Safar, Un Viaggio Musicale con Helmi M’Hadhabi, Dalal Suleiman, e Sanjay Kansa Banik, Casa Internazionale delle Donne, Roma, 5 Giugno 2015

Serata magica con ûd, tabla indiane e poesia palestinese 

Un bel giardino con alte palme nel centro di Roma, è la bella cornice che la Casa internazionale delle donne in Trastevere ha offerto per antichi strumenti musicali e poesia palestinese; ambientazione adatta a questo spettacolo offerto in solidarietà al progetto “Liutai a Gaza, la musica al lavoro contro la distruzione”. La sottoscrizione richiesta sarà, infatti, un altro mattone per la costruzione a Gaza, di un laboratorio di riparazione di strumenti musicali ideato da Al Kamandjati, associazione e scuola di musica palestinese, per la campagna Cultura è Libertà. Questa campagna per la Palestina è nata due anni fa, con l'omonima associazione, per far conoscere in Italia, molto avara da questo punto di vista, il patrimonio culturale di un popolo che resiste, anche attraverso le sue espressioni di pensiero, scrittura, musica pittura..... all'occupazione e alla violenza permanente di Israele. Quest'anno la campagna intende sostenere questa capacità di resistenza anche in una delle zone più tormentate, la striscia di Gaza: tre guerre in sette anni, una montagna di macerie, un desiderio indomabile di vivere e far sentire la propria voce, la propria musica. 
Dunque un viaggio verso Gaza, con uno straordinario protagonista: Helmut Mhadhbi, liutista tunisino, accompagnato da Sanjay Kansa Banik, tablista indiano, e Dalal Suleiman, attrice e danzatrice di origini palestinesi. L' ûd di Helmi che apre la serata ci porta con il suo ritmo sonoro e cadenzato, davvero simile a quello delle onde del mare, sulla nave verso la Tunisia, in un viaggio verso casa (“Tra me e il mare”), in cui alla gioia del ritorno si unisce il sentimento di nostalgia per gli amici lasciati in Italia. Si fa più triste e drammatico nella musica di “Lo sguardo di Layil”, ispirata dagli occhi tristi e interrogativi di una bambina, unica sopravvissuta sulla spiaggia di Gaza, dopo il bombardamento che ha distrutto la sua famiglia e poi con ritmo più incalzante ci fa sentire l'eco della rivoluzione tunisina e di tutte le rivoluzioni (“Breaking the silence”), a cui il recente CD “Safar” (“Il viaggio”) è dedicato. L'influenza del flamenco e dell’Andalusia si avverte in “Hijaz”, un brano veloce, dai suoni antichi e dolci, molto diversi da quelli della chitarra. Suoni affascinanti che accompagnano le letture appassionate di Dalal: bellissimi versi di Mahmoud Darwish, che parlano di terra perduta, di alberi, dell'acqua, della condizione di profugo. 
Non ci si stanca di ascoltare la voce di questa giovane esile attrice, con una forte presenza scenica, in un lungo vestito nero che si alterna al suono dell'antico strumento: una recitazione che diventa quasi un canto. Emozionante l'interpretazione della celebre poesia “Carta di identità”, di Darwish, a due voci, in arabo da Helmi e in italiano da Dalal. L'entusiasmo e la partecipazione del pubblico cresce con lo svilupparsi del concerto e con l'entrata sulla scena di Sanjay Kansa Banik: giovane indiano che suona un altro strumento antico, che proviene dal nord dell'India: le tabla. Piccoli tamburi dalle infinite sonorità che i movimenti delle sue mani riescono sorprendentemente ad estrarre. Sanjay spiega il linguaggio di questo strumento “la batteria della musica classica indiana”. I suoi suoni, ci dice, derivano spesso dai suoni della natura: così con una esecuzione che ha del virtuosismo Sanjay produce battendo con agilissime dita su diversi punti delle tabla, il rumore della pioggia, del tuono, del lampo....provocando divertimento e applausi del pubblico. Insomma un'ora e mezzo di vero piacere per un pubblico particolarmente attento e molto soddisfatto. Sentimenti che ha riassunto bene nel suo ringraziamento Gabriella, una spettatrice, «Un’esperienza che mi ha suscitato ricordi ed emozioni profonde anche molto struggenti. Bellissimo. Eccezionalmente bravi i musicisti ma brava anche la giovane attrice». Evidente la contentezza di Nashwa, giovane architetta/archeologa di Gaza, a Roma per un soggiorno di studio sulla conservazione del patrimonio archeologico (“Conservazione delle pietre”): una conferma dell'amore per la propria terra e la propria storia e della volontà di conservare le radici della propria identità, così caratteristiche nella popolazione palestinese. 

Alessandra Mecozzi
“Cultura è libertà”