La Candelora e la ritualità della juta a Montevergine, tra musica e cucina tradizionale

L’annuale salita nel giorno della Candelora – festa religiosa celebrata il 2 febbraio – al veneratissimo santuario irpino di Montevergine, secondo la tradizione eretto in un’area dove era esistito un tempio dedicato a Cibele, si configura anche come ingresso nell’antichità rituale mediterranea, se è vero che i sacerdoti della Grande Madre, i Coribanti, con i loro travestimenti in abiti femminili sgargianti e i loro eccessi rituali, erano protagonisti di processioni, con tanto di tamburi a cornice e strumenti a fiato al seguito, che s’inerpicavano sulla montagna, ove sorgeva il tempio consacrato alla dea nera. È sempre difficile tracciare ininterrotte linee del tempo che saldino passato e presente di fatti culturali senza cesure, ma è certo che tale è il peso delle raffigurazioni e delle testimonianze scritte antiche e moderne, da farci ritenere che, al di là delle trasformazioni di culti e pratiche rituali, esista una relazione tra quei suonatori associati alle divinità pagane che appaiono negli affreschi pompeiani e le paranze di devoti delle Madonne. Altro dato inconfutabile, è che la chiesa di Montevergine, consacrata nel 1126, divenne subito un vivissimo luogo di culto. È poi celebre la leggenda dell’intercessione della Madonna nel 1256, intervenuta a salvare una coppia di amanti omosessuali abbandonati a morire, per lo “scandalo” della loro relazione. Quel miracolo spinse i femminielli (travestiti o transessuali che nel mondo popolare napoletano hanno sempre avuto una riconosciuta collocazione sociale) a diventare fervidi devoti di Mamma Schiavona (la Madonna Nera), unendosi alle danze e ai canti degli altri pellegrini. Quella di Montevergine è figura centrale del pantheon delle Madonne che, secondo la narrazione popolare, sono sette sorelle, sei bianche e una nera: la più bella. 
Artisti, registi, studiosi, demologi, antropologi ed etnomusicologi negli anni sono saliti a loro volta sul monte, attirati della ritualità della juta a Montevergine, dall’intersecarsi di una religiosità popolare che sembra inevitabilmente traboccare nell’immaginario mediterraneo, dai canti eseguiti fuori e dentro il santuario, dal suono delle pelli percosse e delle castagnette, dal parossismo coreutico. Negli ultimi anni, complice anche l’atteggiamento censorio delle autorità ecclesiastiche, l’ascesa si è riempita di istanze libertarie e anti-discriminatorie da parte del movimento LBGT, mentre nuovo impulso alla pratiche devozionali, musicali e danzerecce è arrivato dal rinnovato interesse verso le espressioni musicali tradizionali. L’ascesa al santuario irpino coinvolge, in primo luogo, devoti e suonatori dall’area napoletana, dell’agro-nocerino e dell’avellinese che convergono al santuario, dove si balla la tammurriata (o ballo ‘ncopp ‘o  tammurro). Nello scritto che segue, Nando Citarella, celebre musicista e compositore, originario di Nocera Inferiore, artista che non ha mai scisso i legami con la ritualità devozionale, fornisce nel suo stile  esuberante un’istantanea delle dinamiche festive che contraddistinguono la sua recentissima ascesa al santuario irpino in compagnia di un gruppo di suonatori e ballerini devoti a Mamma Schiavona. Restiamo sospesi tra cerchi di danza, abbondanza alimentare e consumo collettivo di cibi e bevande, centrali nel dare senso alla festa. Sono piccole note di gusto con il valore aggiunto di due ricette da provare.

