Italian Sounds Good: Cheap Wine, The Rusties, The Panicles, NODe, Screamin’ Gun, Witko

Cheap Wine - Beggar Town (Autoprodotto/I.R.D. 2014) 
Abbiamo seguito sempre con grande attenzione l’ormai ultradecennale attività dei Cheap Wine, roots-rock band di punta in Italia diventata negli anni una delle poche realtà in grado di misurarsi ad armi pari con i colleghi di oltreoceano, e questo non solo per la loro capacità di far emergere sempre la propria identità musicale, ma anche per le tematiche affrontate, ben lontane dagli stereotipi del genere, che lentamente stanno impoverendo anche la scena statunitense. Più in particolare negl’ultimi cinque anni abbiamo assistito alla loro piena maturazione artistica, passata attraverso l’ottimo doppio dal vivo “Stay Alive”, e quel gioiello che era “Based On Lies”, un concept album sulla crisi morale ed economica del mondo occidentale nel quale la menzogna veniva vista come l’unica ragione alla base della vita di un uomo, costretto a mentire anche a se stesso pur di raggiungere i suoi scopi. A distanza di due anni li ritroviamo con “Beggar Town”, disco che a buon diritto può essere definito come il seguito del precedente, svelandoci le macerie lasciate dalla crisi economica dalle quali si leva il grido di speranza di uomini che vogliono lottare, resistere e sperare per un mondo migliore. Dal punto di vista prettamente musicale ritroviamo certe sonorità oscure e cupe che rimandano a “Crime Stories”, così come non manca la psichedelia che caratterizzava “Freak Show”, ma ciò che colpisce è la solidità e la maturità del sound in cui si stagliano la voce di Marco Diamantini, le chitarre di Michele Diamantini, il pianoforte di Alessio Raffaelli, e la perfetta sezione ritmica composta da Alan Giannini alla batteria e dal basso della new entry Andrea Giaro. Ad aprire il disco è la sofferta “Fog On The Highway” con il bell’intreccio tra il piano e la chitarra elettrica, ma è con la drammatica “Muddy Hopes” che si tocca subito uno dei vertici del disco, grazie ad un testo di grande intensità e alla chitarra di Michele Diamantini che regala un assolo magistrale. La trascinante title-track e l’ondeggiare notturno di “Life Boat” aprono la strada alla pregevole “Your Time Is Right Now”, nella quale le armonie vocali in stile westcoast si accompagnano ad una elegante trama elettro-acustica che sfocia in un assolo psichedelico molto evocativo. Se “Keep On Playing” dimostra ancora una volta come solide siano le radici di riferimento della band pesarese in grado destreggiarsi con agilità tra il rock degli anni Settanta e la roots music, la successiva “Claim The Sun” è un inno a riappropriarsi delle proprie esistenze. La pianistica “Utrillo’s Wine”, ispirata da un episodio della vita dei pittori Maurice Utrillo ed Amedeo Modigliani, ci conduce verso il finale il cui il ritmo si fa più incalzante, con l’attualissima “Destination Nowhere”, dedicata a tutti quelli che lavorano fino allo sfinimento per una paga che non ripaga i loro sforzi, e la tagliente “Black Man”, ma soprattutto con “I Am The Scar”, un brano intriso di rabbia e delusione, che sfocia nella splendida “The Fairy Has Your Wings” in cui la sua coda pianistica racchiude la speranza mai sopita in un futuro migliore. “Beggars Town” è l’ennesima dimostrazione di come i Cheap Wine siano una delle migliori rock band italiane, ed auspichiamo che prima o poi il grande pubblico si accorga di loro, perché band come questa in Italia sono una rarità. 


