Patti Smith, Villa Arconati, Bollate (Mi), 20 Giugno 2015

La vista del placo dava il senso della suggestione mentre il crepuscolo si avvicinava. Villa Arconati è un luogo raccolto, riservato, adeguato per concerti di fascino e di qualità. Ho visto Patti Smith almeno una dozzina di volte e quasi sempre non ha deluso le aspettative. Alla veneranda età di sessantasei anni non perde un grammo della sua presenza scenica, del suo fascino magnetico e la sua capigliatura, mesciata grigia, le concede un’aria di matura ragazzina. Come sempre in scuro, con gli anfibi ai piedi, si è manifestata come una sorta di apparizione intorno alle 21.20, accompagnata dai fidi ed intramontabili Lenny Kaye, chitarre elettriche, Jay Dee Daugherty, batteria (membri originali del Patti Smith Group), da Tony Shaanhan, tastiere e basso elettrico, e dal figlio Jackson, un ragazzone dall’aspetto tranquillo che ha suonato, con maestria, il basso e la chitarra elettrica. La serata è stata presentata come la memoria dei quarant’anni dalla pubblicazione di “Horses”, un album fondamentale per la storia del rock che, alla fine degli anni ’70, incontrò il ciclone del punk. Ma “Horses” era punk solo negli aspetti estetici e culturali ma, nel midollo, era poesia pura, iconoclasta e rock and roll allo stato di fusione alchemica tra i vari ingredienti che lo scricciolo di Chicago distillava dal suo alambicco pieno di magia. Le prime note di “Gloria” hanno acceso le luci di un’auto virtuale che ha condotto il pubblico verso una terra piena di ricordi e suggestioni ma, anche, di sguardi verso un futuro sempre più incerto, in questi tempi bui ma, comunque, da affrontare con forza, determinazione volontà di non sentirsi sconfitti “a prescindere”. 
“Gloria (In Excelsis Deo)” ha coinvolto subito la platea “gestita”, come sempre al meglio, dalla cittadina onoraria di New York. Un brano potente che dà l’idea dell’impatto che il mondo del rock ebbe quando l’album uscì sul mercato discografico. Un azzardo del produttore, John Cale ma, di più, della Arista, la casa discografica che lo pubblicò. “Redondo Beach” ha il potere di ammorbidire la tensione con il suo ritmo blandamente reggae, quasi ipnotico. E poi in sequenza come una sorta di grande corsa con il fiatone, non quello fisico bensì quello dell’anima, si sono snocciolate “Birdland”, “Free Money”, “Kimberly”, “Break It Up” e la lunga, interminabile “Land” che include “Horses/Land Of A Thousand Dances/La Mer(de)” e la ripresa di “Gloria”. La band è stata ai tempi ed ai desideri della sua musa ispiratrice con Lenny Kaye, che ogni tanto inviava sguardi di approvazione verso la sua antica sodale di mille palchi, a guidarla con sapienza ed esperienza. Mai ridondante, mai fuori luogo, mai fuori contesto, sempre accanto alla sua ultra quarantennale leader. Una sorta di coppia di fatto artistica che è capace di resistere al trascorrere del tempo e che appare più affasciante oggi, con rughe e capelli bianchi, che nelle foto dei tempi andati, dei ricordi, del bianco e nero quando la parola photo shop probabilmente doveva ancora essere coniata. Un concerto, questo, pieno di chiari scuro con la voglia di mantenersi nel cerchio magico della memoria ma, al contempo, di usare il palco come luogo in cui sentirsi protetti e, come il pubblico ha ampiamente dimostrato, amati nel profondo. 
