Francesco Benozzo/Fabio Bonvicini – Ponte Del Diavolo (Radici Music/Egea, 2014)

Dopo il bell’album “Libertà l'è morta”, dedicato a canti e personaggi dell'anarchismo italiano, l’arpista, compositore e filologo Francesco Benozzo e il musicista e studioso di musica medievale e tradizionale Fabio Bonvicini, già fondatore de La Compagnia dell'asino che porta la croce e del Pìvari Trio, ritornano con un CD antologico che allinea ben venti brani. Il titolo del disco, “Ponte Del Diavolo”, è l’emblema della volontà degli autori di collegare luoghi e spazi lontani, di giocare su contrapposizioni e assonanze, di cantare e suonare musiche che nel passato sono state associate a presenze del Maligno, perché di esse erano custodi spesso musicisti girovaghi o perché gli strumenti impiegati e gli intervalli musicali usati erano “altri” dalla cultura ufficiale. Quel diavolo che poi nella cultura popolare non era altro che l’erede di creature ctonie della religiosità del passato. E poi “ponte del diavolo” è anche un rimando allo scenario naturalistico da parte di chi l’Appennino modenese lo respira, facendone una continua fonte d’ispirazione. Le prime due tracce del disco, inedite per la coppia (si tratta di “Sento il fischio del vapore/Lish young boy a broom” e “Fuoco e mitragliatrici”, per voci, arpa bardica e flauti), sono due tra i più noti canti tradizionali contro la guerra, da intonare a voce alta nell’anno del centenario della Prima Guerra Mondiale. Il primo brano collima perfettamente con due strofe di una ballata molto nota tra le comunità irlandesi in Australia, il secondo è eseguito insieme al “Valzer dei disertori”, tema diffuso soprattutto tra i suonatori di piffero delle Quattro Province. Il resto dei materiali, piuttosto eterogenei, è tratto dalle pubblicazioni dei due artisti, edite sia in Italia che all’estero, a voler ripercorrere sedici anni di ricerca musicale e poetica nell’Appennino e oltre. Il disco alterna passaggi acustici ed evocativi per voce e arpa, cantati in italiano e dialetto (“Saluatàgg”, “Valèda fonda”, “Onirico geologico”, “Notte a Trignano”) o in antico gallese (“Can y gwynnt”, “Cad Goddeu”) a sequenze dal tessuto strumentale e dalle linee vocali più dense, provenienti dal repertorio de La Compagnia dell’Asino e del Pivari Trio. Spiccano soprattutto il canto di questua epifanica “Ecco donne la befana”, la boccaccesca “Su e giù per la perdera”, lo strumentale “Spagnoletto I e II”, combinazione di modalità musicale colta e popolare, proveniente dal repertorio dei balli staccati dell’Appennino. Tra i canti sacri, da segnalare il canto mariano medievale inglese “Edi beo thu” in un trittico che comprende anche due brani del Pivari Trio (“Maria Maddalena”, “Torna deh torna”). Il finale è nuovamente per la coppia di musicisti che propongono “Quartine e interrogatorio di Sante Caserio”, chiudendo il programma con il set di celebri strumentali irlandesi “Teidhir Abhaile Riu/ Brian Boru’s March”. Sempre pregevole l’artwork della Radici Music. 


Ciro De Rosa