicisti che si raggruppano lungo Corso Vannucci, la via principale, e offrono le loro esibizioni dentro a cerchie numerosissime di curiosi, che immancabilmente ingolfano, otturano (specie di sera), la scia incontenibile degli spostamenti della folla che passa da uno stage all’altro (in Piazza IX novembre si alternano band e artisti dalle sette di sera fino a oltre la mezzanotte. Mentre ai giardini Carducci, l’altro venue gratuito dall’altra parte del Corso, i concerti iniziano, con una programmazione serrata, alle tredici per protrarsi fino a circa le due del mattino). 
Il quadro non è costituito, però, solo da questi due grandi vettori. Ce n’è un terzo che ha ormai assunto il ruolo specifico del contrappeso. È costituito dalla programmazione al teatro Morlacchi (nella piazza omonima a due passi da Corso Vannucci), dove si propongono concerti diurni e serali (“’Round midnight”) di artisti straordinari. Ha aperto il 10 il Charles Lloyd Quartet (con Gerald Claytn, Joe Sanders e Kendrick Scott). È seguito, sabato 11 il Brand Mehldau Trio (con Larry Grenadier e Jeff Ballard) e, domenica 12, il Giovanni Tommaso “Consonanti” Quartet (con Mattia Cigalini, Enrico Zanisi, Nicola Angelucci) e lo spettacolo “In Bach”, a cura di Ramin Bahrami e Danilo Rea. In quest’ultimo caso si è trattato di un evento di grande portata, sul piano musicale ma anche sul piano più generale della proposta. Si tratta, come è evidente, di un omaggio alla musica di Bach. Ma ha assunto qui i tratti straordinari di un evento in anteprima mondiale, costruito dentro l’incontro tra Rea e il pianista iraniano, che proprio a Bach ha dedicato una lunga discografia, a partire dall’album “Ramin Bahrami plays Bach” del 1998. Sabato 11 al Morlacchi è stata inaugurata una sezione specifica a cura degli organizzatori di Young Jazz, un festival che si svolge a Foligno e che è ormai apprezzato non solo in Umbria. Il programma di questo micro festival aggiunge molto a quello di Umbria Jazz, che si apre così non solo a proposte nuove e sperimentali, ma anche ai soggetti che, nello stesso territorio, operano nello scenario della musica jazz (è il terzo anno che i due staff lavorano insieme, mentre è dal 2009 che Umbria Jazz patrocina ufficialmente il festival folignate, giunto l’anno scorso alla decima edizione). 
Si è iniziato con Società Vesna, l’ensemble guidato da Rossano Emili (sax baritono), per poi proseguire con Maria Faust, che ha presentato “Sacrum Facere”, opera composta e arrangiata per tre ottoni, tre legni, pianoforte e cannella (arpa tradizionale estone). Lunedì 13 ha suonato il Vujay Iyer Trio (con Marcus Gilmore e Stephan Crump), mentre martedì lo Yakob Bro Trio (con Thomas Morgan e Joey Baron). Sempre al Morlacchi, i primi due giorni della settimana hanno visto due grandi ensemble internazionali: Antonio Farao Quartet (con Mauro Negri, Martin Gjakonovski e Mauro Beggio) e Migul Zenòn Quartet (con Luis Perdomo, Jorge Roeder e Henry Cole). Come detto, la manifestazione si orienta tra poli diversi. E chi l’ha frequentata sa bene che uno degli elementi centrali è l’aria che si respira, che si può intendere come il risultato della convergenza di tutti i fattori di cui si è accennato fin qui. Ma chi, come chi scrive, vive in questa città, sa altrettanto bene che a quei fattori si aggiunge – e assume un ruolo determinante – quello della straordinarietà dei giorni del festival. La città è letteralmente immersa negli eventi: per questioni pratiche, ma anche perché ormai è divenuto una delle tradizioni locali, percepita pressoché come un patrimonio comune. Gli slogan promozionali di Umbria Jazz, d’altronde, spesso ce lo ricordano, insistendo sulla centralità del pubblico, su come ha inteso la manifestazione, su come occupa gli spazi della città. Se buona parte del programma si svolge lungo la direttrice di Corso Vannucci, il main stage è l’Arena Santa Giuliana. 
