Massimo Giuntini – Trecentosessanta (Soffici Dischi/Audioglobe, 2014)

Il nuovo disco di Massimo Giuntini si intitola “Trecentosessanta” e raccoglie una serie di suggestioni composte e realizzate con il supporto di voci importanti del panorama musicale italiano e non solo. Per la prima volta, infatti, nella sua discografia da solista, Giuntini integra la narrazione musicale – che poggia sull’amalgama di una strumentazione differenziata e legata alle tradizioni espressive celtiche – con i testi verbali. E ci riconsegna un racconto più ampio e profondo, con cui chiude una sorta di riflessione di raccordo della sua carriera. Le voci dei suoi brani sono di Stefano “Cisco” Bellotti, Andrea Chimenti, Raffaello Simeoni, Roger Lucey e Andrea Nocentini. E si adagiano con equilibrio su un testo musicale curato, lavorato in tutti i particolari. Le musiche sono suonate da Giuntini, che fa convergere così su se stesso il suo universo sonoro, fatto di ritmo, di aerofoni, di corde. In questo modo – occupandosi anche della produzione dell’album – Massimo Giuntini elabora un linguaggio articolato, nel quale si riflettono tutte le suggestioni della sua carriera: legata all’Irlanda (come sappiamo ha lavorato con grandi interpreti di quelle musiche), ma anche al nostro panorama, nel quale egli stesso ha avuto e ha tuttora un ruolo determinante. Sopratutto in seno alle correnti e alle realizzazioni meno inquadrate e più sperimentali (scorrendo la sua discografia si incontrano i nomi di Mazapegul, Mau Mau, Modena City Ramblers, Vinicio Capossela e tanti altri). Lo abbiamo incontrato per affrontare il quadro generale da cui ha preso spunto questo nuovo lavoro. Cercando, allo stesso tempo, di definirne i dettagli in riferimento all’idea che lo ha ispirato e al processo di composizione e di esecuzione degli undci brani di cui è composto.

"Trecentosessanta" è il titolo del tuo nuovo album. Una scelta indicativa importante per definire anche la tua visione musicale sempre aperta. Ci racconti come nasce questo disco?
Quest'anno compio cinquant'anni, e siccome li porto benissimo fisicamente volevo dimostrare di portarli bene anche dal punto di vista musicale! Il discorso fisico è senz'altro opinabile, ma questo traguardo mi ha fatto venire voglia di guardare indietro a tutto ciò che ho affrontato finora, ed ho trovato/ritrovato un sacco di roba. Ho quindi voluto tirar, fare una specie di gran totale di tutti questi anni di musica, viaggi, incontri, ed è venuto fuori che la mia carriera è fatta di esperienze molto ma molto diverse tra di loro. Da qui l'idea del titolo, che peraltro rispecchia da sempre il mio approccio alla musica.

Come si è evoluta la ricerca sonora e stilistica a partire dai tuoi primi passi come solista ad oggi?
L'inizio, è facile da immaginare, è stato più vicino a certe ambientazioni celtiche legate al mondo delle colonne sonore: il mio primo lavoro solista, “Celticaravan”, è del 2001, e in quegli anni era appena scoppiato il fenomeno Hevia, che aveva dimostrato la possibilità di usare gli strumenti folk, segnatamente la cornamusa, in modo anche "moderno". Esattamente quello che io stavo cercando. Da lì siamo partiti per contaminazioni di vario genere: con la musica indiana, con la musica rock, con in mezzo un ritorno specifico alla musica tradizionale irlandese, per quanto reinterpretata a modo mio. Se dovessi evidenziare una evoluzione, direi che in questo momento sto cercando una espressività diversa dalle mie uilleann pipes, notoriamente strumento privo di dinamica nel volume: sto sperimentando una serie di "trucchetti" per renderle ancora più vive.

Cosa differenzia "Trecentosessanta" rispetto ai tuoi dischi precedenti?
Credo che tutto il disco risulti più "leggero", nel senso buono del termine: ho cercato di tener presente l'ironia, elemento molto presente nella mia vita. Non era mai successo prima: avevo sempre considerato la musica come una cosa troppo importante, forse risultando un filo troppo serioso. Stavolta ho cercato di creare anche divertimento in chi ascolta, e probabilmente il lavoro finale rispecchia molto di più la mia personalità proprio per questo motivo. Almeno lo spero.

