Babel Med Music, Dock des Suds, Marsiglia, 26-28 Marzo 2015

Per i due direttori artistici, Bernard Aubert e Sami Sadak, il successo di Babel Med Music è indissolubilmente legato alla città che ospita da undici anni il forum delle musiche del mondo, Marsiglia, “città capitale agli occhi degli stranieri […], città che parla alla gente, la intriga per il suo coté cosmopolita” (La Provence, 29/3/2015). Insomma, non si può liquidare Babel come un Womax minore proprio per quel che la città provenzale incarna con la sua storica pluralità culturale, ma anche per lo spirito della kermesse, per l’interesse del pubblico variegato. Babel è miscuglio vitale di suoni e lingue, in una Francia che intanto si “scurisce”, virando a destra e premiando nelle elezioni dipartimentali il partito del redivivo Sarkozy, che si appropria dello stesso linguaggio razzista del Front National. Babel “che ascolta il mondo”: questo il sottotitolo della mostra mercato di quest’anno, che ha accolto più di 2000 professionals del settore della world music, tra i quali alcuni italiani con un proprio stand (Puglia Sounds, Toscana Musiche e la label napoletana Agualoca) e altri promoter in libera circolazione. Come sempre, il pubblico è folto, è intergenerazionale, è attento nei concerti raccolti della sala Cabaret, più propenso alla danza e al divertimento nelle performance ospitate nella tensostruttura dello Chapiteau e nella più vasta Salle des Sucres. I dati ufficiali parlano di 15.000 persone convenute per i trentadue vivacissimi showcase nell’arco di tre giorni, con l’anteprima di mercoledì che, all’interno di “Coleurs du Monde” organizzato da France Musique, ha visto l’esibizione di Antonio Castrignanò, unico italiano nel programma (anche se, a dirla tutta, l’Orchestra Bailam e la Squadra di Canto Trallalero erano stati selezionati dal comitato degli esperti, tra i quali Valerio Corzani, nota firma di Rai Radio 3 e de il Manifesto). 
Va detto che Babel è diventato anche luogo di progetti e di collaborazioni tra operatori internazionali che fanno squadra, puntando su obiettivi promozionali comuni: basti pensare al partenariato dell’Europa Centrale tra polacchi, cechi e slovacchi, alla piattaforma marocchina “Visa For Music”, al raggruppamento di produttori africani riunitisi intorno a “Equation Musique”. Si diceva del nutrito cartellone di artisti on stage per 45 minuti, divisi in tre sale, sempre gremite – qualche volta anche troppo, secondo chi scrive, se si pensa alla sicurezza, per non dire dei “trasgressivi” fumatori sfuggiti al controllo della security. E poi bar, cucina variegata, una mostra fotografica, uno stand pro Palestina (eppure non è mancata una manifestazione del gruppo BDS che al sabato ha protestato per i rapporti di partenariato che l’organizzazione di Babel ha con il consolato israeliano). Iniziative delle giornate della mostra, aperta ai soli addetti ai lavori, sono stati speed meeting, incontri, informali, presentazioni, conferenze, premiazioni dell’Accademia Charles Cros, piccole esibizioni presso gli stand o nell’area cafè, come quello del quintetto femminile vocale La Mal Coiffée, sostanziosi aperitivi offerti dalla regione Provenza, una rassegna di film. Qui abbiamo apprezzato “Indebito” di Andrea Segre, con Capossela che ci ha accompagnato nel mondo del rebetiko, “BKO in air” di Cris Ubermann, sguardo sulla scena di Bamako, con protagonisti, tra gli altri, i BKO Quintet (da ascoltare il loro potente “Bamako Today”). Da segnalare anche “Si Je Te Garde Dans Mes Cheveux”, pellicola di Jacqueline Caux, dedicata al talento e alla forza delle artiste dei paesi arabi. Venendo ai concerti, più emblematica che mai l’apertura di giovedì affidata alle polifonie e ai beat box plurilingui dai confini ritmici labili dei Radio Babel Marseille, che attingono alla poetica moderna e contemporanea del crocevia culturale della città. 
