Cesare Basile – Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più (Urtovox/Audioglobe, 2015)

Con il suo nuovo album Cesare Basile ci propone un orizzonte profondo, multiforme. A tratti cupo, intenso, aspro. A tratti luminoso. È un lavoro che, nel suo insieme, si fa ascoltare con attenzione, perché è costruito con l’apporto di vari musicisti, vari strumenti e suoni interessanti. La maggior parte dei quali determina una timbrica ricercata che, attraverso i modi in cui aderisce alle parole e alle melodie della voce, si configura spesso come innovativa. L’album si intitola “Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più” e Basile lo canta in parte in dialetto siciliano. In questo modo il racconto si inserisce in un flusso più vorticoso, sebbene assuma spesso alcuni tratti realistici e veristi (come, ad esempio, nel brano “Franchina”). I tratti di un racconto complesso (anche se chiaro nella forma e in riferimento all’idea che ne è alla base: una forma di resistenza all’omologazione, a un sistema di norme indurite e univoche, la ricerca di una forma di rappresentazione ricercata e schietta di temi selezionati e non scontati), di un racconto duro e stratificato, che già nei titoli di alcune delle undici tracce che compongono l’album parla chiaro: “Libertà”, “La vostra misera cambiale”. Così come nell’incipit del brano straordinario “Tu prenditi l’amore che vuoi”, che diviene lo spazio ideale dove Basile fa convergere la sua poetica più fluida ed esplicita: “La carrozza del Senato/ si trascina coi ruffiani/ sulle lapidi lisciate dal baciamoci le mani/ Il pudore delegato annusa l’aria soddisfatto/ si accarezza il sottopancia/ non contempla la sconfitta”. Per poi estendersi in una melodia eterea e penetrante: “prenditi l’amore che vuoi”. Anche qui, sebbene Basile ricavi un andamento melodico più piano, incontriamo alcuni suoni che evocano un’incoerenza ricercata come elemento che meglio determina la necessità (che converge nella sua politica musicale) di analizzare i fatti. Questa irriducibile incoerenza arriva all’apice in “Manianti”, il brano che segue la title track. Il breve prologo musicale introduce l’andamento cadenzato e rumoristico che si sviluppa lungo tutto il brano. Quando entra la voce la musica si ingrossa e tutti gli strumenti, che seguono una linea melodica reiterata e spezzata, sembra si aggrappino ai sonagli di un cembalo, il quale, insieme al testo strillato in dialetto, dona al brano i contorni (i connotati) di una reliquia straniante. A me viene in mente Tom Waits e credo che – sebbene Basile insista su una lirica più “mediterranea”, la quale non vuole, comunque, rinunciare al blues – possa valere come uno dei riferimenti musicali per inquadrare l’album. Riferimenti che possono valere, ovviamente, solo per alcuni passi, magari quelli più crudi e impastati, più taglienti e duri. La crudezza di “Manianti”, ad esempio, viene assorbita totalmente da un finale morbido, che fa da contrappunto, con un arpeggio di chitarra, archi e fiati, alla secchezza di tutto il brano. Sul piano musicale, “Filastrocca di Jacob detto il ladro” è probabilmente uno dei brani più completi. Anche qui è evocato uno spazio profondo, che può essere rappresentato dall’immagine di un cerchio di persone riunite intorno a un cantore, a qualcuno che condivide una visione (un “cunto”?) in un momento di forte trasporto. I suoni escono fuori dal flusso ritmico a ogni passo, dando al brano – fino a quando intervengono le percussioni con un beat secco e cadenzato – un andamento zoppo, sincopato: la linea di basso, il tema dei cordofoni che sembrano farsi eco a vicenda. E poi i fiati, che rimbalzano sulla voce, intervenendo in alternanza a questa e sorreggendone la melodia. 



Daniele Cestellini