Da punto di vista composito come hai approcciato la scrittura dei vari brani? Quali sono state le ispirazioni?
Per primo penso a Michael McGoldrick: da sempre adoro la sua libertà compositiva, oltre che il suo splendido stile. Anche il gruppo che suona con me si avvvicina molto a quel tipo di mondo. L'altra ispirazione sono stato io medesimo: del resto, se questo disco vuol essere una specie di compendio che racconti la mia carriera, non poteva essere altrimenti. Ho scritto i brani come al solito, partendo da uno spunto che poteva essere ritmico o armonico e costruendoci intorno un brano secondo il format-canzone, anzichè secondo la struttura di un brano di musica folk.

Al disco hanno collaborato diversi ospiti, puoi presentarceli?
Molti di loro non hanno bisogno di presentazioni: Cisco, vecchio compagno nei Modena City Ramblers; Andrea Chimenti, cantante ed autore apprezzatissimo; Raffaello Simeoni, altro compagno di lungo corso, da quando scrivemmo nel 2011 l'album “Terre in vista”; Roger Lucey, cantante sudafricano, di cui parleremo a parte; Marcello De Dominicis, cantante del gruppo FolkRoad, grandissimo conoscitore della tradizione irlandese e celtica nonchè grande amico.

Ci puoi raccontare le sessions di registrazione del disco?
Per ovvi motivi di tempo e denaro, internet mi ha dato una grossa mano: ognuno di questi cantanti ha scritto il proprio testo (a parte Marcello, che ha cantato un tradizionale in gaelico), registrato il brano in studio sulla base che avevo preparato io e spedito il tutto. Ovviamente prima ci sono state ampie conversazioni telefoniche per capire e far capire dove saremmo cascati, ma vista la qualità dei partecipanti non c'è stato alcun problema nel raggiungere gli obbiettivi.

Parlavamo prima della tua visione musicale. La Irish Music è solo un punto di partenza, perché nel disco trovano posto suoni World e anche la canzone d'autore in senso stretto come nel magnifico brano con Andrea Chimenti.
Sono particolarmente contento di quel brano: volevo a tutti i costi la presenza di Andrea, perchè sento molto vicina la sua indole musicale. Lui all'inizio aveva qualche timore, considerando i nostri mondi piuttosto lontani, poi ha sentito il pezzo e gli è piaciuto tantissimo. Pensa che nel provino avevo inserito una specie di introduzione suonata col bouzouki, ma lui l'ha considerata così interessante da pensare che fosse anch'essa la melodia e ha scritto il testo anche su quella! Alla fine mi ha detto che lui non avrebbe mai scritto una melodia del genere da solo. Lo considero un complimento enorme. 

Tra i brani che mi ha maggiormente colpito c'è certamente "Beating The Beat". Puoi parlarci di questo brano?
Perseguendo sempre l'idea di fare un disco divertente, ho voluto omaggiare i miei trascorsi adolescenziali in cui suonavo il basso in gruppi blues/funky (i celeberrimi Pigheads, mai sentiti? Naturalmente no!) e ho pensato ad una linea ritmica stile Prince. Reputo il genio di Minneapolis uno dei pochi che abbia saputo rinnovare i canoni della musica nera, quindi perchè non suonarci anche una cornamusa irlandese sopra?

In questo nuovo disco ritrovi anche il tuo vecchio amico Cisco per "Ora lo so". Come nasce questo brano?
Nel corso dell'estate 2014 Cisco ha richiesto la mia presenza sul palco con lui in diverse situazioni; è stato naturalmente molto divertente e la cosa ci ha consentito di riassaporare il gusto di collaborare da vicino, scoprendo o riscoprendo la solita comunità di intenti a dispetto di background musicali anche diversi. Così gli proposi di fare un pezzo insieme. Quando gli mandai il provino, lui mi disse che aveva un buon sapore di territori familiari. Stilisticamente ho cercato di "aggiornare" quei territori familiari attraverso il filtro di gruppi più moderni come Mumford & Sons, però, è vero, suona decisamente familiare, ed è quel tipo di cosa che dopo tanti anni ti viene quasi naturale. Non si può negare l'impronta del  nostro periodo "modenese" insieme, è stato lungo, bello ed intensissimo, e adesso siamo ancora qui anche e soprattutto grazie ad esso.

