James Taylor - Before This World (Concord Records, 2015)

Ricordo perfettamente quando acquistai lo splendido vinile del “Greatest Hits” di James Taylor. Erano gli inizi degli anni Ottanta, e all’epoca accadeva spesso di comprare i dischi in comproprietà con il mio amico Marco Bandieri, e una settimana a testa avevamo modo di ascoltarci quelle perle. Rimasi subito affascinato dal modo di fare musica di James Taylor, ed in particolare mi colpirono molto le scelte sonore della sezione ritmica degli inossidabili Russ Kunkel alla batteria e Leland Sklar al basso, così come impossibile da dimenticare era lo stile chitarristico asciutto e diretto di Danny Kortchmar. Qualche anno più tardi, suonando insieme ad Elliott Murphy per una serie di concerti, quel grande genio della batteria che è Danny Montgomery mi disse: “We gotta play just like that James Taylor Album, you know “The Greatest Hits”?”. Lo ricordavo benissimo, e quello fu un modo per capirci al volo partendo dall’idea di suono che aveva messo in piedi James Taylor. La sua calma, l’eleganza, l’interiorità profonda che emerge dalle interpretazioni delle sue canzoni, sono il risultato di un’esistenza turbolenta, forse travagliata, ma ricca di grandi esperienze, dai primi passi mossi con la Apple Records dei Beatles, alla chitarra acustica suonata in “Blue” di Joni Mitchel, passando per le sue esperienze come attore e la dipendenza dalla droga da cui si è disintossicato dopo la morte di John Belusci, e nel mezzo anche il matrimonio con Carly Simon. Passata da qualche decennio la stagione dei capolavori, James Taylor ha proseguito il suo percorso artistico pubblicando album di grande pregio come il due progetti dedicati alle cover, ed alcuni live, ma un vero disco in studio mancava ormai dal 2002 quando diede alle stampe l’ottimo “October Road”. A distanza di tredici anni lo ritroviamo alle prese con “Before This World”, nel quale ha raccolto nove brani inediti più una rilettura del traditional “Wild Mountain Thyme”, che nel loro insieme ci regalano un ascolto piacevole e ricco di grandi suggestioni poetiche, senza nessun cedimento alla volontà di apparire o strafare. Certo questa volta mancano i miei amati Russ Kunkel e Lee Sklar (god bless them), tuttavia a sostituirli troviamo due mostri sacri come Steve Gadd alla batteria e l’ormai immancabile James Jimmy Johnson al basso, mentre alla chitarra c’è il re dei session men Michael Landau. Se state cercando un disco dal tiro rock o deliri elettrici di vario genere, cambiate disco. Viceversa se cercate un album di puro cantautorato, suonato ottimamente con atmosfere loose e pieno di sentimenti appaganti, allora accomodatevi pure. Non prestate attenzione a quanto vi dicono i fake indies, che vi parlano con sufficienza del songwriting di James Taylor, perché solo in pochi sono riusciti cantare canzoni, suonare la chitarra acustica come un re, ed emozionare, senza mai urlare. Tutto questo è dentro questo disco...



Antonio "Rigo" Righetti