Blur - The Magic Whip (Parlophone, 2015)

Il fenomeno del Brit-pop ed in particolare i Blur non mi hanno mai intrigato più di tanto, e per certi versi li ho anche evitati, forse a causa anche di una certa antipatia che nutrivo per certi loro atteggiamenti. Ho sempre ritenuto che la storia del rock avrebbe potuto fare tranquillamente a meno, tanto di loro quanto degli Oasis. Poi, però, Damon Albarn ha cominciato a farsi notare dalla mia visione periferica, cominciando prima con il convincere il grande Paul Simonon a riprendere in mano il Precision, con il quale ha fatto scuola per un progetto deliziosamente intrigante, e poi pubblicando “Everyday Robots”. Proprio quest’ultimo è stato un disco che ho apprezzato moltissimo, ed ascoltandolo mi aveva colpito quel sottile menefreghismo del cantato qualche volta deliziosamente out of tune, ma sempre emozionante. Ora con la pubblicazione di “The Magic Whip”, ottavo disco del percorso artistico dei Blur, ho capito che la perfida Albione aveva dato alla luce un altro disco da non perdere. Si tratta di un disco maturo, dal tratto soulful, che sorprendentemente ha preso vita da alcune idee appuntate da Albarn su Garage Band, applicazione che ogni possessore di iPhone si trova quasi gratis dentro al suo smartphone. Proprio da questi bozzetti Albarn ha trovato ispirazione anche per i suoi testi, ed è bastato che saltasse un concerto in Cina, per far ritrovare il gruppo in studio ad Honk Kong per registrare nel giro di pochi giorni il disco. Il piacere di tornare a suonare e sperimentare insieme, e la consapevolezza di avere tra le mani un pugno di ottime canzoni hanno fatto il resto. I Blur sono così ritornati sulla scena del delitto, mettendo insieme un disco di grande solidità compositiva, ricco di belle intuizioni, giri di basso, groove ma soprattutto di belle storie. Damon Albarn ci racconta il peculiare modo di vedere la realtà tipicamente britannica, con quel disincanto che in più di una circostanza mi ha ricordato i Clash di “Combat Rock”. Proprio come il gruppo di Joe Strummer, anche i Blur con questo nuovo disco si sono superati, avventurandosi in territori che per altri potrebbero essere avanguardia, e per comprendere bene tutto ciò basta ascoltare “Go Out”. Che dire poi del lavoro di Graham Coxon e degli altri, se non che hanno messo insieme un disco dalle sonorità potenti, radiofriendly e per molti versi anche ballabili, il tutto senza sbavature di comodità, ma piuttosto puntando ad architetture mai scontate tanto dal punto di vista ritmo quanto da quello melodico. Una visione moderna e con una sua classicità lontana dal mercato opprimente e dalle stupidità del mainstream. Assolutamente consigliato!


Antonio "Rigo" Righetti