Musica e natura, trombone e zufilo a Fabbriche di Vallico (LU)

Nell’articolo vengono brevemente presentati due strumenti musicali della tradizione popolare, a Fabbriche di Vallico denominati trombone e zufilo.  Sono strumenti in via d’estinzione, realizzati in primavera con la corteccia del castagno quando è impregnata di “umida linfa”.  Trombone e zufilo venivano utilizzati solo per brevi periodi (tra aprile e giugno), in specifiche situazioni comunitarie o per far divertire i bambini in ambito agreste. In loco, l’unico costruttore di tromboni e di zufili pare sia rimasto il signor Renato Chelotti (1938), prezioso informatore insieme a Marco Rigali, ippoescursionista già campione italiano di “endurance”. Fabbriche di Vallico è situato lungo la Valle del Turrite Cava. Oggi sono circa cinquecento i residenti, ma nell’Ottocento la popolazione era circa quattro volte superiore. L’economia del paese era caratterizzata da attività agricole e artigianali, tra cui spiccavano la raccolta delle castagne e la lavorazione del ferro, iniziata nel XIV secolo da un gruppo di fabbri bergamaschi. L’ultimo dato sembra importante poiché gli strumenti musicali ricavati dalla corteccia del castagno sono storicamente attestati anche nelle valli bergamasche, pertanto è ipotizzabile che a Fabbriche di Vallico, nel corso dei secoli, possano essersi verificati interessanti fenomeni di acculturazione, per accertare i quali sarebbero necessarie specifiche ricerche storico-sociali ed etnomusicali.  

Il trombone e lo zufilo 
Durante il periodo primaverile, con il rinnovo delle gemme, nel castagno, tra il ramo e la corteccia, si verifica un particolare stato d’idratazione vascolare comunemente definito con la locuzione “in succhio”. Tra la fine di aprile e il mese di maggio, la pianta entra per alcune settimane “in umore”, periodo nel quale la corteccia non è rigidamente attaccata ai rami e pertanto, con opportune manovre, può essere staccata con discreta facilità.
Per la realizzazione del trombone, si seleziona un ramo di castagno (diametro di circa sei-dodici cm e lunghezza variabile tra i cinquanta-cento cm). Con un coltellino affilato si procede a incidere, “a fascia e a spirale”, la corteccia per la lunghezza del ramo. Successivamente si procede al distaccamento della corteccia dal ramo. In questo caso non serve l’ausilio del coltello, poiché l’operazione viene svolta manualmente. Una volta selezionata la corteccia inizia la fase di “avvolgimento”, dando al trombone forma conica. Per dare maggiore stabilità al “padiglione” dello strumento, in alcune parti della corteccia, il costruttore inserisce come fermagli piccoli rametti lignei (allo scopo possono essere utilizzati degli stuzzicadenti). Normalmente tali fermi sono tre: all’imboccatura, a metà lunghezza e nella parte terminale. Una volta che le spire della corteccia sono state sistemate, lo strumento è pronto per essere suonato. Il trombone è un aerofono di concezione primitiva, atto alla modificazione/deformazione del suono.  
Renato Chelotti ha riferito che per i pastori era considerato uno strumento “di allegria” soprattutto durante i momenti di pausa lavorativa: "I pastori con il trombone o con lo zufilo comunicavano tra loro da una gola all’altra della valle …, con il suono facevano sapere che erano in loco.  Io ho imparato a costruirli dal nonno e da mio fratello maggiore". Bambini e ragazzini suonavano il trombone come strumento-giocattolo in ambito naturale. Nella Settimana Santa, fino agli anni Quaranta, il trombone era utilizzato in sostituzione delle campane durante il triduo pasquale: "Ricordo che, in passato, fino a una decina di persone andavano per le strade del paese e suonavano in gruppo i tromboni per avvisare dell’arrivo della Pasqua, ma solo dopo che si facevano tacere le campane". Marco Rigali ha riferito che raramente, in situazioni particolari, i tromboni venivano usati anche “come presa in giro” durante i matrimoni, a seguito dell’uscita degli sposi dalla chiesa. Inoltre, “per scherno o disturbo”, lo strumento poteva essere suonato in gruppo estemporaneamente in diverse situazioni comunitarie, ad esempio, durante un comizio elettorale, come segno d’irriverenza verso l’oratore politico. Per realizzare lo zufilo, il ramo di castagno viene selezionato di diametro inferiore (3-5 cm) rispetto a quello del trombone. 
Per estrarre integra la corteccia si deve procedere con la cosiddetta “torgitura”. Prima si pulisce la parte inferiore del ramo dalla corteccia, per una lunghezza di almeno dieci cm. A distanza di venti-trenta cm, secondo la lunghezza desiderata, viene incisa circolarmente la corteccia. A questo punto, “torgendo” con le mani (torsione in senso orario e anti orario), è possibile far staccare la corteccia dal ramo e progressivamente sfilarla, in modo da ricavare un tubo cilindrico (calamo) grazie al quale potrà essere realizzato lo zufilo. Dallo stesso ramo si taglia e si modella una piccola estremità che verrà inserita come zeppa dell’imboccatura.  Le altre fasi di lavorazione sono quelle tipiche della costruzione dei flauti, con l’intaglio della fessura (labium) e i fori (tondi o rettangolari, di numero variabile, di solito due o tre) lungo il calamo. Come il trombone, lo zufilo veniva usato ludicamente dai pastori o dai bambini. A memoria del Chelotti non risulta che trombone e zufilo fossero tradizionalmente utilizzati per l’accompagnamento dei canti e dei balli popolari o durante le rappresentazioni teatrali del Maggio.
È da evidenziare che a Fabbriche di Vallico non vi erano artigiani specializzati nella costruzione di tali strumenti: "Ognuno se li costruiva in famiglia. I più grandi, poi, li costruivano per i più piccoli, i quali crescendo imparavano a costruirseli in autonomia, apprendendo dai più anziani".  Trattandosi di “arnesi” musicali con prevalente funzione ludica estemporanea è difficile reperire modelli costruiti nel passato:- "Una volta utilizzati e finita la loro stagione, a giugno, tromboni e zufili venivano abbandonati nei boschi, dove, nel tempo, si decomponevano naturalmente. Nessuno, a mia conoscenza, li conservava anche perché dopo un paio di mesi si seccavano e non potevano più essere suonati".