2 febbraio 2015

“Simmo jut’ e simmo venuti quanta grazie ch’avimm’avuto”.  Così, canta Isidoro entrando nel Santuario, aggrappato alla sua fisarmonica, cercando di mantenere basso il baricentro e non scivolare sulla tanta neve caduta in questa Candelora. Dalla contrada Marra, tra Boscoreale e Scafati, all’alba di questo freddo e piovoso ultimo dì della Merla ‘o pullmàn si appresta a partire facendo salire il popolo di suonatori, cantatori, ballatori e accompagnatori pellegrini che, doppo aver ‘nzerrato le porte del Festival Agropastorale, che si è svolto proprio a Marra nei giorni precedenti, inizia la Sagliuta ‘a Montevergine per portare il saluto a Mamma Schiavona, ovvero la Madonna Nera di Montevergine. Già arrivati a Mercogliano ‘o fatto se ‘mbroglia: nevica e le tante vetture, i tanti pullman, e anche qualche camion, restano bloccati per la forte nevicata che è in atto da Ospedaletto a Montevergine (“nun se saglie”, “nun se passa”, “nun se va annanz'”, questi i tanti sms e wthsp che corrono da un cellulare all’altro. Molti si fermano alla stazione della funicolare di Mercogliano, che di solito porta i devoti al Santuario, ma che oggi è chiusa per neve. Da Somma arrivano gruppi di famiglie con tammorre e putipù al seguito e si incontrano con gli amici suonatori di Nola, Terzigno e Poggiomarino, unendosi a loro volta tra un saluto, un sorso di caffè ed un primo bicchiere di Aglianico giovane (sono le 7,15). Chi parla, chi domanda, chi porta nuove notizie su cosa accade lassù, ‘ncopp ‘a muntagna (dove bus e navette sono fermi), chi invece  esclama: “Guagliù nun ce perdimmo d’animo, dammengella ‘na voce ‘a Mamma Schiavona ca’ Essa ce sente e ... ammagari facesse arapì ‘a jurnata (sono appena le 8,30). 
Si appostano faccia alla stazione guardando la montagna e danno voce alla cantata: “Uoie Maronna quanto si bella.....”, che lascia poi spazio al primo accordo di fisarmonica.  Il ritmo del tammurro dà l’apertura al ballo e mentre si forma 'o chirchio, il cerchio, ai due lati dello stesso, quasi a fare da ali. Si aprono due bagagliai d’auto, dove troneggiano unite a due immagini della Mamma Schiavona delle grandi teglie e delle ceste fumanti e profumate contenenti cibo necessario a sfamare e confortare tutta la comunità (fa freddo). 
“Venite signò.., nun ve mettite scuorno. Pigliate, assaggiate chesto, l’avimmo fatto stammatina 'e quatt’e mmezza e poi l’avimmo mantenut ’o cavero, pecchè, sapite, quanno fa friddo noi ci dobbiamo scarfare eh!”. Pizza con scarola, capperi, alici olive e pinoli (saranno 80/100 porzioni), e ancora pizza con salsicce e friarielli con peperoncino rosso e piccante. Peppe, Oreste, Maria, Antonietta, Filomena e Gennaro sono gli addetti vivandieri per le Paranze perché, dicono: “Noi non suoniamo, non cantiamo,sappiamo e vero ballare un poco ma quello cui teniamo assai è non far mancare nulla alla compagnia per il “mazzecatorio” (detto proprio in questo modo). Andando a guardare indietro nel tempo le prime immagini che riemergono dalla memoria sono proprio quelle di gruppi di signore con i mariti e le figliate che arrivavano alle feste cu ‘e mappatell’ che venivano messe da parte e affidate ad altri che a tempo debito imbandivano una sorta di tavola con una tovaglia, creando così dei punti di aggregazione,  prima e dopo la suonata, e dove tutti attingevano con garbo e rispetto rifocillandosi tra una cantata e un ballo. 
Nel frattempo, camminando ci siamo spostati tre chilometri più in alto a Ospedaletto, dove troviamo  castagne secche e infilate, nocciole, nocelline americane e turrone. Il santuario è più vicino ma la strada è sempre bloccata. Però, non ci si perde d'animo ancora una volta, e ancora una volta cerchi e gruppi si riformano dando inizio a nuove danze e nuovi e gustosi assaggi di cibo dedicato. Tortano (cu’e sfrittole e ‘nzogna), salsicce a punta di coltello, minestra maritata. Di nuovo i bagagliai delle auto parcheggiate ai lati del chirchio si aprono, lasciando esibire questi cibi poveri ma fondamentali per il conforto alla musica e ai suonatori. Ecco donna Graziuccia (da Nocera). “Buongiorno”.  “Uè Nandù, buogiorn ‘a vuie, chist'anno state ccà  cu nuie?” “Si,’onna Graziù, so scis ’a Roma pe fa ‘a Sagliuta d'a Cannelora cu ll’amice: Lione, Pietro, Raffaella, Biagino, Bruno, Tonin'o stocco, Annuccia”.  “E allora venite ccà e diciteme comm’è comm'è sta menesta? È bona e sapurita, o no? Ci ho messo pure un poco di scarola dolce e cotica, se sent'o forte?   “Se sente onna Graziù, se sente e fa bene”. La minestra maritata è tipica del periodo che va tra Sant’Antonio Abate e Carnevale perché si deve maritare cu ‘e primm’ carni nuove e l’avanz’e presutto passato. Ovviamente ci sono verdure invernali dolci e amare, pane secco e giallo. “Neh, facimmece ‘na sunata jà. Piglia ‘o tammurro e viene ccà Biagino, Anna, Tonì damm’a voce p’a Mamma Schiavona Nosta e Bona festa”.  Così alle 13,00, dopo una colazione con pizza e scarola, un assaggio di menesta mmaretata e qualche bicchiere di giovane Aglianico irpino la festa va avanti e..... il tempo ha davvero un altro valore.