Rusties – Dalla Polvere E Dal Fuoco (Hard Dreamers/I.R.D., 2014)
Dopo essersi messi alle spalle la loro lunga esperienza da tribute band di Neil Young, e aver dato alle stampe gli ottimi “Move Along” nel 2009 e “Wild Dogs” nel 2011, entrambi composti da brani originali, i Rusties proseguono con convinzione e determinazione la loro seconda vita artistica dando alle stampe un nuovo album “Dalla Polvere E Dal Fuoco”, che li vede alle prese con nove riletture d’autore di altrettanti brani rock, liberamente tradotti e riadattati in italiano dal frontman del gruppo Marco Grompi. Registrato in presa diretta nell’arco di due giorni presso l’Ortostudio di Filippo Gatti a Grosseto, il disco ha rappresentato una doppia scommessa stravinta dai Rusties, i quali mettendo a frutto esperienza, sensibilità e cultura musicale, hanno realizzato un lavoro che esce completamente dall’alveo dei dischi di cover, diventando qualcosa di più originale ed intenso. In parallelo per nulla scontati sono anche le costruzioni degli arrangiamenti in cui emerge tutta la personalità della band bergamasca, con le chitarre di Marco Grompi ed Osvaldo Ardegni a guidare le linee melodiche supportate in modo impeccabile da Massimo Piccinelli alle tastiere, e dalla sezione ritmica composta da Fulvio Monieri (basso), e Filippo Acquaviva (batteria e percussioni), a cui per l’occasione si è aggiunta Jada Salem (violino). Ad aprire il disco è “Ombre All’Orizzonte”, adattamento di “Ghost Along The Border” di Chris Eckman, della quale ci viene restituita integra la poesia polverosa e desertica dell’originale. Splendida è poi “Canzone Logica” ovvero “Logical Song” dei Supertramp, che Grompi rilegge superando le difficoltà nascoste nella serrata scansione metrica dell’originale. Dal rock degli anni Settante torniamo all’alternative country dei Willard Grant Cospiracy con “Le Intenzioni Di Harrison Hayes” (“The Trials Of Harrison Hayes”), che arriva dalla penna di quel genio che è Robert Fisher, ma è solo un momento perché è già tempo di Canada con “Se Solo Avessi Un Lanciarazzi” (“If I Had A Rocket Launcher”) di Bruce Cockburn, e poi con “Powderfinger (Dalla Polvere e Dal Fuoco)” di Neil Young, riletta sulla base dell’adattamento che ne hanno fatto Mimmo Locasciulli e Cereno Diotallevi, meglio noto come Francesco De Gregori. Ritroviamo Bruce Cockburne in “Dentro La Gabbia” (“Pacing The Cage”), ma un altro gioiello del disco è dietro l’angolo con la riscrittura di “Solid Air” di John Martyn. L’intensa “La Signora” (“The Old Laughing Lady”) di Neil Young, e la dolcissima canzone d’amore “Tienimi Con Te” (“Keep Me In Your Heart”) di Warren Zevon, suggellano un disco pregevole che non mancherà di appassionare quanti vi dedicheranno un ascolto.


The Panicles – Semplicity: The Universe (Extended) (Autoprodotto, 2014)
The Panicles sono un trio rock della provincia di Venezia, nato nel 2011 e composto da Carlo "Mad-Eye" Badanai (batteria), Mattia "Met" Sarcetta (basso) e Michele "Mik" Stefanuto (voce e chitarra), tre giovani musicisti, ma con alle spalle una solida esperienza maturata sul palco tanto in Italia quanto all’estero. A distanza di due anni dal loro primo Ep “L’alba è l’ora migliore per tornare” registrato presso gli Abbey Road Studios e pubblicato con Virgin Records, li ritroviamo con il loro primo album “Simplicity: The Universe (Extended)”, nel quale hanno raccolto undici brani, composti in inglese ed ispirati al desiderio di ritrovare la spontaneità e l’energia dei loro primi passi nel mondo della musica. Fondamentale in questo senso è stata la scelta di conservare intatto in studio il sound live della band, evitando l’editing delle tracce, ma piuttosto cercando di valorizzare la carica espressa sul palco con lievi spunti elettronici e loop ritmici campionati. Sin dalle prime note della title-track che apre il disco, si percepisce chiaramente come il sound della band si muova con sicurezza sul sentiero del rock, guardando ora verso il passato di The Rolling Stones e The Who, ora verso il presente di Arcade Fire, Muse e Kings Of Leon, svelandoci qualche bella intuizione come nel caso del rock melodico di “Feeling high” o della più sofferta “Paralyzed”, sull’incapacità di fare o dire qualsiasi cosa di fronte a chi amiamo più di noi stessi. Il crescendo di “I Fall” ci conduce poi ad uno dei vertici del disco ovvero la rock ballad “Universe (Extended), incentrata sul sentirsi adulti e sul desiderio di vedere felice la propria famiglia. Se l’introspettiva “While I’m down-and-out” apre uno spaccato sui momenti più bui della vita, “Your Limits” è il brano più leggero e radiofonico del disco con il suo intreccio di atmosfere beatlesiane e Daft Punk che fanno da sfondo ad un testo che culmina nel ritornello in cui cantano: “Non posso definire i tuoi limiti perché questo sarebbe il mio stesso limite”. Sul finale arrivano poi il rock di “B/w photographs” nella quale risalta un bel ritornello ad uncino, l’ipnotica “Tell me something I can sing”, il pop-rock “Revolution”, ma soprattutto una gustosa versione acustica di “I Fall”, che ci svela come i brani del trio funzionino benissimo anche in una chiave meno aggressiva e più votata ad esaltare la forma canzona. Nonostante, a tratti, il sound pecchi in originalità “Simplicity: The Universe (Extended)” è un ottimo punto di partenza per i Panicles, e siamo certi che il prossimo futuro gli regalerà tutte le soddisfazioni che meritano.


