Imarhan Timbuktu – Akal Warled (Clermont Music, 2014)

Imarhan Timbuktu è una formazione maliana che, come altre più conosciute che si muovono nello scenario musicale internazionale, propone una musica molto identificabile sul piano stilistico, organizzata sostanzialmente nel quadro di una combinazione tra chitarra elettrica e percussioni tradizionali. Se questa combinazione è ormai una delle caratteristiche principali del desert blues, nelle produzioni della band guidata dal chitarrista e cantante Mohamed Issa Ag Oumar, appare ancora più caratterizzante. Per due motivi principalmente. Innanzitutto perché Oumar non è propriamente un virtuoso della chitarra elettrica (come Bombino, per intenderci). E questo marca i brani in maniera differente. Intendiamoci, la chitarra elettrica è la base dei brani raccolti in “Akal Warled”, il nuovo disco della band. Ma si tratta di una chitarra semplice che, nella maggior parte dei casi, accenna la linea melodica nei prologhi e sviluppa il tema del brano in un crescendo quasi sempre in unisono alla voce. In secondo luogo – e questo è un elemento più importante – la band è scarna, cioè composta da pochi elementi che suonano pochi strumenti. E questo si riflette in una musica trasparente, leggera, mai ridondante, a volte sorprendente (“Aicha Talamomt”). L’ensemble si è formato agli inizi degli anni Novanta e ancora oggi – dopo aver partecipato agli eventi musicali più importanti dell’orizzonte world, come il Festival au desert - gira il mondo e produce dischi, proponendo una musica che, oltre a essere “semplificata” (nei termini che abbiamo detto prima e che articolerò meglio qui di seguito), rimanda a un processo di fusione meno sintetico e, probabilmente, più sperimentale. Oltre alla chitarra elettrica – suonata da Ag Oumar, il quale ha ceduto al fascino di una leggera distorsione, ma non si è piegato al sostegno ritmico della batteria – la band comprende basso elettrico (suonato da Baba Traore), calabash (suonato da Alpha Ousamane Sankare dit Hama) e tende (tamburo tradizionale suonato da Fadimata Walet Oumar e Zeinabou Walet Oumar). Si comprende, quindi, che, nonostante gli strumenti a corde, la costruzione e l’andamento generale dei brani sono profondamente caratterizzati da un timbro tradizionale, ancorato a una visione “locale” che riflette non solo una scelta stilistica ma anche politica. La politica del gruppo riconduce ai temi noti adottati e diffusi anche dalle altre formazioni del Mali. Ma qui assume un profilo più netto proprio grazie alle scelte di rappresentazione che Mohamed Issa Ag Oumar ha sintetizzato nelle otto tracce che compongono “Akal Warled”. A ben vedere, infatti, oltre agli elementi già citati, ciò che interviene a determinare lo stile dell’album è l’organizzazione delle voci, che si configurano come elementi innovativi, non solo perché le backing voices sono donne, ma perché sono assemblate in modo da impregnare i brani di un’atmosfera “rituale”, con armonizzazioni e modulazioni tradizionali nelle società tuareg. Tre brani rappresentano meglio di altri una forma così organizzata: “Ehela Damohele”, “Taliat ta Silkhourout” e “Tarha Tazar”. Sono caratterizzati da un andamento ipnotico – nello stile tipico del desert blues – entro il quale si verifica una reiterazione più marcata dei moduli di base e un’attenta sovrapposizione delle voci. A tratti la linea della chitarra descrive dei flussi meno originali, ma l’organizzazione delle voci produce un effetto insolito, perché è più corale e compatta, e riempie, fuori dagli schemi più diffusi, l’ambito sonoro dei brani.


Daniele Cestellini