Spicca il set acustico di wasla, musica d’arte egiziana, proposto da Tarek Abdallah (oud) & Abel Shams El Din (riqq), si ritaglia uno spazio il post-rock etnico dei coreani Jambinai (la Corea del Sud è un altro Paese che sta investendo massicciamente sulla scena neo-tradizionale, con sonorità, strumenti e festival da scoprire). Invece, non entusiasmano l’ibrido orientale di Azam Ali & Niyaz né la band del senegalese Omar Pene, dal suono urbano troppo formalizzato come abbiamo imparato a conoscerlo da Youssou N N’Dour in poi. Il trio del violinista e cantante belga-manouche Tcha Limberger mette insieme due suonatori rom della Transilvania al contrabbasso e alla viola. Per chi ha conosciuto il fior fiore dei gruppi trad magiari niente di nuovo, ma l’abilità c’è tutta, e anche la cura per la melodia e l’assoluta libertà ritmica, pur senza eccessivi virtuosismi a effetto. Poi la serata offre il nome del momento, quei Songhoy Blues da Timbuctu, quattro rocker maliani potenti e aggressivi, uno dei successi della manifestazione. Le tre amazzoni Teriba (umiltà in lingua yoruba) arrivano da Coutonou, Benin, con le loro aggraziate e accattivanti polifonie appoggiate sulle percussioni (calabash e tamburi) e sprazzi di vocalità afro-americana. Passando ai protagonisti dell’Africa lusofona, è tosto il mélange sonoro di electro-kuduro dei portoghesi-angolani Batida. Mentre Mario Lucio, musicista prestato alla politica (ministro della cultura di Capo Verde al termine del mandato), propone il suo rock leggero ammantato di profumi locali. Nulla di nuovo nella sua musica, ma è una giornata speciale: è l’anniversario dell’indipendenza di Capo Verde, festeggiato dalla comunità locale con tanto di bandiera al seguito e festoso “assalto” al palco. 
Ancora da Praia, capitale dell’isola di Santiago, sempre nell’arcipelago atlantico, trionfa il funanà degli irresistibili Ferro Gaita, che infiammano la platea (in scena alle 00.15) con strumenti elettrici, ferrinho (idiofono costituito da una barra metallica sfregata da un bastoncino di ferro) e organetto diatonico. Da ascoltare il loro recente album “Festa fora”. Per i più giovani e resistenti, è tempo di ballare con il set di DJ Tony’s. La giornata di venerdì è aperta dagli ambasciatori della cultura québécoise. Parliamo del quartetto Le Vent Du Nord, band di punta del folk progressivo canadese (violino, canto, plettri, ghironda, tastiera, organetto e “podoritmia”). I paladini della francofonia hanno da poco inciso “Têtu”, e a Marsiglia confermano la vitalità del loro live act e la qualità della loro proposta. Di umore completamente diverso è il folk dagli echi contemporanei della norvegese Unni Løvlid, vocalist dalla voce cristallina. Attesa ripagata per il progetto che si snoda sull’asse polacco-galiziana, mettendo in scena l’accoppiata iconoclasta Warsaw Village Band e Mercedes Peon. La ritmica pompante, le voci prive di abbellimenti che si incastrano, il gioco dei bordoni: un wall of sound di tutto rispetto, in attesa del loro album. Il quartetto di Chango Spasiuk (voce, violino, percussioni, chitarra e fisarmonica) porta al mondo il verbo sonoro del chamamè, musica migrante del paesaggio rurale del nord-est dell’Argentina, che ben si adatta al certificato ibrido e bastardo (che è un complimento) di Babel Med. La francese Françoise Atlan si accompagna al trio greco Chordais per proporre un set fascinoso a cavallo tra mondo sefardita e impero ottomano. 