Nando Citarella
Foto di Nando Citarella


LE RICETTE

Menesta mmaretata
detta anche “Pignato Grasso” che trova riscontri similari in altre regioni italiane ed in Spagna prende il nome di “Olla Podrida". 

Ingredienti per 6 persone
1 osso di prosciutto ricco di carne, 300 gr di cotiche di maiale, 300 gr di tracchie(spuntature) di maiale, 300grammi di salsiccia secca forte o piccante,
1 pollo, 300 gr di corazza di manzo, 400 gr di broccoli a foglia, broccoletti mondati, cicoria e scarola, borraggine, cappuccia, pinoli, 200 g di croste di formaggio, sale, pepe, un mazzetto di erbe aromatiche per brodo.

Preparazione
Lavate le varie qualità di carne, ponetele in una pentola con il mazzetto, ricopritele con 4 dita d'acqua, salate e pepate e lasciatele cuocere a fuoco moderato. Quando, dopo circa 2 ore la carne sarà cotta, tiratela su, tagliatela a piccoli pezzetti e spolpate l'osso di prosciutto. Lasciate un po’ raffreddare il brodo, passate un cucchiaio sulla sua superfice e privatelo di tutto il grasso che nel frattempo sarà venuto a galla, rimettete quindi la pentola sul fuoco. Tuffate tutte le verdure lavate in acqua bollente con pochissimo sale, non appena il bollore avrà ripreso toglietele dal fuoco e fatele ben sgocciolare in uno scolapasta premendole un po'. Finirete poi di cuocerle insieme al formaggio a pezzetti nel brodo bollente a calore moderato per circa mezz'ora. Riscaldate la carne nel suo brodo e mischiatela alla verdura e mandatela in tavola.

Pizza 'e Scarola
Ingredienti
Sale, pepe, 1,5 kg di scarola mondata, 1 spicchio d’aglio, 50 gr di capperi, 100 gr di olive nere di Gaeta, 100 gr di acciughe sott’olio, 100 gr d’olio, pinoli

Preparazione
Setacciate la farina e disponetela a fontana. Sciogliete il lievito in un bicchiere di acqua tiepida e versatelo al centro della fontana. Unite il sale e 4 cucchiai d’olio. Impastate energicamente. Coprite con un panno e fate lievitare al riparo delle correnti per almeno 1 ora. Nel frattempo preparate il ripieno: pulite la scarola e scottatela velocemente in poca acqua salata. Scolatela e strizzatela leggermente. Fate rosolare 1 spicchio d’aglio in un tegame con qualche cucchiaio d’olio. Unite la scarola, le olive, i capperi e fate rosolare, aggiustando di sale e di pepe. Riprendete ora l’impasto e dividetelo in due panetti: lavorate con un matterello in modo da ottenere due sfoglie. Ungete una teglia o foderatela di carta da forno, e disponeteci una sfoglia di pasta. Distribuite la farcitura di scarola, coprite con l'altra sfoglia e fate aderire bene i bordi, ripiegandoli verso l’interno. Coprite la pizza e fatela lievitare ancora per un’ora. Preparate un’emulsione con due cucchiai d’olio e altrettanta acqua e spennellatela sulla superficie della pizza. Cuocete in forno già caldo a 200 gradi per circa 30 minuti.
Nota Bene Per una migliore lievitazione, potete far riposare la teglia con la pizza nel forno spento, precedentemente riscaldato.