L’Albania Ritrovata di Elina Duni

Quello di Elina Duni è uno snodo identitario ed intellettuale a cui difficilmente sfugge chi si allontana dalla propria terra di nascita. Originaria di Tirana, dov’è nata nel 1981, Elina proviene da una famiglia di artisti (papà attore e regista, mamma scrittrice); si separa dalla sua Albania all’età di dieci anni. In Svizzera studia canto e pianoforte classico, incontra il jazz, ma al di là dei ricordi d’infanzia non è incline ad interessarsi al patrimonio folklorico di casa, che negli anni della sua infanzia è stato pesantemente influenzato dalla retorica del regime comunista da poco imploso. In seguito, anche grazie alle sue frequentazioni musicali, si avvia la riconciliazione con una parte del suo mondo culturale di provenienza: ecco la riscoperta della magnifica espressività musicale albanese che decide di esplorare, di fare propria alla luce della sua ricerca e maturazione artistica. Incide due album, Baresha e Lume, prodotti rispettivamente nel 2008 e nel 2010, dove la tradizione orale balcanica si affaccia nell’orizzonte creativo ed interpretativo. Adesso è la volta di un disco realizzato alla corte bavarese di Manfred Eicher, intitolato emblematicamente “Al di là delle Montagne”, Matanë Malit. Scrive Elina nelle note che il disco è “l'eco della mia infanzia, del mio esilio e della mia riconciliazione con i due mondi che mi hanno formata”. Ha carattere la vocalist elvetico-albanese, coadiuvata da tre musicisti di assoluto livello che conferiscono all’album una pienezza di stile, un quadro sonoro nel quale si intersecano storie musicali diverse. Con la complicità di Marie Ferré dell’ufficio stampa ECM in Italia, che ringraziamo in questa sede, abbiamo raggiunto Elina Duni, in tour, per farci presentare il suo poetico omaggio alla cultura albanese. 

I due principali dialetti musicali albanesi corrispondono all’incirca ai due maggiori dialetti linguistici: il geg e il tosk. Che rapporto hai con questi idiomi? 
Parlo la lingua standard, che è in larga pare basata sul dialetto tosco, ma amo tutti i dialetti albanesi, li canto tutti. 

A dieci anni hai lasciato l’Albania. Che ricordi hai del tuo Paese? Vi ritorni spesso? 
Ritorno sempre in Albania e mantengo forti relazioni con il mio Paese. Ho amici e poi c‘è la mia famiglia. La mia infanzia in Albania è stata meravigliosa. Era come essere su un altro pianeta: niente automobili né lattine di coca cola. Una sensazione di libertà e sole. 

Quali sono i tuoi primi ricordi musicali? 
Il mio primo ricordo musicale risale ai due anni con i valzer ungheresi di Brahms. In Albania ascoltavo musica classica e musica leggera albanese ma davvero poca musica tradizionale. 

Che esperienza hai avuto in Albania della musica e del canto tradizionale? 
In Albania la musica folk era in larga parte utilizzata per la propaganda di regime, the folk music propaganda for the regime, non apparteneva davvero al popolo e io non ero in contatto con quella musica. L’ho scoperta successivamente in Svizzera e me ne sono immediatamente innamorata. 

Che significa per te essere parte della diaspora albanese? 
Porto sempre l’Albania con me anche se mi considero una cittadina del mondo. 

E cosa ti ha dato la Svizzera? 
Mi ha dato istruzione, cultura e un grande senso di umiltà: mi ha formato. 

Come hai iniziato a cantare? 
Per quel che mi ricordo, ho sempre cantato e ballato. Ero molto sensibile alla musica. Quando avevo cinque anni, camminando per le strade di Tirana con mia madre, incontrammo un compositore che per caso mi sentì cantare – mi piaceva sempre cantare – e decise di scrivere una canzone per me presentandola al Festival dei Bambini. Così è cominciato tutto, cantando su un palcoscenico a cinque anni. 

Chi sono le tue icone jazz? 
Miles Davis è stato colui che mi ha dato il primo “jazz-slap” (Elina gioca con il significato di slap, che è uno strappo, una pacca ed anche una sventola ma – com’è noto – è anche la tecnica usata negli strumenti a corda, soprattutto il basso ndr) , poi John Coltrane, Billie Holiday, Shirley Horn, Sidsel Endresen e molti altri. 

Oltre al jazz, ci sono modelli di canto? 
Ascolto molti cantanti folk albanesi, dei Balcani, dell’Africa, ma anche artisti pop-rock come Jeff Buckley, Nick Drake, Thom Yorke. Quali procedure adottate negli arrangiamenti delle canzoni tradizionali? La maggior parte è arrangiata insieme a Colin Vallon al piano, Patrice Moret che suona il contrabbasso e Norbert Pfammatter, il batterista. Uno di noi ha un’idea e quindi proviamo, discutiamo, proviamo ancora. Più suoniamo e più la canzone evolve in una determinata direzione. 