Qui – in una specie di altipiano a ridosso del livello più alto della città, appena fuori il centro storico – lo spazio ha assunto il profilo necessario al grande evento. Il profilo del luogo d’elezione dei concerti che restano negli annali della manifestazione e della città. Tutto (dal back stage alla ristorazione, dalla selezione dei giornalisti alle partnership con gli sponsor) è organizzato per poter accogliere il gota della musica internazionale e per concedersi aperture oltre il jazz: solo negli ultimi anni ci ha suonato Santana, Sting, Prince, James Brown, Burt Bacharach, B. B. King, Elton John, Eric Clapton, R.E.M., Mark Knopfler. Quest’anno l’arena è stata inaugurata in grande stile con Paolo Conte. Il quale ha aperto come meglio non poteva: con una presenza scenica esaltante, racchiusa nel suo silenzio, nei gesti contratti, nelle ampie volute delle sue braccia, nelle smorfie in cui si contrae il suo viso mentre aspetta l’attacco di uno strumento alle sue spalle o l’applauso del pubblico di fronte a lui, oltre il suo pianoforte. Lo spettacolo si è protratto per circa due ore, attraversando il repertorio di Conte fino all’ultimo album, di cui sono state proposte due tracce indimenticabili, “Argentina” e “Snob”, in versioni alleggerite. Per la prima Conte ha radunato attorno a sé tre musicisti della sua orchestra, tra cui il contrabbassista Jino Touche, che ha imbracciato un chitarrone messicano, con il quale ha sorretto delicatamente la chitarra e il piano suonato a quattro mani. Il respiro di Conte è stato il filo rosso di tutto il concerto. Si sentiva, insieme ai suoi rantoli, mentre cantava. E si sentiva, come una cantilena, nei momenti di pausa, quando Conte ascoltava la sua band che andava, con una mano sul fianco e l’altra pronta a infilare due note tra un passaggio e l’altro. 
Ha concesso un paio di bis, riemergendo dalle quinte come trascinato dal pubblico che si era accalcato sotto il palco. Ma poi si è fermato perentorio, inchinandosi più volte e lanciando baci di congedo. Senza dire una parola, come lungo tutto il concerto (se si esclude una nota sul suo amico Sergio Piazzoli e i nomi dei musicisti della band, che sono stati quasi declamati a intervalli regolari tra un brano e l’altro). Sabato è stata la volta dei Subsonica e, domenica, di Stefano Bollani, che ha presentato il suo ultimo album “Sheik Yer Zappa” con un quartetto composto da pianoforte, contrabbasso (Paul Santner), xilofono (Jason Adasiewicz) e batteria (Jim Black). Come ci ha ormai abituati (anche in tv), Bollani ha intrattenuto il pubblico non solo con le musiche proposte (i brani di Zappa smembrati e riorganizzati, tutti aggrappati saldamente a lunghe session improvvisate), ma anche con intermezzi piacevoli, a volte tecnici, a volte legati alla necessità di presentare alcune sfumature del repertorio del grande compositore e chitarrista originario di Los Angeles. Dopo Bollani è stata la volta del quartetto Brass Bang!, composto da Paolo Fresu, Gianluca Petrella, Steven Bernstein e Marcus Rojas. E la qualità della proposta è salita altissima. Da un lato perché lo spettacolo è stato coinvolgente fin dalle prime note, suonate da Fresu mentre raggiungeva il palco camminando tra la platea. Dall’altro lato perché si tratta di un quartetto di fiati (trombe, trombone e basso tuba), una sintesi senza neanche la (o parte della) sezione ritmica tradizionale (pianoforte, basso o batteria), che ha proposto una musica fluida, leggera, mai contratta o ridondante. Anzi esclusiva, divertente e innovativa. 
La serata di martedì 14 luglio è stata dedicata a un evento d’eccezione: Chick Corea e Herbie Hancock. I due master del piano jazz. Una collaborazione che ha segnato indelebilmente la storia della musica contemporanea e che, nella veste di duo pianistico, si è raramente espressa (nel 1979 in Olanda, nel 1987 in Giappone e nel 2011 al Blue Note di New York). A Umbria Jazz è stata presentata nel 2013 in esclusiva mondiale e il bis concesso quest’anno ha rappresentato l’unica data italiana dei due grandi pianisti. Il repertorio proposto dal duo ha valicato ogni confine, fino a evaporare in una performance estemporanea e marcatamente orientata (inutile dirlo) dall’improvvisazione. Anche per questo, la sensazione generale che ha avvolto l’arena gremita è riconducibile allo stupore, alla percezione sfocata e stordente di aver assistito a un evento speciale, nel quadro del quale Hankock e Corea sono riusciti a diffondere tra il pubblico e trasfigurare la loro percezione: musiche personali, intime, vive (addirittura in pieno sviluppo), di cui ognuno può carpire il suo dettaglio, la sua nota. 


Daniele Cestellini