E questo l’artista americana l’ha sentito, l’ha vissuto, l’ha rimandato verso la platea con quella forza empatica che tutti gli riconoscono anche, magari, nelle serate più ostiche, una corsa, la sua e quella della band che si è esaurita (?) con “Elegie”, una canzone dedicata a Jimi Hendrix, come in precedenza c’era stato il ricordo di Jim Morrison ed Ornette Coleman. “Elegie” si è dipanata in una sorta di litania in cui si sono uditi i nomi dei Ramones, Allen Ginsberg, Fred “Sonic” Smith, William Burroughs ed altri artisti e persone amate dalla Smith. Un momento pieno di intensità e di commozione ma, forse, ancor di più, di compassione e fierezza nell’avere incontrato le persone “narrate” dalla canzone. Un momento in cui ci si è sentiti con il fiato sospeso tra la vita e la morte. La rilettura di “Horses” è terminata tra gli applausi convinti del pubblico. “Dancing Barefoot”, “Privilege (Set Me Free)” e la straordinaria “Beneath the Southern Cross”, canzone piena di malinconia e suggestione, tirata, potente, evocativa, hanno fatto da contorno finale all’esibizione che si è conclusa tra lo scrosciare degli applausi di un pubblico ammaliato, convinto e vinto dalla potenza della suggestione di un’artista che ancora è capace di governare, dal palco, il suo pubblico con la sua voce profonda e colma di passato tanto che si resta convinti che quando quel corpo minuto inizia a cantare il mondo si trasforma, le forme prendono un’altra dimensione e la mente insegue le fantasie dell’anima. Poi tutto sembra quietarsi, la Smith si fa da parte e la band parte in una bella versione di “Rock & Roll/ I'm Waiting for the Man”, dell’indimenticato Lou Reed. 
Un brano suonano in maniera precisa e quasi didattica, con la passione dei neofiti in versione garage band, mentre la Smith si aggirava sul palco saltellando e battendo le mani come una ragazzina contenta d’essere sul palco di una rock band. Impagabile…siamo all’epilogo, lo sentiamo tutti, e sentiamo anche che è arrivato il momento di due canzoni imprescindibili e, come dirà l’artista di Chicago…”questa l’ho scritta insieme a mio marito…” e quando partono le prime note il pubblico si fa parte attiva delle parole di “Because the night”, un inno di immortale potenza con la musica proveniente dalle sessions di “Darkness on the edge of town”, di Bruce Springsteen, che fece ascoltare alla Smith la musica che aveva registrato su una cassetta che portava nelle tasche posteriori dei jeans e…il resto è storia e poesia, musica e gioia di vivere. “People have the power” è l’altro inno atteso ed amato, il titolo dell’album omonimo che riportò la Smith all’attenzione del mondo del rock dopo nove anni di silenzio artistico. Una canzone forte, potente, sincera, cantata a squarciagola con varie intenzioni racchiuse nel testo cantato/declamato ed un invito al pubblico ad ascoltare la e fare proprie le parole di Papa Francesco. Gli applausi sono stordenti ma la misura non è ancora colma e così partono le note di “My generation”, altro inno esistenziale del rock and roll. Il suono è deciso, asciutto, deciso, aspro. Tutti i musicisti ci danno dentro con gli strumenti decisi a graffiare l’anima degli spettatori. 
E le intenzioni vengono raggiunte…suoni, parole, rumori, atmosfera…tutto è coinvolgente, si mischia, si trasforma, si piega alle ragioni del cuore, del sentimento, della memoria del desiderio di futuro. “Rock and roll can’t never die” cantava (e canta) Neil Young. Patti Smith ce lo ha ricordato anche questa sera. Mi incammino veloce verso l’auto per evitare d’essere “incastrato” dal flusso delle auto in uscita dal parcheggio. Non cammino, volo, come quella sera di tanti anni prima, di settembre, a Bologna. Un concerto certamente non bello, sia per il clima di quei giorni che per il concerto in sé. Lei, certamente è cresciuta nel tempo, ma la forza interiore era forte anche allora ed oggi la si comprende ancora di più. Lei è una sorta di metafora dell’impossibile che può accadere se ci si crede nel profondo (leggere il suo libro, “Just kids” per capire). Come per molti dei presenti al concerto (di oggi e di allora) forse sono solo aumentati gli anni, ma non è ambiato lo spirito. 


Rosario Pantaleo