Pascolo Abusivo – InUtro (autoproduzione, 2015)

Il sestetto acustico calabro-lucano è composto in larga parte da membri dei Totarella, il gruppo creato da Pino Salomone, costruttore e maestro di surdulina di Terranova del Pollino, assente nell’organico di questo nuovo lavoro autonomo che, pertanto, ha spinto i musicisti ad assumere il nome di Pascolo Abusivo (che, tra l’altro, era il titolo dell’ultimo album inciso dai Totarella nel 2008). Lo sconfinamento di greggi in terre non destinate al pascolo assurge a metafora di ricerca ed esplorazione di nuovi territori sonori, pur partendo dai modi e dalle espressioni tradizionali. ll gruppo è composto da Saverio Marino (voce, piatti), Paolo Napoli (voce, zampogna a chiave, surdulina, organetto 8 bassi, flauto armonico, marranzano, nacchere, triangolo, grancassa), Rocco Adduci (fisarmonica), Antonio Arvia (voce, organetto 4 bassi, zampogna a chiave, totarella, basso, flauto armonico, tamburello, battimani), il pugliese di Ostuni Mauro Semeraro (mandolino, bouzouki, chitarra, chitarra e chitarrino battente, tamburello), Pino Altieri (voce, totarella, basso). In più suonano in questo disco Peppuccio Garofalo (chitarre), Francesco Mancuso (fisarmonica, organetto), il costruttore di zampogne di Albidona Leonardo Rago (zampogna a chiave e tamburello), Domenico “Ballerino” Miraglia (tamburello), Silvano Truncillito (trombone, basso tuba, rullante, piatti), Piero Gallina (violino) e Daniele Nicoletti (contrabbasso). Il lavoro dei Pascolo Abusivo è da inquadrare all’interno di quel fenomeno di rivitalizzazione – non privo di componenti di matrice identitaria locale “resistente”, che manda in frantumi la dialettica locale-globale, ma non implica né chiusura localistica né nostalgia agreste – di strumenti, balli e canti contadini, pastorali e di fascia artigiana, ma anche di composizione musicale sincretica, fiorente soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso in questi territori. Stiamo parlando di Terranova del Pollino, Alessandria Del Carretto, Albidona, Canna e altre località a cavallo tra Calabria e Basilicata. Dunque, siamo di fronte a pratiche musicali realizzate da una fascia di musicisti urbanizzati, anche molto accorti e dotati dal punto di vista tecnico e strumentale, che lavorano sui patrimoni etnofonici di un’area culturale e sonora che non corrisponde ai confini regionali, e che sono anche pieni protagonisti all’interno del circuito devozionale e musicale associato alla religiosità mariana (che si snoda dalla Campania alla Calabria passando per la Basilicata). Il titolo del disco gioca sul doppio significato di “utrë”, che vuol dire otre e utero: due “custodi” di aria e vita, da cui nascono “nuovi corpi sonori e vitali”, ci dicono le note del booklet. “Un’opera musicale come “InUtro” – scrive il filosofo Francesco Lesce nella presentazione – «rivela quest’eccedenza semantica racchiusa in una lingua “rustica” che sopravvive al popolo che la incarnava». I Pascolo Abusivo propongono un programma in quattordici tracce, che attinge a fonti raccolte sul campo di prima mano o provenienti da registrazioni. Sono maneggiate con il rispetto portato, da chi in quel mondo c’è cresciuto, ai testimoni della tradizione (numi tutelari omaggiati con frammenti vocali che si ascoltano nel CD). Impiegano la tecnologia di studio e soprattutto un’estetica musicale contemporanea, non esaurendo la proposta nel ricalco e resistendo all’edulcorazione delle forme e dei contenuti, né tantomeno seguono la smania danzereccia in voga in certi circuiti revivalistici di massa della Calabria meridionale. Così, nel disco si passa da interessanti sonate per zampogna solista con accompagnamento di tamburello (“Tollërò”, “Manca di Nola”) ai repertori per orchestre a pizzico che furono create sul finire del XIX secolo (“U sciotzë”) e a quelli bandistici, che riprendevano nuovi balli introdotti dai primi emigrati di ritorno dagli Stati Uniti (“One Step”). Ci sono sonate all’organetto (“A Murrë”) e gli squillanti cordofoni di “Chitarre all’Albidonese”, c’è lo sguardo sulle espressioni delle comunità alloglotte arbëreshë del Pollino (la vallja “Skandeberg”, riletta in chiave world music) e c’è l’ispirazione improvvisativa alimentata dai modi arcaici del “Canto all’Albidonese”. Di forte impatto anche “Iè parti A stranië”, una suite: passeggiata-canto skantillë-tarantella, con al suo interno anche un inserto tratto dal film “Dimenticati” di Vittorio De Seta del 1959. Ancora, c’è il canto d’amore “Abbascë allu vallonë”, armonizzato per un ampio organico, laddove era diffuso per sola voce e tamburo a frizione, fino all’acuta surdulina, primadonna in “Suenëciellë”, un tributo di Paolo Napoli a tre maestri degli aerofoni a sacco (Andrea Pisilli, Carmine Salomone, Agostino Troiano). Campanacci carnevaleschi e una preghiera esorcizzante sono disposti, simbolicamente, a conclusione di questo bel lavoro, che – per dirla ancora con Lesce – parla «una lingua che emoziona, commuove, diverte, tiene uniti e fa ballare». 


Ciro De Rosa