La Zampogna, XXII Edizione, Formia e Maranola (LT), 17-18 Gennaio 2015

Irriducibili gli organizzatori e i frequentatori del festival di musica e cultura tradizionale “la Zampogna”! I primi, nonostante le risorse finanziarie risicate, sono riusciti nell’intento di costruire un cartellone di tutto rispetto, i secondi hanno sfidato la pioggia battente che la domenica ha martellato il borgo aurunco, attratti dalle proposte del duo di direttori artistici di casa, Ambrogio Sparagna e Erasmo Treglia. Se è vero che i protagonisti principali dei concerti di quest’anno provenivano tutti dal roster dell’etichetta discografica e agenzia di management Finisterre, non si possono mettere tra parentesi la qualità alta delle proposte musicali e la prospettiva di promozione del composito universo zampognaro centro-meridionale, ma soprattutto locale. Tutto ciò è iscritto nello spirito di questo festival, che è ricerca di senso di comunità culturale e musicale, che si compongono anche intorno ad azioni improntate a una rinnovata (ma anche inventata) ritualità. Che un festival come “La Zampogna”, e tutto il lungo impegno annuale che c’è dietro la sua preparazione, abbia portato nuova linfa alla pratica degli aerofoni a sacco e oboi popolari, lo testimoniano i giovanissimi suonatori, Giuliano De Meo (15 anni) e Silvio Forte (21 anni), duo di zampogna e ciaramella, che hanno aperto la manifestazione a Formia (sabato 17), all’Officina Culturale Falcone-Borsellino. 
Parliamo dei pronipoti di quel mondo di suonatori tradizionali, di cui si conserva forte traccia nella memoria di Maranola e delle località dei Monti Aurunci. Giovani che sono il portato dell’associazionismo locale, stimolato proprio da un Festival attivo da oltre vent’anni, frutti della passione con cui, superando cliché duri a morire sulle zampogne e rinunciando a scelte musicali più modaiole, giovani virgulti si dedicano allo studio di questi strumenti. Come più volte è tornato a sottolineare Sparagna: qui stiamo parlando non di revival, ma della contemporaneità di strumenti popolari, di lezione dei campioni strumentisti del passato appresa dai musicisti, ma anche delle nuove melodie e delle nuove armonizzazioni, possibili grazie all’impegno profuso da liutai e costruttori. Tra questi l’ottimo Marco Tomassi, presente tra gli espositori (quest’anno non tantissimi gli stand, a dirla tutta), creatore di magnifici modelli di zampogna per ricchezza di suono, foggia e pregevole fattura. Sempre sabato sera, a Formia, Raffaello Simeoni (voce, zampogna, ciaramella, flauto) e Massimo Giuntini (uilleann pipes, low whistle e bouzouki irlandese) hanno offerto lo spettacolo di canzoni e melodie folk d’autore “La Via di Mistici”, in uno spazio rivelatosi troppo angusto e poco appropriato per una coppia di artisti, i cui incroci timbrici e la cui ricerca musicale avrebbero meritato ben altra collocazione. 
Ritornando alla presenza intergenerazionale tra i musicisti, diciamo che è il punto forte di una manifestazione come “la Zampogna”, dove accanto agli ultimi discendenti di generazioni di suonatori popolari laziali, molisani, campani, lucani o sardi, troviamo giovani suonatori come Eliseo Mascìa, che ha incrociato le launeddas con il papà Orlando, sia nella bella serata di sabato a Maranola nel corso della cena concerto, seguita da un pubblico consistente. O ancora come gli allievi sardi in erba, immortalati dal documentario parte della serie TV “Italia che Risuona”, il programma prodotto da Sparagna e Treglia per Rai Educational, proiettato la domenica mattina al Centro Studi di Torre Cajetani. Poco prima, proprio per quel senso di ritualità fondante ricercata dagli organizzatori, l’ospite internazionale, Sainkho Namtchylak, la straordinaria artista di Tuva, aveva piantato un albero di melograno (altra scelta non casuale per il carico simbolico di questo frutto) nella villetta comunale di Maranola, dove un giardino (denominato Alberi di Canto), collocato sotto le mura e la torre medievali del borgo (affacciato purtroppo anche su una macchia scura di villette a schiera), accoglie nuovi alberi da frutto, piantati da artisti che di anno in anno sono premiati al festival. 
Una cerimonia essenziale, ma quando Sainkho, inginocchiata in segno di rispetto e raccoglimento, intona un canto-preghiera esibendo la sua ammirevole tecnica di canto difonico, anche chi è aduso agli esotismi world e alla spettacolarizzazione dei riti, ha un fremito, un’emozione, riconoscendo in quel gesto la profondità millenaria di cui questa artista è portatrice. Azioni semplici, come la processione di suonatori che s’inerpica lungo le scale, tra case e portoncini del paese, per raggiungere la piazzetta dominata dall’edicola votiva della Madonna degli Zampognari, presso la quale le Actores Alidos hanno intonato i loro canti votivi sardi. Il resto della giornata ha alternato session musicali sotto le tende degli stand (riparo dalla pioggia incessante) a seminari, tra i quali ci piace ricordare quello condotto da Goffredo degli Esposti e Andrea Piccioni, che ci hanno fatto attraversare secoli di repertori per zampogna: dal barocco all’improvvisazione contemporanea, fissati nel loro recente album “Saltarello and Other Dances”. Per i concerti del pomeriggio, ci si è spostati nella chiesa di San Luca, dove i Mascìa e le Actores Alidos, con il loro assortimento vocale e strumentale, che rielabora canti religiosi e di lavoro della Sardegna, hanno condiviso il palco con Sainkho (Premio La Zampogna 2015). 
Oltre ai giovani suonatori lucani di Viggiano, agli zampognari maranolesi e ai cantanti dell’Orchestra Popolare Italiana Raffaello Simeoni ed Eleonora Bordonaro, accompagnati da Sparagna all’organetto, abbiamo ascoltato la duttile voce friulana di Gabriella Gabrielli (del cui repertorio plurilingue avremmo voluto sentire molto di più). Toccante anche il breve intervento di Nando Citarella, imbracciato tamburo a cornice, ha intonato “Donna Cuncetta”, omaggio dovuto a chi per anni ha dimorato a Formia: una canzone che diventa canto-preghiera, giocato su vocalizzi e melismi. Prima del rituale di chiusura, nel segno dei suonatori di zampogne, un altro momento importante l’abbiamo vissuto nella storica chiesa di S. Maria ad Martyres – che ospita un notevole presepe cinquecentesco di terracotta – dove abbiamo ascoltato quattro canti del repertorio di Alfonso Maria de’ Liguori, eseguito per voci, aerofoni e organo (un organo di scuola napoletana dal registro sonoro di zampogna). 


Ciro De Rosa