Come hai scelto le canzoni tradizionali del disco? 
Per prima cosa volevo avere canzoni provenienti dalle diverse regioni dell’Albania, che toccassero periodi differenti della storia dell’Albania, e c’erano canzoni che conoscevo da molto tempo, ma non avevo avuto opportunità di suonare. Desideravo che l’intero album fosse un viaggio in Albania. Alcune canzoni era ben note, altre le ho cercate in vecchi cassette e su Youtube. 

Una delle canzoni del disco ci riporta all’occupazione italiana dell’Albania durante il fascismo. Che ricordi familiari hai di quel periodo? 
Sì, di quel tempo ha ricordi il mio nonno materno che mi cantava questa canzone. Divenne un partigiano che a soli dodici anni combatteva i fascisti in montagna. 

Il quartetto è la tua dimensione musicale ideale? 
Per il momento lo è, non so dire del futuro. 

Sei poliglotta, in quali altre lingue canti? 
Canto in molte altre lingue. Nel mio secondo album Lume ho cantato in bulgaro, greco, turco, inglese, romanes, romeno e… albanese. 

A parte l’albanese, in quale lingua ti piace di più cantare? 
Amo cantare in francese, inglese e italiano. 

Ti affascina la musicalità della lingua? 
Assolutamente. Ogni lingua è un mondo in sé, una mentalità, una cultura, un suono. Mostri un grande interesse per preminenti autori albanesi, come Ismail Kadare o il poeta Llazar Siliqi, ma anche scrittrici, come tua madre Bessa Myftiu. La poesia è nel mio background culturale, in primo luogo perché Bessa Myftiu è mia madre. In secondo luogo, la lingua albanese stessa è sopravvissuta grazie alla sua tradizione orale. Sono molto sensibile alla poesia e al contenuto delle canzoni. Ecco perché ho deciso di scrivere due composizioni su liriche di Ismail Kadare e Bessa Myftiu. Pensi di continuare ad esplorare la musica dei Balcani? Sì, lo farò, ma continuerò anche a compore musica mia. 



Elina Duni Quartet – Matanë Malit (ECM/Ducale) 
Seduce, la vocalità calda e flessuosa di Elina Duni, fin dalle prime note di "Ka një mot" del compositore tiranese Muharrem Gurra; gli strumenti assecondano la ritmica irregolare e l’avvolgente voce-strumento della cantante, tratteggiando atmosfere di impronta nordeuropea. Si passa a “Kjani trima”, canto noto anche in Italia perché diffuso nelle nostre comunità arbëreshë, qui proposto in una versione attestata tra gli arvaniti della Grecia settentrionale. Quella di Duni è una reinvenzione del patrimonio canoro del paese delle aquile; Matanë Malit ci consegna un canzoniere dalla struttura musicale balcanica che ben si presta ai misurati e rifiniti accenti jazz, al respiro cameristico di scuola ECM, alle plastiche, aggraziate e chiaroscurali estensioni improvvisative vocali dell’artista bernese-tiranese. Un ensemble di musicisti impeccabili spalleggia Elina, con il contrabbasso di Patrice Moret e la batteria di Norbert Pfammatter a sostenere l’ossatura dei brani e il pianismo dal tratto evocativo, sempre ispirato, di Vallon a contrappuntare la voce della Duni, come avviene in “Kur të kujtosh”: musica di Elina su liriche di sua madre Bessa Myftiu. Dalle pieghe della memoria della vocalist arriva la successiva “Vajzë e valëve”, canzone di emigrazione, tratta dal repertorio dell’influente compositore dei primi decenni del Novecento Neço Muko; una canzone che i nonni paterni, rammenta Elina, intonavano in occasione delle riunioni familiari. Segue l’accarezzamento di “Unë ty moj”, che è un canto tradizionale d’amore dell’Albania centrale. C’è tutta la stoltezza ideologica del regime comunista albanese dietro la storia di “Erë pranverore”, una canzone d’autore (testo di Llazar Siliqi su musica di Tish Daija) proposta per la prima volta dal cantante Vaçe Zela al Festival Nazionale d’Albania del 1962, e subito censurata per le liriche che associano libertà e brezza primaverile e per il suo impianto jazz. Si transita poi per tre ballate tradizionali, nelle quali la matrice post-bop di propensione europea diventa più marcata: “Çelo Mezani” si rifà alla tradizione eroica schipetara, mentre la magnifica “Ra kambana” mette in luce ancora il mondo albanofono greco. Infine, “Çobankat” è un vecchio canto del sud dell’Albania, che in passato ha subito ritocchi testuali per diventare veicolo di propaganda. Invece, la vena autorale di Elina prende il sopravvento nella canzone “Kristal”, che musica versi di Ismail Kadare. Tempi dispari mescolati ad incisive procedure jazz caratterizzano “U rrit vasha”, un canto nuziale del Kosovo, mentre la conclusiva “Mine Peza” è una canzone della resistenza albanese antifascista, amata dal nonno materno di Elina che da partigiano combatté gli invasori italiani. 


Ciro De Rosa