Elina Duni - Dallëndyshe (ECM 2015)

Amore ed esilio, i temi che secondo Elina Duni costituiscono il nucleo della musica folk di tutti i luoghi e di tutti i tempi, sono anche la chiave di volta del magnifico “Dallëndyshe”, l’opera ultima dell’Elina Duni Quartet. Si tratta del quarto lavoro della formazione di cui la cantante e autrice, di origine albanese, è leader, registrato nel 2014 e pubblicato nell'aprile 2015 sotto l’egida della ECM Records di Manfred Eicher. Ispirato alla musica di tradizione dell’Albania, paese dal quale la Duni si è separata all’età di dieci anni per trasferirsi in Svizzera dove ha studiato canto jazz e dove vive tuttora, “Dallëndyshe” (Le rondini) presenta dodici tracce, quasi sessanta minuti di splendida musica in bilico tra malinconia e attesa. I primi due brani, “Fëllënza” (La pernice) e “Sytë” (Occhi), di composizione originale (rispettivamente di Muharrem Gurra e di Isak Muçolli), introducono l’ascoltatore in un’atmosfera introspettiva in cui la voce di Elina, delicata ed espressiva, ricama la melodia, volteggiando apparentemente libera insieme al pianoforte che si dibatte in arpeggi dissonanti. In “Sytë”, su una melodia balcanica, la donna chiede aiuto alla luna per ritrovare il suo amante. A seguire, sette brani tradizionali albanesi, uno del Kosovo, uno degli arvaniti – gli albanesi di Grecia –, e uno degli albanesi d’Italia di anrtico insediamento (la title track “Dallëndyshe”, in chiusura del CD). La proposta è presentata in un’originale, raffinata e ispirata veste jazz in cui si incontrano alcune perle: “Une ne koder, ti ne koder” (Tu su una collina, io su una collina), “Kur te pashe” (Quando ti ho vista), “Unë do të vete” (Sto per andar via), “Taksirat” (Disavventura), “Nënë moj” (Madre mia). La voce della Duni, duttile e leggera ma allo stesso tempo estremamente suggestiva, riesce a sintetizzare nel canto le originali melodie albanesi e le loro particolarità ritmiche. Elina aveva intrapreso da tempo la strada della riscoperta e riproposta delle tradizioni musicali del suo Paese (vedi l’intervista realizzata da Blogfoolk nel 2013) in precedenti lavori quali “Matanë Malit “in quartetto, “Muza e Zezë” da solista. Effettivamente le creazioni del Quartetto brillano in questo territorio di frontiera in cui il folk trascolora nel jazz. Le sonorità dei quattro strumenti della formazione (Elina Duni alla voce, Colin Vallon al piano, Patrice Moret al contrabbasso e Norbert Pfammatter alle percussioni) si esprimono con grande, apparente leggerezza ed altrettanta intensità; ognuna occupa uno spazio alla pari con gli altri strumenti, ognuna riecheggia nel silenzio e si intreccia con le altre espressioni rafforzandosi. «Non ho mai voluto essere una cantante con un trio che fa da sottofondo», dichiara la Duni sul suo sito ufficiale. «Fin dall’inizio ho dato spazio ai musicisti per l’improvvisazione ed ho sperimentato con la mia voce», e questa dichiarazione d’intenti trova piena e concreta realizzazione nella musica creata dal quartetto. Vallon utilizza spesso anche un pianoforte preparato, che a volte rincorre la voce, a volte rende la sua espressività più intensa, a volte è in dissonanza o, comunque, lavora su momenti armonici divergenti. Allo stesso tempo il contrabbasso, attraverso poche, calde note, dialoga con la batteria.Talvolta, in alcuni brani, è il colore jazz che prevale, come in “Bukuroshe” (Bella ragazza), dove il piano jazz imperversa, ma in generale regna un sublime equilibrio sul confine. Le tracce si susseguono una dopo l’altra, ognuna con una sua particolare carica, ognuna percorrendo un sentiero unico e creando la suggestione dell’attesa per la successiva. Malinconia, distacco, occhi che piangono, madri separate dai figli, emigrazione, amore, preoccupazioni, assenze, mancanze, attese infinite ma anche fiori, uccelli, arcobaleni, donne, uomini, stagioni che passano, sono i colori di “Dallëndyshe”, splendidi e mesti. 


Carla Visca