NODe – Human Machine (MyPlace Records, 2014)
Nati nel 2011 da un’idea di due eclettici musicisti Johnny Lubvic (voce, basso, sampler) e Kamoto San (chitarra, voce, vocooder), già insieme in diverse esperienze musicali, i NODe (Not-Ordinary-Dead) si muovono attraverso territori sonori che vanno dal punk alla new wave, passando per il dark e l’electro-garage alla ricerca di un crossover di generi post rock. Dopo aver debuttato nel 2012 con l’Ep “Tuning the Untunable“ uscito per l’americana Ninthwave Records, il gruppo si è ampliato con l’inserimento nella line-up di PaK T2R (synth e sampler) e Luigi Di Maio (sequencer e beats), e con questa formazione hanno dato alle stampe “Tragic Technology Inc.”, il loro disco di debutto, uscito a marzo 2013 per l’olandese 2419 Record Label. A distanza di appena un anno li ritroviamo con il loro secondo album “Human Machine”, che mette insieme otto brani nuovi di zecca, incisi con la partecipazione delle voci di Gaia Fusco e Simona Coppola, e del nuovo batterista Andrea Vinti, entrato nella line-up del gruppo in sostituzione di Salvatore Zannella. Nel suo insieme il disco continua l’esplorazione sull’esistenza umana che emergeva nel loro disco di debutto, ma in questo nuovo album l’attenzione si sposta sul disagio esistenziale e le domande ricorrenti dell'umanità, a cui Lubvic, autore dei brani, ha tentato di dare una risposta in un periodo complicato della sua vita, quando sentiva l’esigenza di parlare ad una persona persa lungo il cammino. Dal punto di vita musicale, a fare da contraltare, ai testi ci sono ritmi ballabili, beat elettronici, chitarre e vocooder, che fanno risaltare come la macchina umana sia la somma di gioie e dolori, momenti cupi e speranza, dualità continue che pervadono ogni traccia. Aperto dalla sofferta ed autobiografica “The Shift”, il disco ci regala subito un brano di grande impatto radiofonico ovvero “Soulsucker”, brano dedicato alla fine di un’amicizia, ma che dal punto di vista musicale esplode in un turbine ritmico trascinante, spinto dall’intreccio tra beat elettronici, synt e chitarre. “The Universe”, altro spaccato autobiografico sulla fase in cui ognuno di noi è costretto ad abbandonare la propria famiglia, ci conduce alla lettera d’amore post moderna “We Come In Peace”, ma è solo un momento perché “Dark Shadow (I Feed The Wolves)” ci riconduce nell’atmosfera cupa dei primi brani, con la presa di coscienza del protagonista di trovarsi da solo di fronte alle difficoltà. I momenti più intensi del disco arrivano però prima con la trascinante “Freepocalypse & Easy Returns”, una dichiarazione di intenti verso il futuro, e poi con “Best Is Coming Next”, caratterizzata da un tessitura melodica e ritmica molto originale. Chiude il disco “A God For Humans”, una riflessione sui propri errori e le errate convinzioni, in cui è racchiuso il raffronto tra l'essere umano ed il suo Dio, un dio inerte e disattento, quasi a voler dimostrare la solitudine dell’uomo di fronte alla sua vita. “Human Machine” è insomma un disco complesso e per nulla scontato, tanto dal punto di vista lirico quando da quello della costruzione musicale, e siamo certi che rappresenterà un punto fermo importante nel percorso di NODe.


