Mark Knopfler – Tracker (Universal, 2015)

L’ottava meraviglia solista di Mark Knopfler, “Tracker”, nasce nel corso del tour che lo ha visto protagonista al fianco di Bob Dylan, e che ha toccato anche l’Italia qualche tempo fa. Due dei brani, infatti, sono nati durante questa serie di concerti, e non è un caso che tra le ispirazioni principali di questo disco ci sia proprio il Menestrello di Duluth, che al pari di J.J. Cale, Elvis Presley, James Burton, e Chet Atkins ha rappresentato qualcosa di più di un faro per la carriera dell’ex Dire Strairs. Anche sul suo sito, Mark Knopfler è molto chiaro nell’elencare coloro che chiama affiliated artists, dove si spazia da B.B. King a Emmylou Harris, da James Taylor a Willy DeVille, fino a toccare Guy Fletcher, il produttore artistico del disco, ma anche tastierista dei Dire Straits, ed ora in pianta stabile nella band solista di Mark Knopfler. L’ex Dire Straits è un uomo che canta da uomo, e ciò che più colpisce è l’uso musicale che fa della voce, che diventa uno strumento per raccontare storie, per farlo senza ridicoli voli armonici, o idee antiquate di belcanto di tanto in tanto capita in Italia. Nel suo caso accade il contrario, la voce è un altro strumento per arricchire di nuance la tavolozza cromatica dei vari brani e non per dimostrare qualcosa. A completare il tutto poi c’è il suo meraviglioso stile chitarristico, dove si apprezza quella capacità di sintesi tecnica che è ad appannaggio solo di menti illuminate. Penso a Miles Davis, nato in piena era di florilegio bebop e diventato il grande artista che conosciamo, grazie ad un progetto affilato come un rasoio, e caldo come una mattina di luglio. Qui succede la stessa cosa, cari miei. La mia compagna, Francesca ha voluto che all’ingresso di casa nostra ci fosse la scritta: “Less is More”, e l’altro giorno mio figlio Angelo, mi ha chiesto improvvisamente che cosa significasse. Preso alla sprovvista ho cominciato a cincischiare di dono della sintesi, meno è meglio, capacità di limitarsi...quando in realtà, avrei fatto meglio a consigliargli di ascoltare “Tracker” di Mark Knopfler per avere una dimostrazione del valore assoluto del concetto. Un disco dal suono setoso, caldo e avvolgente, nato dalla volontà di confrontarsi con lo scorrere del tempo, giocato su sfumature che comprendono il folk ma anche il jazz, con un’apertura che rimanda al Dave Brubeck Quartet e al suo Take Five, mentre dentro al sentiero del disco prendono vita sketches sempre perfettamente delineati che pendono dalla parte del blues e del rock. Sempre riuscita la geografia sonora con tutti gli strumenti perfettamente delineati, e una sensazione di beatlesiano amore per i ragazzi di Liverpool penso vi raggiungerà su “Skydiver”. Guy Fletcher, dal canto suo, regala un solido lavoro di tastiere, un valore aggiunto al carattere cinematico dato dalla musica del grande Mark. C’è nella musica un carattere nostalgico, di saudade, qualcosa che evoca panorami nordici, uomini che vivono la vita con naturalezza. Si respira una bella aria di economia di gesti e di ritmo che è merce rara. Vedere sul sito la sfilza di date del tour che seguirà la pubblicazione del disco ci rende un pochino meno pessimisti sul momento di crisi della musica vera. Si, perché di questo si sta parlando. Musica che nasce dalla voglia di comunicare una visione personale. Mark Knopfler ha più volte dichiarato che è stato sopraffatto dal successo di pubblico raggiunto con la sua creazione, e dalla necessità di continuare a portare in giro uno spettacolo per un grandissimo numero di persone che, per forza di cose, doveva accontentare tante persone. Ora il suo viaggio continua ma con le sue regole. “Tracke” è un grande disco, soprattutto se ripenso al fatto che i Dire Straits, gli occhi azzurri, i polsini da tennis di Mark Knopfler sono stati obbiettivo di sogno da parte di ragazzine di tutto il mondo negli anni Ottanta. Sì, perché i Dire Straits in qualche obliquo modo, sono stati una boy band! Una bella storia.


Antonio "Rigo" Righetti