Quasi parallelamente al tuo nuovo album hai pubblicato anche un libro autobiografico. Ci puoi raccontare questa esperienza?
Una di quelle cose che nascono così... per scrivere nel mio sito mi stavo esercitando a raccogliere aneddoti ed episodi particolari che mi son capitati nel corso degli anni. Un mio carissimo amico editore li lesse e mi disse che li trovava così carini da poter essere pubblicati, spingendomi a continuare a scrivere. Quando secondo lui fu raggiunta una lunghezza giusta per un libro (mi sono completamente affidato a lui in quanto addetto ai lavori e soprattutto perchè io non avevo la minima competenza al riguardo) l'ho mandato ad un paio di editori e uno di questi, editrice Zona, lo ha trovato sufficientemente interessante da pubblicarlo. Per me è stata una sorpresa graditissima ed un altro modo di fare il gran totale di cui parlavo in precedenza.

So che tra i prossimi progetti in uscita c'è anche il disco con Roger Lucey, che per altro ha collaborato anche a "Trecentosessanta". Ci puoi anticipare qualcosa? Ma soprattutto ci puoi parlare della vostra collaborazione?
Conobbi Roger quando nel 2000 andammo in Sudafrica con i Modena. Negli anni Ottanta lui era uno dei più popolari cantanti sudafricani, poi la sua presa di posizione contro l'apartheid gli costò una censura tale da parte del governo di allora da compromettergli la carriera. Negli anni ha collaborato anche con i miei amici della Casa Del Vento, infatti ci siamo rivisti nel settembre 2014 a casa di Luca Lanzi. Mi parlò di questo album che stava programmando e decidemmo di collaborare, con la promessa che lui avrebbe restituito la collaborazione con un brano per il mio album. Il primo pezzo che registrammo fu il mio, quella “Say goodbye” che compare nel mio album, e lui rimase così contento da coinvolgermi anche nell'arrangiamento di diversi brani del suo disco. Trovo incredibile che all'età di sessant'anni tu sia finalmente libero di pubblicare un album, non credo che ci sia tanta gente in Italia in grado di capire la portata emotiva di tutto questo. Associo il nome di Roger alla parola libertà. È un carissimo amico, una persona splendida e un ottimo musicista. Tra poco sarà disponibile anche in rete il suo “Now is the time”, vi invito caldamente a cercarlo. Tre o quattro pezzi li trovate anche nel mio sito.

Come si evolverà dal vivo questo disco? Come sarà in concerto?
In concerto il gruppo continuerà a suonare una scaletta strumentale, essendo oggettivamente impossibile radunare tutto quel parterre de roi nel solito momento. Poi ci sono occasioni diverse, come un appuntamento per il 12 di settembre vicino a Treviso, in cui al gruppo si unirà Raffaello Simeoni; in quella sede proporremo ovviamente il brano “Indaco” presente nell'album, oltre ad altre cose insieme a lui. Recentemente si è unito al gruppo anche il mio compagno di merende Francesco Moneti al violino, e non è per niente escluso che la cosa si ripeta in futuro. Comunque quando qualcuno dei miei amici cantanti vorrà e potrà, sarà sempre il benvenuto sul palco.

Concludendo,  quali sono i progetti a cui stai lavorando per il futuro?
Sto imbastendo la produzione dell'album del cantante milanese Rodolfo Montuoro, che se tutto va bene inizierà ad ottobre. Per il resto cercheremo di portare in giro il più possibile questo album, possibilmente anche fuori dai confini nazionali.