Guardando al futuro
Trombone e zufilo inducono a riflettere intorno ai concetti di primitivo e di effimero in ambito folclorico: pur nella loro “semplicità” costruttiva, rimangono significativi simboli organologici popolari del paese di Fabbriche di Vallico.  Ringraziando i signori Chelotti e Rigali anche per la documentazione fotografica, data la caducità degli strumenti e la perdita di consuetudini un tempo vive a livello comunitario, sarebbe opportuno che il Comune promuovesse azioni di salvaguardia e di valorizzazione delle tradizioni musicali locali, iniziando magari ad affidare al signor Chelotti la costruzione di numerosi esemplari di tromboni e zufoli da conservare presso apposita bacheca del Comune o da donare ai musei locali della Garfagnana: "I giovani sono attratti dai cellulari e dal computer. 
Lo scorso anno - ricorda Chelotti - avevo costruito alcuni tromboni e zufili. Li ho portati al bar del paese per mostrarli. I giovani non li conoscevano e non sapevano che tali oggetti fossero un tempo diffusissimi nella nostra comunità. Dopo aver lavorato come agricoltore e nella cartiera, ormai sono da anni in pensione …, mi piacerebbe insegnare a costruirli, se necessario collaborando con le scuole, perché ritengo sia importante cercare di conservare le nostre secolari tradizioni che stiamo perdendo … e sarebbe un peccato perderle definitivamente per incuria e disinteresse. Certo che, in questo periodo, a Fabbriche, le attenzioni sono rivolte alla sopravvivenza dei nostri secolari boschi di castagni, a causa dei danni causati dal cinipide". In diverse occasioni ho avuto modo di assistere alla rinascita di tradizioni musicali che si credevano perdute. Servono sincero interesse, creatività sociale e buona volontà. Come etnomusicologo auspico che in breve tempo (magari in una festa primaverile locale) possano essere fatti rivivere funzionalmente trombone e zufilo, grazie all’interesse e all’intervento attivo dei Fabbrichini e al dialogo interculturale che potranno promuovere con comunità italiane (o internazionali) che possiedono tradizioni organologiche simili alle loro. In merito, ritengo utile evidenziare che l’uso di aerofoni realizzati con la corteccia di castagno è attestato in diverse aree della Penisola, come evidenziato da ricercatori quali Roberto Leydi, Febo Guizzi, Valter Biella, Franco Ghigini e Luigi d’Agnese. 

Paolo Mercurio

Copyright foto Marco Rigali