Screamin’ Gun – Yee Haw (Sinusite Records/Lobello Records/SlipTrick Records/EnZone Records/Goodfellas, 2014)
Trio surf garage palermitano, formato da Roberto Motisi (voce e chitarra), Marco Di Maro (cori e chitarra) e Duilio Scalici (cori e batteria), gli Screamin’ Gun nascono nel 2012 e nel giro di poco tempo hanno raccolto eccellenti risultati come il secondo posto al Rockrevolution contest nel 2013, e molti consensi dal vivo con i loro concerti, dove emerge in tutta la sua esplosività il loro stile in cui mescolano punk, surf, garage e una bella dose di rock’n’roll e rockabilly. Questi ingredienti sono confluiti anche nel loro disco di debutto “Yee Haw”, nato dalla collaborazione di diverse etichette italiane ed europee, e nel quale hanno raccolto ben sedici brani, che riflettono molto bene l’energia e l’entusiasmo dei loro live act.  Ad aprire il disco è il singolo “Vorrei” in cui il testo spensierato e leggero si accompagna ad un apparato melodico garage-surf in pieno stile 60s. “La Nascita” in cui viene narrato ironicamente prima la nascita del rock e poi quella del disco, ci conduce alla title-track uno strumentale stradaiolo tutto asfalto ed energia che sintetizza molto bene tutte le istanze sonore degli Screamin’ Gun. Se “Le Mani Sul Grilletto” diverte per l’ironico approccio vocale di Roberto Montisi, la successiva “Ematoma” è più sofferta, e funge da perfetto apripista per “Paura”, secondo frammento narrativo in cui i tre musicisti sono descritti alle prese nella liberazione del rock, che sfocia nella trascinante “Testamento Di Un Uomo Felice”. Le atmosfere solari e tutte da ballare di “Inferno Surf” con il suo intreccio tra garage e rockabilly, ci conducono alle altrettanto divertenti “Coca Zero” e “Miss Fugg”, prima che irrompa di nuovo la voce narrante in “Dall’Alba Al Tramonto”.  Le atmosfere si fanno ancora più scanzonate con “Tu Vuoi Arrivare Su”, “A Squarciagola” e “Crisi Epilettica”, ma il brano migliore arriva con “Rara Bellezza”, nella quale gli Screamin’ Gun mostrano i muscoli sulla lunga distanza, prima che la voce narrante chiuda il disco con “La Fine”, raccontandoci come il rock venne liberato dal trio surf palermitano. “Yee Haw” è un disco interessante che non mancherà di regalare un po’ di sano divertimento a quanti vi si avvicineranno, senza grandi pretese di originalità.


Witko – Populart (Trifonica/Believe, 2014)
I Witko sono una band folk-rock nata nel 2008 da un’idea di Fabrizio Varchetta (chitarra, mandolino, dobro, banjo, voce), già autore per i Nomadi fino agli anni Ottanta, e composta da Elisa Sandrini (voce, piano), Elisa Giordanella (violino, viola), Alessandro Stocchi (fisarmonica, armonica, synth), Nicolas De Francesco (basso), e Massimo De Matteis (batteria, percussioni, bodhran), i quali hanno unito le forze inserendosi in quel filone folk-rock patchanka che ha trovato nei Modena City Ramblers i suoi massimi esponenti. Tenendo fede al loro nome, che in lingua Lakota significa folli o fuori dal comune, il gruppo negli anni ha consolidato la propria cifra stilistica proponendo un intreccio tra canzone d’autore, folk e rock, con l’aggiunta di qualche spruzzata di elettronica, che gli ha consentito di raccogliere grandi apprezzamenti con gli album “Siamo Gli Operai” e “Dall’Ultimo Confine”, e il Dvd “Tra Il Bosco E La Luce”, ma soprattutto per la loro intensissima attività dal vivo. “Populart” il disco più recente dei Witko, li vede alle prese con undici brani inediti, incisi con la collaborazione di alcuni ospiti d’eccezione come Dario Caradente (flauti) e Leonardo Sgavetti (hammond), Francesco Moneti (violino), Gennaro "Mandara" De Rosa, Manuel Franco, Antonio Rimedio, e Lorenzo "Loz" Ori nelle vesti di co-produttore. L’ascolto svela un lavoro gradevole, i cui brani si lasciano apprezzare per le atmosfere spensierate, così come per i testi sempre profondi e riflessivi, ciò che manca è però quel guizzo di cui il folk-rock italiano sente da troppo tempo necessità assoluta. Quasi ogni brano rimanda a qualcosa di già sentito, fanno la differenza due brani “Anubi” un bell’electrop-pop dai ritmi in levare e l’irish folk in chiave country “The Pigs’ Highway”, nelle quali è possibile scorgere qualche spunto interessante, ma il resto lascia sinceramente qualche dubbio, peccando dal punto di vista dell’originalità. Siamo certi che “Populart” abbia rappresentato uno sforzo importante anche dal punto di vista economico per il gruppo, ma oggi come mai è necessario fare di più, e magari produrre qualche disco in meno.



Salvatore Esposito