Salvatore Esposito


Massimo Giuntini – Trecentosessanta (Soffici Dischi/Audioglobe, 2014)
Ciò a cui allude “Trecentosessanta”, il titolo del nuovo disco di Massimo Giuntini, è tutto sommato chiaro. Si tratta di una sorta di panoramica, di sguardo circolare sulle ispirazioni che hanno orientato le musiche di questo grande musicista, polistrumentista, produttore. Uno sguardo che va anche all’indietro su ciò che è stato fatto: (quello che si chiama convenzionalmente un giro di boa) un quadro in cui Giuntini elabora i suoi differenti linguaggi. Partendo dai suoi strumenti, dagli incontri che ha avuto durante la sua densa carriera, fino ad arrivare agli artisti con cui ha lavorato e che cantano, prestano le loro voci, in un album molto piacevole, equilibrato e ricco di sfumature (sul piano ritmico, delle strutture su cui poggiano gli undici brani, sul piano timbrico). Così Giuntini – come sottolinea dal suo sito in una nota di presentazione del lavoro – può ora aggiungere alla sua discografia solista una scaletta nella quale trovano spazio le voci di Stefano “Cisco” Bellotti, Marcello de Dominicis, Andrea Chimenti, Raffaello Simeoni e Roger Lucey. Nomi che, insieme a quello di Giuntini, informano sul profilo dell’album, che si arricchisce di interpretazioni diverse ma coerenti con lo spirito che ha orientato la selezione dei brani: costruiti intorno a temi intimi (“Soglia d’inverno”), riflessivi (“Ora lo so”), evocativi (“Indaco”). Sul piano musicale l’andamento dei brani è estremamente fluido e l’organizzazione degli strumenti può essere ricondotta – sia sul piano della produzione che delle esecuzioni – allo stesso Giuntini. Il quale, attraverso una competenza tecnica e una duttilità che emergono a ogni passo del disco, riesce a suonare tutto (uilleann pipes, low e tin whistles, bouzouki, basso elettrico, contrabbasso, chitarre, charango, tastiere, programmazione) e, soprattutto, a immaginare le prospettive migliori dentro cui organizzare e far convergere la ricca strumentazione che caratterizza i brani. La strumentazione è trattata con equilibrio, attraverso un procedimento di produzione evidentemente ragionato, nel quadro del quale si configurano dei brani compatti ma mai ridondanti. Neanche quando, come nello strumentale “Beating the beat”, si entra in uno scenario più contratto. Più marcato dalla presenza di una linea ritmica eseguita con basso elettrico, chitarra elettrica e batteria. Questi strumenti, in particolare la chitarra (a cui il basso si sovrappone in alcuni passi della frase melodica), indicano, fin dal prologo, anche gli elementi principali della melodia del brano. La quale, però, assume una forma compiuta, più elaborata, con le uilleann pipes, che espandono il brano, conferendogli un andamento volutamente world. Le pipes aprono una scena più flessibile, trascinando e allungando anche la chitarra in un fraseggio più articolato, sul quale si inseriscono tastiere e whistle, determinando così un blocco melodico differenziato, ricco di sonorità, che porta il brano alla fine, in un raccordo unisono edificante e improvviso. In questa organizzazione a strati si riconosce l’idea di Giuntini, il quale dosa gli interventi dentro una serie di piani che, nel loro insieme, lasciano emergere due elementi interessanti. Da un lato il processo di produzione e le esecuzioni. Un processo calibrato sulla sua visione musicale e concepito proprio nello spazio dell’esecuzione, oltre che della scrittura. In questo senso, i brani strumentali sono gli esempi più rappresentativi: “Something different”, “The pink jig”, “I don’t care”, “Reel on the moon”. Dall’altro lato un immaginario non scontato, composto dentro gli echi della tradizione musicale celtica (che Giuntini ha analizzato in tutti i suoi aspetti, e a cui si è avvicinato fino a toccarla, collaborando con grandi artisti come John Renbourn e Chieftains). E, allo stesso tempo, una tensione legata a varie forme di riproposta e interpretazione delle espressioni musicali di tradizione orale (da qui emergono i lavori con Capossela, Mazapegul, Mau Mau), di cui si percepiscono riflessi meno definiti, ma che partecipano a rendere “Trecentosessanta” un album complesso e coerente, inserito dentro una visione che si definisce e si riconosce man mano che lo si ascolta.


Daniele Cestellini