Si fa un gran parlare del variopinto gruppo britannico-afro-venezuelano di Family Atlantica. C’è sostanza strumentale, con gli assoli al punto giusto, c’è l’appeal esotico, un po’ di Ethio jazz, punte tropicali, tocchi di high-life, staffilate rock. A dirla tutta, c’è anche molto mestiere, ma è world music piuttosto prevedibile, quasi vintage: perché stracciarsi le vesti per loro? Lo show di Chicuelo è incentrato sul virtuosismo della chitarra flamenca, mentre privilegiano marimba, percussioni, chitarre e fiati i giovani afro-colombiani Herencia de Timbiqui. Da saltare a piè pari il connubio chitarra e ritmica rock colorati alla kora di Joe Driscoll & Sekou Kouyaté. Al Cabaret, il figlio di Marcel Khalifé, Bachar Mar-Khalifé, nato a Beirut ma con studi di conservatorio a Parigi, si presenta con un set per voce, pianoforte, elettronica e percussioni a cornice: è colto, poetico, minimalista, a tratti ipnotico ma anche un po’ chansonnier. L’apparato fonico non gli dà ragione, ma se non lo conoscete, vale la pena cercare la sua musica (il suo CD è “Who’s Gonna Get The Ball From Behind”). Non ancora paghi, affrontiamo la serata finale di sabato, partendo alla grande con il quintetto femminile, di bianco vestito, delle Simangavole da La Reunion (Roukia Adam, Katy Toave, Mickaele Ledoux, Sophie Bataille e Natacha Mandrin), vale a dire piaceri sonori dall’Oceano Indiano. Per dirla con il loro ultimo disco, suonano: “maloya maniér fanm”, maloya al femminile. Canto e musica creola con una coscienza sociale. Animate da fremente impeto vocale, echi pop, potente ritmo percussivo (si staglia lo strumento a scuotimento kayanm, di foggia rettangolare, ricoperto di steli secchi di fiori di canna da zucchero a formare le due casse di risonanza sovrapposte, ripiene di semi, legumi secchi, conchiglie e sassolini) e irrefrenabile vigore danzereccio. 
È un altro nostro coup de coeur di Babel. Per Joel Sebunjo, di Kampala, l’orizzonte è rock con un’eccessiva e pervasiva batteria afro-rock, chitarre zeppeliniane su melodie tessute dalla kora e dall’endongo, la lira dei Baganda. Mi viene da dire pretenzioso – e sono buono – il progetto del senegalese Saïko Nata, che sposa piano e kora, classicismo, espressioni mandinka e spunti jazz, con in più due incongrui danzatori. I Boom Pam da Tel Aviv mettono subito le cose in chiaro: parlano una lingua musicale mediterranea e non rappresentano il governo israeliano. Poi si lanciano in un libero rock-patchankoso a proiezione askhenazita, condito con sfumature mediorientali e tanto di danzatrice del ventre: tutto codificato, già scritto, già visto, già suonato. “Songlines”, autorità editoriale della world music, ne parla come di una nuova stella del fado: lei è Gisela João, ha trentuno anni, pur sembrando un’esuberante sbarazzina, è dotata di vocalità calda e profonda, ma spesso va sopra le righe. Che ci volete fare, sarò retro, ma prediligo l’austerità del fado classico, che poi è quello suonato dal trio di corde che la accompagna, e che sembra stridere con la sua irrefrenabilità da palco. Degli Zoufris Maracas e della loro rumba-tropical-canzone francese militante dirò che me li sono persi, ma sono buoni rappresentanti del métissage della Francia culturalmente aperta e non ripiegata sulle proprie fobie. Altra provenienza da un Dipartimento d’oltremare è quella di Loraine Zacharie. Con lei ci trasferiamo in Martinica, è la scena nu-creole dal suono levigato, danzante, tinto di sapori internazionali e dall’appeal accattivante della cantante. Clou della serata l’Afro-Oriental Jazz Trio di Majid Bekkas: oud, sax soprano, gasla e tabla. 
Cultura berbera e marocchina, ethno-jazz flavour. Funziona l’interplay del trio, ma è soprattutto quando Majid imbraccia il guembri, aprendosi alle ritmiche gnawa, che il set decolla con il pieno coinvolgimento del pubblico. Prima di lasciare lo spazio ai beta digitali di Baja Frequencia, tocca ai paladini di Lo Ciotat, Mossou T e Lei Jovents, trionfo della Marsiglia sonora degli anni Trenta, altri migranti, altro crocevia. Tatou e i suoi accoliti dal piglio canagliesco esplorano gli intrecci della civiltà musicale popolare locale mettendo mano al repertorio dell’operetta marsigliese degli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso: tempi in cui la città mediterranea prosperava per via dei traffici commerciali del suo porto. È la città che celebra se stessa e i fasti del passato con il pubblico in visibilio, che vorrebbe ancora musica, ma lo showcase ha i suoi tempi da rispettare. Per chi non è stanco, si continua a ballare con il Walkabouts Sound System piazzato all’ingresso dei Dock des Suds. Questa è Babel Med Music! 


Ciro De Rosa