Gianni Maroccolo e Claudio Rocchi - VDB23/Nulla è andato perso (Alabianca, 2014)

Secondo album solista del bassista e produttore Gianni Marroccolo, “VDB23 – Nulla è andato perso”, nasce dalla collaborazione con l’indimenticato Claudio Rocchi, con il quale aveva unito le forze per dare vita ad un progetto più ampio che prevedeva un triplo disco, un’opera che sarebbe andata in scena a Roma, un DVD, ed un libro con le foto di Alessandro D’Urso, il tutto finanziato grazie al crowdfunding su MusicRaiser (raccogliendo oltre il 300% dei fondi richiesti). Dopo la prematura scomparsa nel 2013 di Claudio Rocchi, il progetto è stato ridimensionato rispetto all’idea iniziale, ma grazie ad AlaBianca di Tony Verona, trova la sua pubblicazione su ampia scala, dopo che i raisers avevano avuto la possibilità di gustarlo in anteprima. Rispetto alla primissima versione, la copertina fatta a mano in carta grezza nepalese, ha lasciato posto ad una confezione normale, ma la musica è rimasta la stessa, forte, intensa, impegnata. Si tratta, infatti, di un disco di grande spessore nel quale è racchiusa non solo tutta la vita musicale dei suoi autori, ma anche un messaggio importante di speranza per noi di poter lambire un giorno, anche solo a distanza, quello bene sacro che è la musica come hanno fatto loro. Già leggendo il titolo che rimanda a Via Dei Bardi 32, il civico di Firenze dove ebbe inizio la storia dei Litfiba, si comprende in che direzione si muove tutto il disco. La figura di Claudio Rocchi, grande musicista e agitatore culturale, emerge in tutta la sua grandezza, così come il suo approccio alla musica ad un livello consapevolmente alto, basato su una ricerca spirituale e filosofica profonda, che lo portò ad esplorare i suoni dell’Oriente, ma con un piede sempre qui. Come non ricordare sempre la sua “Ho Girato Ancora” da “A Fuoco” del 1977 per la Cramps, la sua è una delle canzoni che meglio hanno descritto un’epoca come quelle degli anni Settanta. Da esterofilo convinto, mi sono ritrovato a riascoltare quel pezzo ed ho capito che quel testo e quella formula iconoclasta rispetto al verso metrico tipico e il mondo che descriveva era quanto di più vero e vivo. E’ un po’ come accade con la totalità dei dischi di Edoardo Bennato, vero genio della musica, vituperato e sottostimato in patria, ma avanti venti anni sulle sonorità elettroacustiche che hanno poi fatto gridare al miracolo i fanfaroni della pseudo critica inesistente italiota, quando è arrivato Ben Harper. “VDB23 – Nulla è andato perso” include una serie di ossessioni, c’è l’oriente in alcuni dei momenti più psichedelici, si sentono gli echi dei Dali’s Car di Mick Karn e di Peter Murphy, così come trovano posto i Tuxedomoon. Non mancano diverse stoccate eleganti ed oscure che escono dal Precision nero e vissuto di Gianni Maroccolo e le sue trame di basso, uniche in Italia, fanno sempre la figura del leone nella produzione. I settanta minuti del disco, raccolgono brani che superano i sette minuti di durata, e qui accade il primo fatto magico, infatti si è quasi obbligati ad uscire dalla nostra condizione fatta di ascolti random, sbocconcellati davanti al pc mentre si risponde all’ultimo messaggio su Facebook o all’ultima telefondata. Insomma ci ritrova a fare un salto indietro nel tempo, quando i capelli non erano ancora bianchi, e ci si ritrova a ricordare quel pomeriggio passato ad arare il vinile di “Wave” di Patti Smith, acquistato dopo essere stato fulminato da “Easter”, e nonostante ci avesse lasciato spiazzato perché non era diretto come l’altro, fummo costretti a farcelo piacere. Non potevamo skippare impunemente da traccia a traccia, o passare al disco successivo con un abile frullio di mouse wireless come accade su Spotify, Si era a Pian Di Casale sopra Porretta nel bolognese, in un Appennino ancora ricco di ricordi della Seconda Guerra Mondiale, e così, anche se il primo approccio con quel disco dedicato a Papa Luciani (al Papa?) non ci catturò subito, lo fece dopo perché doveva piacerci, erano i soldi di un intero mese! Qui succedere la stessa cosa, c’è una positività in questo disco, una voglia di fare musica in un mondo che sta scomparendo e che è tutta da imparare, una voglia di sperimentare una nuova forma possibile nella canzone italiana, altrimenti costretta alla morte andando sempre dietro al nuovo Fabrizio De André o al nuovo Francesco De Gregori. La musica va fatta guardando avanti e mai indietro, e questo disco guarda orgogliosamente e con difficoltà avanti, e si sente come nel caso della lunga sperimentazione “Rinascere hugs suite”, venti minuti in cui troviamo la prima voce dei Diaframma Miro Sassolini, Cristina Donà, Franco Battiato, Ivana Gatti, Piero Pelù, Massimo Zamboni, Emidio Clementi, Cristiano Godano, oltre ovviamente a Claudio Rocchi. La voce narrante dei DeProducers, Fabio Peri, chiude il disco in “Rigerl e vdb23” suggellando il meraviglioso affresco di trent’anni di musica nei quali si spazia dal rock all’elettronica fino a toccare la sperimentazione, seguendo il filo rosso della carriera di Marroccolo. Regalatevi un po’ di tempo per ascoltarlo e vi innamorerete. Claudio è più vivo che mai, e Marroccolo ha ancora tanta musica eccellente da regalarci, perché questo album sussurra, urla, racconta e suona un universo stellare, sereno, finalmente sereno.


Antonio "Rigo" Righetti