Vincent Peirani - Living Being (ACT/Egea, 2015)

Vincent Peirani è uno dei fisarmonicisti più interessanti nel panorama della musica jazz e popular internazionale. Possiamo considerarlo un giovane autore - classe 1980 - ma se scorriamo la sua discografia e le sue collaborazioni emerge un profilo musicale molto definito e, come dicevo prima, influenzato e arricchito da molti generi musicali: rock, jazz, world music, classica, elettronica, e così via. In un certo senso - forse specificarlo non è per molti necessario e potrebbe addirittura produrre un effetto di stigmatizzazione, ma io credo invece che alcuni aspetti, non solo artistici ma anche socio-culturali, vadano affrontati, anche quando non è possibile approfondirli - Peirani rappresenta anche un nuovo corso del mondo da cui proviene. Il nuovo corso, cioè, di quel circuito fisarmonicistico, vasto e differenziato al suo interno, che si è posto storicamente in uno spazio sospeso tra tanti generi musicali. E che, sopratutto negli ultimi anni, sta ridefinendo il suo ruolo (in modo più centrale e partecipato) nel panorama internazionale delle produzioni musicali. Si tratta di un mondo di musicisti preparati, colti, i quali, sulla scia dei master come Piazzola o Galliano, sono riusciti a sviluppare un linguaggio complesso e spesso sperimentale, realizzando in pieno le articolazioni di uno strumento “polivocale” come la fisarmonica. Dello stesso mondo, come sappiamo, fanno parte (e in molti casi hanno più visibilità) anche gli esponenti di un revival ciclico ed estremamente popolare e popolarizzato nelle forme contemporanee del liscio e della musiche da ballo. Ma è evidente che si tratta solo di una parte di un corpo strutturato, forte e capace di abbracciare le forme più complesse del linguaggio musicale internazionale. Vincent Peirani ce lo ha dimostrato fin qui e rinforza questo processo positivo con il suo nuovo lavoro “Living Being”. Si tratta di un album manifestamente jazz (“world jazz” e “french jazz” si specifica nelle note che in questi giorni lo hanno annunciato), dove lo strumento principale dialoga con batteria (Yoann Serra), basso elettrico ed effetti (Julien Herné), fender rhodes (Tony Paeleman) e sax soprano e tenore (Emile Parisien). E dove Peirani, attraverso nove tracce (tra le quali ha trovato un posto il rifacimento di “Dream Brother” di Jeff Buckley), ci avvolge con un suono sinuoso, pregno di ritmo ed elettronica ipnotica, compresso dentro costruzioni melodiche complesse e originali (“Air song #2”). La ricerca sulla timbrica ha portato a dei risultati eccezionali, sopratutto perché le voci della fisarmonica - quasi a voler seguire una prospettiva non mimetica ma di “trasgressione” delle soluzioni estetiche più stereotipate - si impastano con quelle degli altri strumenti (primi fra tutti i fiati), creando un suono distorto, contorto, “falsato”, piacevolmente “innaturale”. In particolare, questa soluzione si realizza in pieno in “Suite en V Part 1” (scritto da Peirani come tutti gli altri, a eccezione di “Multinerie” di Michel Portal), uno dei brani più significativi del disco. Ciò che emerge più chiaramente all’ascolto è la divisione del pezzo in due parti distinte, che connotano un legame a doppio filo con la rumoristica, l’uso ritmico ed evocativo dell’elettronica, e il ritmo netto, definito, legnoso e classico, che esplode sotto la linea melodica del sax. Quest’ultimo irrompe ad alto volume, con un suono netto e profondo. Si alza sopra una linea di batteria composta di pochi colpi sui tamburi ma segnata da un battito di piatti continuo e frenetico, e sopra un tappeto compatto e piatto di accordi di fisarmonica (quasi irriconoscibile). Il suono del sassofono è una liberazione, un abbraccio, un lungo sospiro che dissipa il legaccio che strozzava la prima parte del brano: rigida, scarna e allo tesso tempo incontenibile, sopratutto nelle note ritmate e acide della fisarmonica.


Daniele Cestellini